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sabato 8 gennaio 2011

Mary and Max



Immaginiamo una storia.
Immaginiamo che c'è un bel ragazzo, sveglio, brillante, che parla troppe lingue, che vive in Germania, che viaggia, legge libri, vede film, scherza su tutto, è fissato con la politica, è la persona più autoironica del mondo.
E che sta insieme ad un'altra da 16 mesi, che hanno fatto l'amore poche ore prima, che si son guardati nelle palle degli occhi, sì, proprio negli occhi, che vivono nella stessa città, dividono la casa vuota per qualche giorno, che hanno grandi progetti.
Immaginiamo poi che lui sia la persona più innamorata del mondo (lo è davvero eh, quindi non serve un grande sforzo di fantasia), e che lei sia non solo la ragazza più bella abbiate mai visto, ma abbia anche una mente brillante, sia colta, legga poesie, ami la letteratura, abbia fatto conoscere Pessoa e Saramago al ragazzo.
Immaginate che siano una coppia bella da vedersi. Sia per le foto che per le discussioni. Immaginate che il giorno dopo partano insieme per Amsterdam.
Avete fatto?
Questo è il quadro nel quale io vidi Mary and Max. L'ultimo film che vedemmo assieme.


Mary è una ragazzina di 8 anni di Melbourne, un po' imbranata, vispa e piena di sensibilità. Max è un 40enne di New York, introverso ai limiti della sociopatia, ebreo, comunista, che vive ai margini della società. Intavolano casualmente una corrispondenza che durerà per anni.

Partiamo dalla fine: il film di Elliot è un capolavoro.
E' incredibile come l'autore abbia reso non solo plausibile, ma toccante, struggente, lo scambio di lettere tra due (entrambi a modo loro) emarginati. Lo stop motion utilizzato non ha nulla a che vedere con qualcosa di commerciale e/o vendibile. E' arte, senza secondi fini. Non strizza l'occhio allo spettatore. Il regista ama profondamente i suoi due personaggi, pur essendo loro dei perdenti, in partenza. Dei destinati all'esclusione. I film ed i personaggi di Tim Burton, a confronto, sono della gaie favole di Natale.

E' in fondo anche una grande storia d'amore oltre che d'amicizia, ma d'amore puro, come solo i disadattati sanno provare. Una storia di rotture, di pianti, di sogni. Di due persone che rifiutando la società in cui vivono (ed essendone rifiutati), trovano una boccata d'ossigeno solo nell'esistenza dell'altro. Nel sapere che c'è ancora qualcuno di diverso e quindi, di umano, con cui condividere la propria esistenza, anche se solo per via postale. Il tutto immerso in una malinconia non consolatoria e non fine a se stessa.
Un film sulla tragedia di due vite umane, che riesce però anche ad essere ilare, un film sulla morte che però è vissuta con serenità. Un film sull'orrore del vivere nella nostra società, che tuttavia prova a suggerirci che esista ancora speranza. Nell'altro contintente o forse a pochi passi da casa nostra c'è forse una persona in grado di capire, sentire, condividere, provare, empatizzare.

Le scene memorabili non si contano. Una per tutte però: lui scrive a lei che non è mai riuscito a piangere. Allora lei, gli manda, per posta, le sue lacrime.

Voto 9/10


Ps

Avete immaginato la scena iniziale? Ora vedete il film. Poi ripensate al ragazzo. Pensate che si mise a piangere alla fine del film, come un bambino di 8 anni, perché s'era sentito toccato dalle vicende. Perché s'era rivisto, tale e quale a Max. Perché aveva pensato che era un povero disadattato che viveva ai margini, e che, come Max, aveva avuto la fortuna incredibile di stare accanto, fisicamente, alla sua Mary. Erano lacrime di tristezza e di gioia allo stesso modo.
Pensate che erano andati a dormire insieme. Pensate che le lacrime erano cessate dopo un po', quando l'aveva stretta nel buio e le aveva detto che averla vicino era l'unica cosa che contasse nella sua vita. Che non gli importava nulla, ma proprio nulla, di ogni altra donna sulla terra, dei soldi, del lavoro, dell'Italia, di se stesso.

E pensate che 4 giorni dopo, lei l'aveva lasciato.

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