Ad Link

Visualizzazione post con etichetta münchen. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta münchen. Mostra tutti i post

mercoledì 21 settembre 2011

Non aprire quella foto


Dovevo scrivere una cosa su Füssen, sì, quella città tedesca col Castello di Neuschwanstein.
Insomma, dato che c'ero stato, e che avevo per l'appunto appena scritto due boiate (non andate mai a visitare quel maledetto castello), mi toccava anche scegliere un paio di foto da allegare. Di mie foto.
Le foto, purtroppo, coinvolgono più delle parole. Malgrado sia passato più di un anno dal 1o di Settembre, evito ancora con cura maniacale di vedere vecchie immagini, leggere frasi, post, rispolverare regali. La roba fisica (una macchina da scrivere, due magliette, otto lettere, qualche decina di biglietti aerei/ferroviari, quadernini, un mezzo involucro di un preservativo - sì mezzo -, quattro libri e altre cose simili) sta in una scatola sotto al mio letto. Le foto invece boccheggiano in una cartella sperduta dell'hard disk. Ma oggi dovevo aprire la cartella.

Dovere fare una cosa, non implica l'essere pronti. Così, m'ero ridotto dapprima a coprirmi parte degli occhi con le mani, per non vedere per bene la foto, e poi a coprire parte dello schermo con un foglio. Intanto andavo avanti: dovevo cercare immagini neutre, senza la presenza dell'essere diabolico. E così, un osservatore esterno e neutrale, avrebbe potuto vedere un idiota, disteso sul suo letto, che aveva ricoperto parte del display con un pezzo di rivista e usava una mano per cliccare ed un'altra per coprirsi l'occhio sinistro. L'osservatore imparziale avrebbe forse anche dedotto che le cose non si erano chiuse benissimo tra il coglione sul letto e la ragazza il cui viso risultava perennemente coperto.

Ma tutto s'era risolto nel migliore dei modi: lei se n'era andata, lui aveva taciuto per un soprassalto di dignità, e ora stava sul letto, con feroce paura dei pixel del passato.

Una volta trovato le foto che potevano fare al mio caso, avevo chiuso con sollievo incredibile la cartella. La guerra era finita. No, niente americani a distribuire sigarette, nessun Piano Marshall. S'era solo passati dalla dittatura dei sentimenti a quella dei ricordi sfuggiti.

A ciascuno le proprie miserie.

giovedì 8 settembre 2011

Lasciando l'Hauptbahnhof di Monaco


Me ne sono andato via un anno fa. Non ricordo se fosse l'8 o il 9 settembre. Mi piace pensare che sia stato l'8: rende la cosa densa di sapori metaforici. Ho già scritto troppe volte del viaggio, della speranza di trovare qualcuno che mi corresse in contro alla stazione, piangendo, implorando e sussurrandomi frasi sceme e dunque vitali. Sì, ho già detto tutto.
Sono arrivato a Termini alle 9 di sera. C'era mio padre che non vedevo da 10 mesi che m'aveva comprato un libro di Marco Travaglio. Una raccolta dei suoi articoli sugli anni (ridicoli) del Governo Prodi. Credo fosse la prima volta che mi vedeva piangere, dopo i 12 anni. C'era mia sorella che era contenta di riavermi a casa, dopo i 2 anni da giramondo. Mia madre m'aveva fatto trovare una bottiglia di vino. "Che bello riaverti a casa". Abbiamo visto l'ultima puntata di True Blood. Ci avevo trovato alcune analogie con la mie ultime vicissitudini. Ma si sa, quando s'è disperati non si pensa più in modo razionale e si cercano punti di contatto con qualsiasi idiozia. Pochi giorni dopo sarebbe iniziata L'Oktoberfest a Monaco. Avrei dovuto passarci grasse serate imbevute di aspettative. Ma di condizionali, si vive e spesso si muore.
Me ne sono andato un anno fa. I passeggeri del trenino regionale che mi portava alla Stazione Centrale di Monaco mi guardavano incuriositi. Il ragazzo con tutte le sue valigie, la tracolla, un quotidiano in inglese, una rivista italiana, il biglietto tedesco e le lacrime europee. La stazione di Monaco era fredda, organizzata e senza troppe speranze come l'avevo trovata il giorno in cui ero arrivato, quasi un anno prima. In un certo senso i venti del fallimento già soffiavano prima ancora d'iniziare. Solo che quando si rifiuta di guardare le cose per quelle che sono, s'è felici ed assolati anche su Plutone. Già.


A mano a mano si scioglie nel pianto
Quel dolce ricordo sbiadito dal tempo
Di quando vivevi con me in una stanza
Non c'erano soldi ma tanta speranza
E a mano a mano mi perdi e ti perdo
E quello che è stato ci sembra più assurdo

giovedì 1 settembre 2011

Remembering the 1st of September


Dovrei scrivere qualcosa perché oggi è il primo settembre, e quindi, forse, andrebbe celebrato quest'anno trascorso. Forse dovrei fare un post scrivendo frasi invernali, descrivendo tristezze e vantando depressioni.
Il bel ragazzo piangente, che intenerisce la sua vicina di posto sull'autobus. O forse dovrei invece buttare giù qualche riga di strafottenza e goliardia, elencando donne e conquiste, serate e birre, amici e viaggi, spese e foto fatte in serate gioiose. Dovrei fare il distaccato che se ne frega, quello ancora troppo coinvolto che non riesce ad andare avanti, lo scemo con la birra in mano che lancia sorrisi ironici alla ragazza in fondo al pub, il solitario che legge i suoi libri di Saramago e Bukowski sulle scale di Viale Glorioso. Dovrei rendere l'idea di essere sentimentalmente in stato comatoso, pur avendo ancora la capacità di provare emozioni, ma solo dopo il 3o bicchiere. (Contano?)

Dovrei (ri)scrivere che il 1o settembre 2010 è stato il giorno più orribile della mia vita, che son finito a vagare per le vie di Monaco, da Pasing a Kolumbusplatz, saranno stati 6 km, piangendo come un disperato e quindi come un idiota, lasciando messaggi in inglese sulla sua segreteria telefonica, mandando sms imploranti, e finendo a bere una birra con un'amica ucraina. Mi ricordo che le lacrime finivano nel boccale. E lei mi sorrideva. Dovrei magari riservare qualche parola, frase, pagina astiosa nei confronti dell'essere infame.
Dovrei scrivere che della stronza non mi importa più nulla, che A., giace morta e sepolta e che vado avanti.  Dovrei scrivere che trovo un sacco di conforto nei miei libri, il cinema e le persone nuove che conosco. Dovrei scrivere che cancello ricordi, butto vecchi conti di alberghi ungheresi e biglietti della metro tedeschi. Dovrei maledire me stesso, prima di tutto, perché io sono l'unico responsabile della mia vita e dei miei fallimenti, e dare la colpa a vecchie ragazze è ridicolo. La colpa di cosa, poi?

Dovrei scrivere magari di quella sera d'agosto quando andammo a cena dagli amici comuni e un'amica mi disse, sottovoce, mentre scattava la foto: "god, i'd run away in everywhere with a man (?) like u", ammiccando ad eventuali tradimenti. E io mi limitai a risponderle, sottovoce: "sorry i'd never betray a., I can't." Lei però, probabilmente, poteva.
Dovrei scrivere dei viaggi, fatti e progettati, delle birre, delle giornate trascorse a parlare, e dei libri. Dovrei scrivere un sacco di cose, sì.
Però, non mi va più. Aspetterò il prossimo 1o settembre.

sabato 13 agosto 2011

Il valzer degli addii


In realtà, quando le dissi: "ok, goodbye A., stay fine", non pensavo sarebbe stata l'ultima volta in vita mia che ci saremmo visti. Anzi, immaginavo (speravo) che il giorno dopo lei apparisse alla Hauptbanhof correndo e piangendo, dicendomi: "don't go, sorry for everything, just stay with me." Ma non venne: il treno partì, mi sedetti di fronte ad una coppia di 60enni tedeschi che si stavano recando nella bassa Baviera, e lasciai che le rotaie inghiottissero il mio mancato futuro. In realtà, non appena tornato in Italia, pensavo ancora che sarebbe apparsa. Sempre a mo' di film, una cosa tipo che scendevo per strada a comperare la Repubblica e me la ritrovavo davanti, sempre piangente ed implorante. C'ho sinceramente sperato per settimane, mesi. In realtà ci spero ancora adesso, ma senza parvenza di razionalità. E' un pensiero, quindi, fuori luogo, impuro. In realtà, mentre scrivevo sceneggiature d'amore a lieto fine sulla mia vita, lei si stava probabilmente sbattendo un altro. E' buffo, si parla d'amore solo quando ci si riferisce alla propria coppia. Noi si fa l'amore, ma gli altri scopano, vengono sbattuti, trombano. Si ama. Gli altri passano il tempo. L'enfer c'est les autres, diceva lui. Ecco come usare una citazione a sproposito. Ma, del resto, da chi vive a sproposito come me, ci si può aspettare frasi fuori luogo ed inutili.
Insomma, non pensavo sarebbe stata l'ultima volta, l'ultimo sguardo, quando il bus 52 la portò via. Pensavo le cose sarebbero tornato a posto. Anzi: pensavo avrebbe capito, folgorata sulla via di casa, che non avrebbe mai potuto ambire a qualcosa meglio di me. Ma la vita, ci rimette spesso al nostro posto. In modo cattivo, dogmatico, violento, comunista. Ed io, purtroppo, non ebbi diritto ad un trattamento di favore. L'ultima volta che ci vedemmo non pensavo sarebbe stata l'ultima. Ed invece, lo fu.

martedì 2 agosto 2011

Il passato è una terra che conosco bene


La maturità implica poter guardare al passato con fermezza e raziocinio. L'età adulta porta con sé il dover affrontare il proprio passato in modo serio, permette di affrontare le proprie vicissitudini in modo globale. Gli anni che passano permettono di guardare lei, la persona con la quale hai dormito, nonché tua mancata moglie (sembra così freddo e meccanico a scriverlo così, quasi fosse l'agonia di un regime socialista nella seconda metà degli anni '50), la persona alla quale avevi deciso di dichiararti, senza usare elmi e protezioni - per un volta- , gli anni che passano, insomma, ti dovrebbero permettere di parlarle e osservarla, di accettare una telefonata o una email, di ricambiare uino sguardo, o sopportarne la felicità nella tua assenza.
Il passato è una terra straniera, ha scritto qualcuno, ma per me rimane una terra conosciuta e vivida, una terra battuta e arsa da un dolore clinico e programmatico. Un dolore burocratico. Allora, no, non posso affrontare alcun passato, alcun viso accarezzato nelle notti tedesche, alcuno sguardo intravisto tra gli scaffali della librerie di Monaco, alcuna gamba sfiorata nelle piscine fredde e gioiose. Non posso combattere con il passato perché è un nemico troppo grande per me. Perché conosco i miei limiti.
Il passato è una forza insormontabile per le mie pur forti braccia e per la mia pur sarcastica e brillante mente. Il passato mi affonda, senza che io possa chiedere aiuto: non  ho voce ed è notte e la città è vuota: i vecchi dormono, le donne pensano ai loro mariti scomparsi nella nebbia dei bistro, i bambini sognano giocattoli di legno, ed io strillo, con tutta l'energia che ho, ma nessuno può sentire, il passato copre le mie algide corde vocali e vado sempre più giù, in fondo all'Oceano Pacifico: è giusto che io affoghi lì. Il passato è troppo grande per me, e allora dedico di non affrontarlo. Preferisco nascondermi, come un ratto austriaco durante le guerre napoleoniche, come il giusto durante l'avanzata nazista a Stoccarda e come uno studente mediocre durante una riunione politica. Il passato è di ferro ed io ho in mano solo carta umida, meglio desistere, per ora.

sabato 18 giugno 2011

4 euro



Le avevo pagate 4 euro. 4 euro. Le mie scarpe New Balance. Le avevo pagate 4 euro in un mercato delle pulci di Monaco, 1 anno fa, e ci giravo ancora oggi. Camminavo per Trastevere con le mie scarpe da 4 euro, con le macchie arancioni e lo sfondo marrone: un po' di vitalità sobria dietro alla cupezza. 4 euro le avevo pagate: la venditrice ne voleva 5, ma l'avevo convinta a vendermele per 4. Le avevo sorriso e lei aveva accettato. E quindi erano diventate le scarpe da 4 euro e non quelle da 5. Come cambiano facilmente nomi ed attributi eh? Come cambia facilmente l'esistenza umana e quella di un paio di scarpe. Camminavo per Roma con le mie scarpe da 4 euro, che eran  già passate per strade di Monaco. Chissà da dove veniva il suo proprietario. Chissà quante altre città avevano attraversato. Chissà quante volte erano state sfilate, ai piedi di un letto, prima che il loro proprietario si lanciasse in un abbraccio, e nei baci, e nel resto verso la sua accompagnatrice. Chissà quante volte avevano aspettato,  ai piedi del letto, gli interminabili minuti dell'amore. 4 euro erano costate e ancora non erano da buttare nel secchio. Una persona può ritrovarsi senza voglia di fare nulla, è lecito. Può ritrovarsi con la vita massacrata da passati sfuggiti, e senza alcuna voglia nel presente, di costruire futuri attuabili. Può ritrovarsi con una insana voglia di scomparire. Ma con un paio di scarpe da 4 euro, è tutto più facile.  4 euro le avevo pagate, e ne avevo solo 6 in tasca. Gli altri 2 li avevo usati per comprarle "About a Boy", il libro di Nick Hornby. Le avevo scritto una dedica. Qualcosa di scemo, non so. Tipo: "in ricordo di questa giornata, ti amo". O forse: "u see: i don't like to spend money for me, but 2 euro for a book for u, is a joy, thank u to exist". Non me lo ricordo. Dovrei appuntarmi tutte le dediche che ho fatto. Chissà dov'è ora quel libro. Le mie scarpe da 4 euro sono qui, tra poco le calzerò e  me andrò in giro. Ma quel libro? L'avrà prestato senza farselo più ridare? L'avrà buttato? O sarà finito nel dimenticatoio, tra un po' di polvere ed una vecchia maglietta, in un fondo a quei cassetti che non si aprono nemmeno sotto minaccia di un bombardamento atomico sovietico. Le mie scarpe però eran costate 4 euro, questo me lo ricordo bene. Ed erano ancora qui.

lunedì 6 giugno 2011

Wenn das so ist



Era una canzoncina che ci avevan fatto sentire a lezione, un anno fa.

E' vero che non pensi mai a te stessa? Che non hai bisogno di nulla per te? Che nn scambi mai i regali? Che non bevi e non fumi? Che ti alzi presto e che non dimentichi mai nessuno? E che non ti arrabbi mai?  E gliel'avevo immediatamente dedicata.

Guarda che ho trovato, che bella canzone, Ah sì, Ma non ti piace, ho subito pensato a te sentendola, Mah non mi pare granché, Che entusiasmo eh, Mi pare un canzoncina scema, Eppure a me piaceva, A te, Sì, a me.

E così era passata un'altra giornata tedesca. Ma erano solo le piccole dolorose delusioni prima della coltellata finale.

Ist es wahr, dass du nie an dich selber denkst?
Ist es wahr, dass du für dich nichts brauchst?
Ist es wahr, dass du Geschenke niemals weiterverschenkst?
Ist es wahr, dass du nicht trinkst, nicht fluchst, nicht rauchst?
Ist es wahr, dass du schon beim Frühstück fröhlich bist?
Dass du niemals mürrisch bist, niemals nervös?
Ist es wahr, dass du, wenn man deinen Geburtstag vergisst,
nicht verärgert bist, nicht traurig oder bös?

Wenn das so ist, dann kann's mit uns nichts werden,
dann hätten wir wahrscheinlich immer Streit.
Wenn das so ist, dann such dir einen andern,
dann ist der Weg von mir zu dir zu weit.


Ist es wahr, dass du ein Versprechen niemals brichst?
Ist es wahr, dass du dich nie beklagst?
Ist es wahr, dass du immer erst denkst, bevor du sprichst?
Ist es wahr, dass alles wahr ist, was du sagst?
Ist es wahr, dass du sogar dein Lachen kontrollierst,
dass es nie zu lange ist und nie zu schrill?
Ist es wahr, dass du kein Wort sagst, wenn du dich zu Tode frierst?
Ist es wahr, dass du nur das willst, was ich will?

Wenn das so ist …


Ist es wahr, daß dich nie das kleinste Kopfweh plagt?
Ist es wahr, daß nie ein Kummer dich zerfrisst?
Ist es wahr, sag, stimmt es wirklich, was man über dich sagt:
Ist es wahr, daß du vollkommen bist?

Wenn das so ist …


http://www.boenzli.de/text-isteswahr-g.htm (si può sentire la canzone)

sabato 30 aprile 2011

Sabato pomeriggio, Roma


Succedeva che era un Sabato di Aprile, a Roma.

I pomeriggi tedeschi erano ben lontani. Quando ci si alzava alle 8 e si stava fino a notte fonda insieme, senza soldi, si girava per mercatini, alla sera si mangiava un panino (ma non più di 2 euro eh) e si bevevano una o due birre. Ci si prendeva per mano. Si parlava inglese e portoghese. Si scherzava su tutto. Si citava Saramago. Si camminava con i nostri felpini scemi da poveri. Si sorrideva e ci si baciava. Si pianificava il giorno dopo (lei letteralmente, io metaforicamente), si correva per prendere il bus 52 (tranquilli: ce n'era uno ogni 7 minuti), e nei visi c'era una tranquilla e disperata soddisfazione. Le serate tedesche erano lontane e ancora di più quelle austriache. Quando per essere contenti e felici e soddisfatti e pieni di vita, nn serviva nemmeno una birra. Lì bastava davvero solo respirare. Tutto era in divenire, eppure il presente era già perfetto. La Sporgasse era la via perfetta, il cielo di Graz era terso, e la gente simpatica, bella, educata. Tutti eravamo migliori.
Ho scritto al plurale? Scusate: cambiate tutto al singolare. Lei tanto recitava la sua parte. Bene, benissimo.

E ora a Roma, pioveva. Tra poco sarei stato in giro, senza aspettative e senza più troppa vita. Sì, magari al 4o spritz avrei sorriso un po', tanto per. Avrei fatto finta d'essere vivo. Avrei persino riso, forse. Sarei andato al cinema a vedere un buon film (Habemus Papam). Magari avrei persino dato un bacio, succede. Eppure, nella mia vita precedente, quando tutti parlavano tedesco intorno a me, non avevo bisogno dei film per riempire le ore. Per riempire di vita una esistenza che straboccava di entusiasmo.

Era successo che era Sabato pomeriggio. A Roma. Fuori pioveva, e tutto era già fuggito.

Già.

venerdì 11 febbraio 2011

Cos'era successo il 31 agosto 2010


Cos'era successo il 1 Settembre 2010 l'ho già scritto qui. Ma il giorno prima?

Ero tornato da Amsterdam da un paio di giorni. Domenica non ci eravamo visti perché a lei non andava. Le avevo proposto la Pinakoteke, e poi di andare al parco, e poi di bere una birra e poi di vedere un film e poi di uscire. Niente. Era la prima domenica da quando stavamo a Monaco che non eravamo usciti insieme.
Mi aveva mandato un sms la sera:"have we seen the stars today?"
Le avevo risposto che se anche nn le avevamo viste oggi, poteva stare tranquilla che a me bastava la sua presenza, la sua esistenza, per vederle. Davvero.

Il lunedì 30 non ci eravamo sentiti, non so bene perché. Tirava una brutta aria, ma non ne avevo capito la portata. Purtroppo aveva valutato male ogni cosa in questa storia. 16 mesi di valutazioni errate. 16 mesi a confondere razionalità ed irrazionalità. Amore ed egosimo. Amore e tradimento.
La notte del 30 avevo dormito male. Non avevo chiuso occhio col terrore che, boh, ci lasciassimo. Poi il 31 mattina avevo aperto facebook.  Avevo visto che "Davenne è impegnato con A.". E' m'ero rassicurato, come un bambino. Bastava leggere una informazione digitale per essere rassicurasi sulle sorti della propria vita.

Allora cosa avevo fatto, il 31 Agosto? Le avevo scritto una mail. Non mi va di postarla tutta.
Le avevo scritto che ero fiero del fatto stessimo ancora insieme dopo 16 mesi, che era incredibile che fossimo riusciti a costruire tutto ciò malgrado le difficoltà assurde (2 continenti diversi, lingue diverse, niente soldi). Le avevo scritto che solo pensare di stare con lei mi faceva piangere di gioia. Le avevo scritto che dopo 16 mesi ancora nn riuscivo nemmeno a guardare un'altra donna per strada, per quanto ero preso da lei. Le avevo scritto che stava arrivando l'autunno ed era venuto il momento di prendere decisioni più o meno grandi sulle nostre vite, Le avevo scritto che io ero qui, solo per lei e che ci sarei sempre stato.
Le avevo scritto, che su di me poteva contare sempre, in qualsiasi maledetto momento. Che avevo già lasciato tutto per lei, e che comunque non avrei certo smesso di fornirle prove quotidiane, di un amore stabilmente folle e degenerato. Le avevo scritto che ero io, Davenne.
La avevo scritto che l'avevo vista triste negli ultmi 2 gg e che bastava mi dicesse di cosa avesse bisogno e io gliel'avrei dato. E anche se lei non sapeva ciò di cui aveva bisogno, io avrei trovato la soluzione. Perché ero Davenne e risolvevo sempre tutto, alla fine.

Ma la vita oltre che terribilmente cinica, cattiva, malvagia, orribile è anche ironica. Perché, proprio mentre io le scrivevo parole d'amore, lei, intanto, a mia totale insaputa stava scrivendo la lettera con la quale mi scaricava. Buffo eh? Mentre io digitavo che per lei c'ero sempre, lei intingeva la penna nell'inchiosto e violentava la carta, e scriveva che dovevo sparire. Sì, sparire. Grazie di tutto, ma ora ciao. Scusami, ma non mi va più di stare con te.

Avevo inviato la mail, senza sapere della lettera che avrei ricevuto il giorno dopo.
Ero tutto sommato, contento. L'amore rende ingenui. Pensi basti quello per andare avanti. Magari ti basta anche, ma nn basta all'altro/a. Avevo inviato la mail e m'ero detto che sarebbe andato tutto bene. Che qualche mese dopo avremmo preso una casa insieme, e che era tutto bene in marcia verso la ricerca della felicità.

Ma m'ero sbagliato.

venerdì 21 gennaio 2011

Le misura da adottare



C'era una cosa che avevo intrapreso sin dal maledetto 1o Settembre: cancellare la sua esistenza fisica dalla mia vita. Misure draconiane.

Il primo passo era stato andarmene da Monaco: avevo buttato nel cesso il mio sogno tedesco. Bene. Quindi non l'avrei mai più rivista in vita mia, benissimo. Prendere il treno, mandare a fare in culo un futuro mezzo costruito. Tornare in Italia.

Poi avevo cancellato ogni numero di telefono, per non cadere in tentazione e chiamarla. All'inizio era servito a qualcosa, poi era persino passata la tentazione di sentirne la voce. Se avesse chiamato lei le avrei sbattuto il telefono in faccia. Ma lei non avrebbe mai chiamato.

Poi aveva deciso che non le avrei mai più inviato mail: tenevo ancora le 30.000 scambiate in 5 stagioni, ma non ne avevo mai più aperta una sola. Erano lì, in attesa si compiesse il loro funerale digitale. Avevo tolto la bella etichetta azzurra associata al suo indirizzo. Avevo messo l'etichetta in mezzo alle altre, non più tra le prima che appaiono sempre. Avevo cambiato il nome dell'etichetta in Bitch.

Poi avevo riposto TUTTE le sue cose in una scatola: camicia da notte, libri ricevuti in regalo, biglietti aerei ROMA - SAO PAULO, mezze confezioni di condom divise, disegni, taccuini, poesie, scontrini, imballaggi di cioccolatini, giocattolini scemi da bambini, tessere, tutto.

Abiurare ogni musica o film me la ricordasse. Canzoni portoghesi, tedesche, inglese. Coldpay, Joao Paulo e Daniel, Lacrimosa, etc. Non riprendere mai più in mano il libro di Richard Ford che stavo leggendo quando mi mandò a fare in culo.

Poi avevo dovuto fare la cosa peggiore: mettere via ogni foto. Non solo: ostinarmi nel non pensarla mai fisicamente, per poterne cancellare dalla mente il ricordo del viso. Ogni giorno impormi questa tortura. Cominciare a non ritrovarne più tutti gli angoli del viso e del corpo. Rendermi conto che non riuscivo più a rappresentarne mentalmente in modo perfetto le orecchie. Non poterne più disegnare gli occhi con precisione aliena. Già, cominciare a percepire le immagini in modo un po' più sfocato. Ricordare in modo automatico il colore della sua pelle, ma non più le dolci curve del suo naso.

Cancellare e sbiadire.
Divelgere e buttare giù.

Già, usare le poche forze residue, non più per costruire, ma per distruggere.

Ironico eh?

sabato 8 gennaio 2011

Mary and Max



Immaginiamo una storia.
Immaginiamo che c'è un bel ragazzo, sveglio, brillante, che parla troppe lingue, che vive in Germania, che viaggia, legge libri, vede film, scherza su tutto, è fissato con la politica, è la persona più autoironica del mondo.
E che sta insieme ad un'altra da 16 mesi, che hanno fatto l'amore poche ore prima, che si son guardati nelle palle degli occhi, sì, proprio negli occhi, che vivono nella stessa città, dividono la casa vuota per qualche giorno, che hanno grandi progetti.
Immaginiamo poi che lui sia la persona più innamorata del mondo (lo è davvero eh, quindi non serve un grande sforzo di fantasia), e che lei sia non solo la ragazza più bella abbiate mai visto, ma abbia anche una mente brillante, sia colta, legga poesie, ami la letteratura, abbia fatto conoscere Pessoa e Saramago al ragazzo.
Immaginate che siano una coppia bella da vedersi. Sia per le foto che per le discussioni. Immaginate che il giorno dopo partano insieme per Amsterdam.
Avete fatto?
Questo è il quadro nel quale io vidi Mary and Max. L'ultimo film che vedemmo assieme.


Mary è una ragazzina di 8 anni di Melbourne, un po' imbranata, vispa e piena di sensibilità. Max è un 40enne di New York, introverso ai limiti della sociopatia, ebreo, comunista, che vive ai margini della società. Intavolano casualmente una corrispondenza che durerà per anni.

Partiamo dalla fine: il film di Elliot è un capolavoro.
E' incredibile come l'autore abbia reso non solo plausibile, ma toccante, struggente, lo scambio di lettere tra due (entrambi a modo loro) emarginati. Lo stop motion utilizzato non ha nulla a che vedere con qualcosa di commerciale e/o vendibile. E' arte, senza secondi fini. Non strizza l'occhio allo spettatore. Il regista ama profondamente i suoi due personaggi, pur essendo loro dei perdenti, in partenza. Dei destinati all'esclusione. I film ed i personaggi di Tim Burton, a confronto, sono della gaie favole di Natale.

E' in fondo anche una grande storia d'amore oltre che d'amicizia, ma d'amore puro, come solo i disadattati sanno provare. Una storia di rotture, di pianti, di sogni. Di due persone che rifiutando la società in cui vivono (ed essendone rifiutati), trovano una boccata d'ossigeno solo nell'esistenza dell'altro. Nel sapere che c'è ancora qualcuno di diverso e quindi, di umano, con cui condividere la propria esistenza, anche se solo per via postale. Il tutto immerso in una malinconia non consolatoria e non fine a se stessa.
Un film sulla tragedia di due vite umane, che riesce però anche ad essere ilare, un film sulla morte che però è vissuta con serenità. Un film sull'orrore del vivere nella nostra società, che tuttavia prova a suggerirci che esista ancora speranza. Nell'altro contintente o forse a pochi passi da casa nostra c'è forse una persona in grado di capire, sentire, condividere, provare, empatizzare.

Le scene memorabili non si contano. Una per tutte però: lui scrive a lei che non è mai riuscito a piangere. Allora lei, gli manda, per posta, le sue lacrime.

Voto 9/10


Ps

Avete immaginato la scena iniziale? Ora vedete il film. Poi ripensate al ragazzo. Pensate che si mise a piangere alla fine del film, come un bambino di 8 anni, perché s'era sentito toccato dalle vicende. Perché s'era rivisto, tale e quale a Max. Perché aveva pensato che era un povero disadattato che viveva ai margini, e che, come Max, aveva avuto la fortuna incredibile di stare accanto, fisicamente, alla sua Mary. Erano lacrime di tristezza e di gioia allo stesso modo.
Pensate che erano andati a dormire insieme. Pensate che le lacrime erano cessate dopo un po', quando l'aveva stretta nel buio e le aveva detto che averla vicino era l'unica cosa che contasse nella sua vita. Che non gli importava nulla, ma proprio nulla, di ogni altra donna sulla terra, dei soldi, del lavoro, dell'Italia, di se stesso.

E pensate che 4 giorni dopo, lei l'aveva lasciato.

Black Swan



Quando ancora stavo in Brasile, a Sao Jose dos Campos, una sera vedemmo un film che lei amava particolarmente: Requiem from a dream, di Darren Aronofsky.
Era una film che disturbava, creava disagio e malessere. Se però visto, come feci io, in un totale stato di grazia, fisico, mentale, amoroso, risultava se non apprezzabile, quanto meno interessante.
M'è sembrato quindi opportuno vedere il nuovo film del regista, autore anche del buon The Wrestler e Pi Greco, il teorema del delirio.
Del resto, una cosa che non ho avuto il tempo di fare, è stata portarla ad un balletto a Monaco. O meglio: una cosa che lei non mi ha lasciato il tempo di fare.

Nina è una donna, che vive ancora in uno stato preadolescenziale. Tutta la sua vita e le sue energie vengono spremute per il balletto. Quando le viene offerta la parte principale ne "Il lago dei cigni", dovrà confrontarsi, finalmente, con una madre oppressiva, e, sopratutto, sé stessa.

Aronofsky riprende alcuna delle tematiche già trattate nei precedenti film. Dove esiste l'uomo, e sopratutto, cosa lo definisce? Sembra che Nina sia destinata ad essere compiutamente se stessa solo sul palcoscenico, e solo dopo essersi trasformata interiormente. Deve infatti interpretare sia il casto, puro e vergine cigno bianco, che il sensuale, tentatore e peccatore cigno nero. Inutile sperare in una impossibile sintesi. La lotta contro la parte più nascosta di noi stessi, non può sfociare in nessun lieto fine, e la conclusione non è tanto il fallimento di un percorso, quanto la sua totale inattuabilità pacifica. Nina non vuole più essere il cigno bianco, ma è incapace di diventare quello nero senza votarsi in toto alla sua parte oscura.

La Portman recita bene, ma il vizio di Aronofsky di unire troppe tematiche insieme (il thriller, l'horror, la rivolta giovanile, l'erotismo, il dramma), tende a rendere il film, oltre che lentissimo, anche non particolarmente godibile.
Il seguito in chiave femminile ed artistica di The Wrestler, non mi pare particolarmente riuscito. Peccato: il regista ha talento, ma è forse un po' troppo innamorato delle proprie qualità.

Ps:
Cassel fuori luogo: quando fa il bulletto di periferia è perfetto, ma vederlo da coreografo, è sfiorare il ridicolo.

Voto 5/10

venerdì 7 gennaio 2011

Fico assim sem você



Strano vedere come la parole,
e la musica
e la melodia
ed i suoni
che prima ti provocavano piacere ora siano un pugno nello stomaco.

Una canzoncina scema brasiliana, (sentita per la prima volta alla fine di Turistas, girato ad Ubatuba, ah..) che amavo canticchiare, pensando a lei, e che conoscevo parola per parola, ora è solo causa di bile. Mal di pancia.

E ricordare di quando Eva ce la canticchiò, e io le dissi, ad A., che sarebbe stata una madre perfetta, (piena di idee, iniziative, entusiasmo e falsità), e mi specchiavo in un futuro già morto, e tutto sembrava così facile. Non servivan soldi, lavoro, casa. Bastava guardarla e tutto sarebbe successo.

E ricordare di quando a SJC, mi spiegò che "Queijo e goiabada" erano Romeo e Giulietta.

E.. ricordare, ricordare, vivere nel passato, per scelta, necessità e mancanza di alternative.

Del resto, si diceva che: "Todo amor é eterno. Se não é eterno, nao éra amor."


Por que é que tem que ser assim
Se o meu desejo não tem fim
Eu te quero a todo instante
Nem mil alto-falantes vão poder falar por mim 

Eu não existo longe de você
E a solidão é o meu pior castigo
Eu conto as horas pra poder te ver
Mas o relógio tá de mal comigo

Cosa era successo il 1 Settembre 2010


Mi ero alzato, avevo preparato la colazione per i bambini. Poi li avevo portati al campo di calcio. Avevo cercato di chiamarla, vero le 9, ma avevo trovato la segreteria: "hey babe, what do you think about to have a dinner together tonight? i miss u, talk you soon."
Ero tornato a casa in bicicletta e mi ero messo a pulire le stanze Fritz e Franz (sì, facevo l'au pair: avevo lasciato l'Italia per seguirla e pur di starle vicino facevo il ragazzo alla pari, amen i titoli di studio, le specializzazioni, le aspettative). Poi alle 13 le avevo mandato un sms, avevo provato ad usare gtalk, e l'avevo chiamata a casa. Niente.
Mi ero preoccupato. Sarà malata. Sarà stanca. Forse le è successo qualcosa.
Poi alle 14 era passato il postino. Mi aveva lasciato il TIME ed una lettera.

***

Avevo aperto la lettera. Ma avevo già capito. Mi tremevano le mani. Non sto scherzando: mi stavano tremando le mani. Ancora oggi tremano ogni tanto. Ho aperto la busta ed ho iniziato a leggere i deliri di una persona che amavo. No: ho aperto ed ho iniziato a leggere i deliri DELLA persona che amavo.
Ho letto.
Ho avuto un crampo allo stomaco e sono caduto per terra. Ho preso la bicicletta e son corso fuori, spingendo finché non avessi male ai polpacci. Ho chiamato mia sorella che era in partenza per Londra. Ho iniziato a pingere, piangere, piangere. E lei sì, mi diceva: "'sta maledetta troia, è un bene sia finita così, fidati, è una persona disgustosa e l'abbiamo sempre pensato", ma io non sentivo, io piangevo. 3 giorni prima lì a farmi moine ("can just think about you") e poi mi mandi a fare in culo con una lettera. Una schifosa lettera.

***

Le ho mandato un sms. "I'm coming there just to talk with you. i'll respect every decision of you. I just wanna talk". Ho preso la S-Bahn e sono andato a Monaco. Lei mi ha risposto all'sms "LEAVE ME. I DON'T WANNA NEVER SEE YOU AGAIN". Come se avessi fatto qualcosa di atroce. Davvero, sembrava che mi avesse beccato con un'altra o qualcosa di simile. Sembrava che fossi stato accusato di pedofilia. Di violenza sessuale. Di atti razziali. Di antisemitismo (oddio, quello a lei non sarebbe fregato un cazzo, stronza).
Sono sceso a Pasing e mi sono fatto a piedi fino a casa sua. Erano 8 km. Tanto avevo tempo. Sono arrivato a casa sua. Ho provato a chiamarla, ma lei non rispondeva mai. Le ho lasciato altri messaggi. "Please, we are together since 16 months, i've let everything for you, and u don't wanna even fkng talk with me?"
Prima calmo. Poi toccato. Poi disperato. Poi non si sentiva più nulla, solo lacrime e mugugni in inglese.  "We  sleep together since more than 1 year, and u dare give me up like this?"
Non ho suonato alla sua porta. Non ho voluto imporle alcun imbarazzo. Non ho voluto farle scenate.

***

Poi ho chiamato la mia amica ucraina. Aspettavo piangendo in Marienplatz. C'erano gli ubriachi. C'erano ragazzi sorridenti. C'era una ragazza che m'aveva visto piangere. "Kann ich dir helfen? Magst du ein Bier?". Nein danke avevo risposto.
E Kate è arrivata. Mi ha chiesto cosa succedeva. E io non riuscivo nemmeno a parlare. E allora abbiamo preso una birra, ma io non ce la facevo, piangevo e basta. M'ha detto quello che pensava di A. Troppo tardi. Fuori tempo massimo. E poi il fatto venisse considerata una stronza da tutti non alleviava certo i miei dolori. Abbiam finito la birra. Le ho detto che volevo buttarmi sotto la metro, ma me ne mancava il coraggio e l'egoismo. Lei mi ha detto che ero pazzo.

***

Sono tornato a casa. L'ho cancellata da facebook e twitter. Ho tolto "Davenne è impegnato in una relazione con A."
Ecco a come ci siamo ridotti nel 2010. La cosa peggiore che possa fare una persona che rifiuta ogni forma di violenza (non solo fisica, ovviamente, ma anche morale) è confinata nella virtualità. Mi son messo a letto. Non ho chiuso occhio tutta la notte. La mia amica ucraina mi ha mandato un sms durante la notte, che ancora conservo. E' l'unico sms che ho tenuto di un anno di vita in Germania. Poi verso le 04.15 ho chiuso gli occhi, e sono morto.

***

Non ho cancellato le oltre 30.000 mail. Sono tornato in Italia qlc gg dopo. La lettera è in fondo ad una cassa, sotto al mio letto. Come ogni sua cosa. Come ogni cosa possa testimoniare lei sia mai esistita.
Io son sempre sepolto qui. Ogni tanto qualcuno viene a visitare la mia tomba.

giovedì 6 gennaio 2011

Che bella giornata


In Agosto, quando vivevo ancora a Monaco, mi venne a trovare mia sorella, per una settimana.
Mentre A., era di gita a Graz (senza di me, toh, che strano) e mentre ne aspettavo ansiosamente il ritorno, contando i minuti che ci separavano (del resto lei mi aveva mandato un sms poche ore prima "I can just think about you". dieci giorni dopo mi mollava: quando dici "coerenza" o anche "verità"), decidemmo di vederci la prima fatica di Checco Zalone al secolo Luca Medici, Cado dalla nuvole. E non ce ne pentimmo.
Quindi oggi, abbiamo replicato con Che bella giornata.

Checco vuole entrare nei carabinieri. Purtroppo anche il terzo tentativo ("c'è recidiva") fallisce. Potrà tuttavia mostrare "le sue dote" lavorando come guardia giurata presso il duomo di Milano. E sventando, suo malgrado, un attentato terroristico.

Zalone dopo il primo film riuscito decide di non alzare il tiro. E fa bene. Il film si lascia vedere, le gag funzionano, i dialoghi son spiritosi. Assenza quasi totale di volgarità. Con il suo fare da idiota (non mi arrischio nel vedervi influenze dostoieskiane), mette in ridicolo un certo tipo di società e di costumi. Senza assolverle. E, attenzione, sebbene il film sia totalmente privo di carica eversiva e contestatrice, non mancano un paio di battute feroci contro i nostri "interventi di pace" in Iraq e nel mondo ("mi pagano 6.000 euro al mese per non fare un cazzo", "che mi frega della pace nel mondo, io penso alla mia di pace", "rimango lì fin a quando non ho pagato il mutuo").
Musiche simpatiche, ("Angela" rimane però ineguagliata) e cammeo di Caparezza, nel ruolo di semi - se stesso.

Il talento non manca a Zalone, ora vien però da chiedersi cosa vorrà fare da grande. Aspetteremo il terzo film. Stavolta però, il tiro andrà alzato.

Voto 6.5 / 10

giovedì 30 dicembre 2010

Knowing Me, Knowing You


Knowing me, knowing you
There is nothing we can do
Knowing me, knowing you
We just have to face it, this time we're through
Breaking up is never easy, I know but I have to go
Knowing me, knowing you
It's the best I can do


M'ero giusto addormentato sentendola. Avrei voluto chiudere gli occhi con qualcosa di più allegro nella mente, che so', Rosemary's Baby di Polanski. Invece m'ero toccata 'sta canzone. Avevo maledetto A., immaginandola nell'atto del sentirla prima di mollarmi, quasi a trovarsi una giustificazione. Breaking up is never easy, I know but I have to go, Knowing me, knowing you, It's the best I can do. Ancora non avevo trovato un equilibrio decente da opporre alla libertà altrui. I mesi eran passati. E stavo sempre allo stesso punto.

Certo: "opporsi" è una parola grossa, ed un verbo impegnativo. Non ci si può e deve opporre ad un rifiuto, anche se arriva fuori tempo massimo. Anche se arriva dalla persona per la quale ti sei tolto il sangue dal cervello ed i nervi dalla pelle. Quindi, niente.
Accettare. In silenzio, andarsene, senza protestare. Provare a rendersi ridicoli un pomeriggio, a Monaco, piangendo senza sosta per ore, davanti a passanti inteneriti dal 26enne con le lacrime agli occhi che non riusciva nemmeno a parlare. Gente che si sarà chiesta: "ma perché questo ragazzo piange come un disperato e la ragazza non fa niente, guarda di fronte a sé e basta?".
Implorare, sì, certo, si fa anche quello. Ma dopo, basta. Preparare le valigie e tornare a casa. Tentare di fare come fosse morta. Ed un lutto da eleborare. Un lutto impossibile da elaborare. Come Julien Davenne, ne "La Chambre verte"

Tra qualche anno saprò dirvi.

domenica 26 dicembre 2010

The 1st post

Questo è il primo post. Lo sto scrivendo la sera di Natale, anche se probabilmente, quando avrò finito di redigerlo sarà già il 26. Lo scrivo questa sera per una ragione espressa: è il 25 Dicembre e ciò che ho di più urgente da fare, è scrivere un blog.
No, non ho passioni.
Una via eufemistica per dire che non esco più con nessuna. Al momento. Ma questo momento dura da mesi. Perché? Oddio, troppo complesso. Sappiate che sono nato 27 anni fa. E sono morto il 1 Settembre 2010, in Germania. O meglio, da quel giorno, sono un "non morto" (non è mia, l'ho rubata!). Certo, respiro, vedo amici, bevo, vedo film, leggo, esco con tipe (sì, prima ho scritto che non uscivo con nessuna. Ma, insomma, c'è uscire ed uscire, no?), pago master inutili, progetto le solite fughe in avanti che mi portano sempre indietro.
Ma non è più una vita decente. Mancano le aspettative. E io, ho sempre e solo vissuto di quelle. me ne sono cibato nelle notti brasiliane di Ubatuba, nelle S-Bahn di München e nei marciapiedi di Graz. Ed ora non le ho più. Aspetto, a volte con ironia, altre con sofferenza che il mio pavido e stanco cuore smetta di battere (sn troppo miserabile per avere un ruolo attivo, nella cessazione delle sue risibili funzioni).
E intanto? Intanto niente. Scrivo perché "quello che conta è scrivere", direbbe Vecchioni.

***

Oggi ho dovuto veder per un attimo una vecchia foto di me e lei. Ho dovuto farlo perché stavo cercando quella che ho usato in questo blog (quella in alto a destra).
Lei era distesa sull'erba e io le ero appoggiato sopra con i gomiti, e scrivevo una poesia.
E ridevamo come pazzi. E eravamo giovani. E belli. E brillanti. E pieni di vita. Non scriverò "e ci amavamo", ma quantomeno, io amavo lei.
E vedendo questa foto (no, non la metterò sul blog. voglio che una delle regole di questo blog sia che A. non appaia [quasi] mai), per 2 secondi, mi son chiesto come fosse possibile avesse deciso di bruciare tutto, e mollarmi com l'ultimo degli scemi. Me lo son chiesto per la 92374esima volta.
E non ho trovato risposte.
Sì, sono l'unico povero mediocre del mondo che è anche un grande narcisista. A me piace essere contraddittorio. In un certo senso, solo gli idioti non lo sono.

***

Bene, vorrei scrivere di aver molte domande e poche risposte, come scriverebbe un fighetto qualsiasi.
Ma io, ormai, vivo il dramma opposto. Ho le risposte: anche quelle che non desideravo conoscere.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...