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sabato 25 gennaio 2014

La pepiera da riempire





Avevo una grande parete bianca. L'avrei avuta a breve. Avrei potuto cominciare a scriverci sopra, incollarci biglietti aerei, conti di ristorante, mappe di città viste una volta, disegni fatti male, liste dei film che avevo visto. Era bianca, quindi andava riempita con qualcosa. No, alla fine ci sarebbe andata una libreria (quale?), che avrebbe ospitato i libri letti, quelli da leggere, quelli comprati che non sarebbero mai stati aperti.
Non avrebbe ospitato ricordi: non si poteva.

Era un triste destino il loro, in un film (o era un libro?) appena visto, uno dei protagonisti spiegava gli anni che passavano in modo elementare (no, l'ho un po' modificato): la prima parte della vita accumuli ricordi, nella seconda rivivi ciò che hai accumulato. Quindi la vita, gli anni, l'esistenza ruotano tutto attorno alle memorie, gli istanti carpiti, le cose vissute ed immagazzinate. Ma non potevi tenerli tutti: come ogni cosa per mantenersi vivi avevano bisogno d'essere coccolati. Evocati, discussi, citati, persino modificati. Ma non abbandonati del tutto, in fondo a scatole, vecchie email, cassetti.

Io ero arrivato oramai agli anni avanzati della giovinezza (insomma: non ero più giovane, benché rimanessi sempre un ragazzo) e m'ero reso conto che intere fette di ricordi, erano sepolte, per l'impossibilità di farne alcunché. Non potevo discuterne con nessuno.
Quante volte avrei voluto che A., fosse stata ancora viva, solo per dirle: 'ma ti ricordi quella sera? Eravamo al pub, era presto, ma già suonavano e il Brasile giocava contro l'Argentina, Luis Fabiano aveva segnato?' - 'ti ricordi stavo mangiando un a torta in albergo ed arrivata te, con una gonna nera?' - 'ti ricordi arrivammo ad Ubatuba e il tizio ridicolo che doveva darci le chiavi...'. - 'Ti ricordo di quell'horror assurdo che si svolgeva in ospedale, che non finimmo mai di vedere?' . Ma questi in fondo erano i ricordi che volevo condividere, ma che in parte avevano ancora un minimo di vigore. Altri oramai erano scomparsi in silenzio? Come si chiamava l'albergo con le stanze verdi? Come si chiamava quel cartone animato anni '80, mezzo fantasy, che finiva all'improvviso? Ti ricordi. Anche te.

Avevo desiderato dire ti ricordi? tante volte, era un piacere nascosto, che non avrei mai più potuto usare. Una di quelle cose che mi avrebbe dato un senso di euforia, come quando non bevi da ore e ore e trovi finalmente una birra (Brama?) davanti a te. L'avevo desiderato anche dopo che era morta, anzi: sopratutto dopo i primi anni (ne sono passati 4), poter parlare tranquillamente di qualcosa di andato da evocare. Ma non si poteva. Era un equilibrio strano: certe cose le volevi ridiscutere, ma sapevi bene che non potevi farlo, pena riaprire le cripte di vampiri assetati del tuo benessere. Non si poteva perché al piacere del ricordo faceva da contraltare la paura, l'astio, il rancore. Anche se il rancore era passato, c'era il ricordo del rancore passato, sempre vivo. Bisognava dimenticare di aver ricordato.

Ma A. in fondo era solo l'apice di tutto ciò. C'erano anche i ricordi delle giornate strane e piacevoli con Federica, quel modo bislacco di frequentarci che avevo ancora in mente con affetto. Il bar russo di Tallin, la bella camera di quell'hotel, il mercato enorme di Riga, il molo dell'Elba. Non potevo chiamare Chiara e chiederle della prima volta al cinema (il Filmstudio? O era Tom Hanks su quel film in aeroporto?). Chiederle dell'orribile stazione dell'FR1 dove passavo pomeriggi. Non potevo evocare due strani aneddoti su Khaled Hosseini nati con lei e A. Non potevo chiamare Chaira, Federica, nessuno, sarebbe stato così fuoriluogo. Ciao, parliamo dei ricordi? No, non si poteva. Era già imbarazzante maneggiarli con i vivi, con le persone con rapporti attuali, figurarsi con chi era scomparso.
E sopratutto non tutti avevo gli stessi ricordi. Le cose avvenuto avevano un senso per una parte e uno totalmente diverso per l'altra. Era bello riviverli in superficie, ma scavare restava sempre troppo pericoloso. Rimaneva sempre presente il rischio di dover fare i conti con il diverso peso specifico attribuito ad un momento dalle due parti. No, andava lasciato tutto così. 

Perché c'era anche ipocrisia nelle cose immagazzinate. Di fatto il cervello tendeva a cancellare o comunque a porre in zone remote tutto le cose più dolorose. Magari i fatti simbolici del dolore li tenevi bene in mente se cercavi, ma tutto il resto, tutto il dolore grigio chiaro era svanito. Facile così. Tenere in vista i bei vestiti di un tempo che non entravano più mentre quelli lisi e brutti erano in cantina. Facile, sì.
E pensavo a tutti i ricordi che stavo accumulando adesso, ed alla paura di dover un giorno dimenticare anche quelli. Anche quelli non dimenticabili. Anche la 2a o 3a notte di Belfast, quando nella notte m'ero svegliato terrorizzato (dai vecchi ricordi?) e avevo trovato lei accanto a me, che dormiva, bella con i suoi capelli sulla nuca. E l'avevo stretta e m'era sembrato d'essere sopravvissuto ad un cambio d'era geologica.
Sulla parete avrei messo una libreria e dei poster.
Il ricordo di quella strano giornata, con volo Roma - Zurigo, io che ascoltavo con il mio lettore MP3 ZEN le repliche della Gialappa's di Sanremo 2001 e ridevo come un cretino davanti a tutti, felice perché a breve sarei tornato a Monaco (S8 e S1) l'avrei tenuto per me. Era inutile condividere una cosa che stava lentamente morendo.

martedì 24 dicembre 2013

Natale veneto



Camminava verso di me. Oppure correva, in modo goffo, con delle zampe che non si sa per quale ragione potessero reggere il peso di tutto il corpo. Se qualcuno entrava in casa, suonava, si avvicinava all'entrata, marcava subito il territorio: qui passi se lo dico io, e comunque avviso tutti. Non si sa mai. 
Una volta mi ha morso e ho trovato la cosa davvero inqualificabile: mordere me. Non so e non ricordo nemmeno se avessimo sviluppato i concetti minimi di empatia, ma stazionava lì, sul suo letto, a passarle amore, in quel modo incondizionato e scemo come solo i cani sanno fare.

E sentirla abbaiare scatenava in me riflessi pavloviani: ero arrivato a Treviso, avrei passato lì il pomeriggio (le giornate), avrei visto film, bevuto vino (dove cazzo fosse nascosto quello buono permane un mistero dopo anni), dormito in un letto comodo ed immenso. Erano in fondo anni eroici, con decisioni che parevano ponderate, ma erano frutto di grande improvvisazione, voglia di rischi oltre i calcoli dei 19enni, eterni viaggi in treni lenti che non arrivavano mai. 
Erano anni interessanti ed anche il cane di lei, aveva un suo preciso ruolo nella mia vita.
E sapere che ora c'ha lasciato non era una bella notizia. Per Elisa, per Niki, ed, egoisticamente, anche per me. Era in fondo, un pezzo sepolto della mia adolescenza che veniva a mancare, stavolta definitivamente.

Mi venne da piangere.

sabato 26 marzo 2011

Il compleanno di Elisa


Erano le 21. C'era lo sciopero dei treni. Il mio, per Udine, doveva partire attorno alle 22.40. Non le avevo detto nulla, sarei andato a trovarla senza invito, senza avviso, senza preamboli. Non sapevo ancora se il treno sarebbe partito. Mi ero stancato delle telefonate. Poi, allora, mica c'era skype o gtalk. Avevo mangiato a casa di mio padre, non troppo, e bevuto una birra. Mio padre mi aveva detto che non era il caso di farsi la seconda. Poi eravamo andati in stazione. Orde di passeggeri accampati per i corridoi. Avevo cercato con ansia il nome del mio treno sul tabellone delle partenze: non era ancora stato digitalizzato, ma era di quelli che con le letterine che girano, ed a poco a poco compongono orari, nomi di stazioni, sogni. Ed eccolo, era apparso. Come si chiamava? Canova, forse. Ero salito. C'era una ragazzo napoletano che andava a trovare la sua fidanzata a Bologna. Un tipo di colore che andava a Pordenone. Un prete che viaggiava con una scolaresca, o forse erano ragazzi dell'oratorio.
Mio padre m'aveva salutato un po' inquieto, ed il treno, s'era mosso. Viaggiavo per la prima volta completamente solo. Di notte. Avevo deciso che avrei fatto i maledetti 600 km, per andarla a trovare. Bisognava battere e levare, prendere la situazione di pugno, no? E poi' avevo dato la maturità qualche giorno prima, cosa mi sarebbe mai potuto succedere?

***

Un ragazzino che viaggiava col prete leggeva un libro sui nazisti. Anzi faceva finta di elggerlo. Il ragazzo napoletanao fremeva dalla voglia di arrivare a Bologna. Il nero si faceva i cazzi suoi, dispensando qualche sorriso. Ogni tanto chiudevo gli occhi, ma l'adrenalina del viaggio, dell'incontro prossimo, mi teneva abbastanza sveglio. Viaggiavo con il gel nella mia tracolla di cotone. Quella sarebbe stata l'ultima volta in vita in cui avrei usato il gel. Alle 4 eravamo arrivati a Padova. "Arrivederci, padre", avevo detto al prete, dandomi un tono serio e fuori luogo. Cazzo ero un ragazzino. Probabilmente mi ero persino sbarbato. Ma non me lo ricordo. Alle 5 eravamo rimasti un'ora fermi a Venezia. Avevo scambiato due parole in francese con il tipo. Ma non mi ricordo da che nazione venisse. Era tranquillo. Chissà che fine ha fatto. Incontriamo persone sui treni, che poi scompaiono dalla nostra vita. Mica c'era facebook allora. Mica c'era twitter. Del resto, spariscono dalla nostra vita anche le persone che amiamo. Figurati quelle degli scompartimenti di trenitalia.

Poi alle 6 ero arrivato a Treviso. Eccola era lì. Finalmente camminavo e mi orientavo per le vie della maledetta città. Vedevo l'orribile palla di ferro vicino alla stazione, il Sile, i bar. Vedevo le aiuole e per la prima volta, una città italiana, pulita, e piacevole. Ero al nord, insomma. Giravo per le vie  con fare esperto, seppure non avessi la minima idea di quel che dovessi o potessi fare. Mi riempivo di caffè. Mi ero lavato il viso alla fontana, tra gli sguardi attoniti dei passanti benpensanti. Dispensavo loro i miei migliori sorrisi ironici. Stavo affinando la tecnica che col tempo sarebbe diventata arte. 
Poi l'ufficio turistico aveva aperto. Mi avevano dato la mappina verde di Treviso. Avevo cominciato a girovagare con senso. Ero andato al mercato, credendo di scorgere sua madre in ogni donna bionda sui 45. M'ero seduto a leggere la Repubblica. O forse era il Manifesto. Mi piaceva fare il tipo di sinistra, allora.
Poi l'avevo chiamata, mentre ero davanti all'ufficio dell'immigrazione.

Sono quì
Quì dove?
Indovina
Cosa cazzo dici
Eh oh
Perché, perché
Volevo vederti
Non dovevi
Ora però son qua
Allora vattene
Ma perché?
Non possiamo, non possiamo

La telefonata era finita. Sembrava che fossi atterrato in padania, a 600 km da casa mia, senza motivo. In futuro avrei fatto di peggio, finendo a 12.000 km da casa, nel continente sbagliato, al momento giusto, per la donna sbagliata. Ma il futuro era lontano. Il futuro ancora non si vedeva. Il futuro era come avrei passato tutta la giornata a Treviso, incazzato per un rifiuto incomprensibile, e senza poi tutta questa voglia di riempirmi di spritz all day long. Avevo mandato un po' di sms a gente a caso. M'ero accorto che le ragazze di Treviso mi guardavano. Era la prima volta che prendevo un po' consapevolezza che non ero poi tanto male. Anzi. Avevo scambiato un po' di sms con Elisa. Ricordo male i testi. Ricordo male tutto. Ero giovane, dopotutto, no?

Poi però lei, mossa pa passione, pietà e rimorso, aveva acconsentito al vedermi. Ma avrei dovuto aspettare che i suoi fossero andati via. Ero arrivato alla via di casa sua alle 20.00 - scendi alla fermata delle scuole elementari, chiedi all'autista. Poi attraversa la piazza e gira a sinistra, dopo il ponte -.
Non trovavo il cancello. Giravo senza senso.

"Ma non lì, qui!"
Era la sua voce.

Avevo trovato il cancella ed ero entrato. Le indossava una maglietta grigia. C'era la coca cola sul tavolo. Avevamo parlati vagamente imbarazzati. Ci eravamo baciati dopo un po'. E' dura la vita del 18enne, la vita del ciclista che viaggia sui treni, del lettore di libri in piena formazione che arriva a Treviso. E' dura la vita di un ragazzo emotivamente immaturo. Lo ero. E lo sono ancora.  E' dura la mia vita.

Dopo 2 ore di baci scemi, e frasi dolci me n'ero andato. Sorridevo. Era notte, ed ero su una strada provinciale, a piedi. Non sapevo come orientarmi. Avevo il treno per Roma poco dopo. Girava a caso. Perso sia nei movimenti che nella testa, tale era stata l'emozione. Nessuno in grado di darmi una indicazione. Poi alla fine avevo fatto l'autostop. Un tipo mi aveva salvato, davvero. Era andato come un pazzo, e la mia mancanza di personalità mi aveva impedito di allacciarmi la cintura di sicurezza.
Alla fine ero arrivato alla stazione, le avevo mandato un paio di sms ed ero salito sul treno per Roma. Non ricordo chi fosse nel mio scompartimento. Però, mentre chiudevo gli occhi per la stanchezza, ricordo ch'ero felice. Già. Ricordo solo una sensazione di felicità vitale, come solo l'inizio dell'amore sa darti. Come solo l'amore dei giovani scemi può dare.

Quasi 9 anni dopo, erano successe un sacco di cose.

Ed ero finito a scrivere un post, sul mio blog, per il giorno del compleanno di Elisa.

domenica 20 marzo 2011

Una lettera che viaggiò per 10 anni

Non so se ho la dote del permettere alle persone di tirare fuori il peggio di loro, con me.
Non lo so. Comincio a crederlo, però.
Probabilmente anch'io sono pesante da accettare. Sono mediocre e tediante. Sono noioso, pungente e non di buona compagnia. Ho un carattere meschino. Non lo so. Sono egoista, non nel senso stratto del termine, ma in quello più profondo, nascosto. E pericoloso. Sono un talentuoso buono a nulla, davvero. E' persino appagante esserlo. Avere un po' di talento per quaqsi tutto, ma non essere in grado di far nulla.

Ma a volte mi chiedo perché. Perché succedono le cose intorno a me. O perché non riesco ad interpretare con leggerezza un po' scema e un po' enfatica tutto quel che si muove vicino a me. Perché non riesco.

***


Perché una persona che conosco da 10 anni, mi dica che nn ha più intenzione di rivolgermi la parola, solamente perché avendo ricevuto una sua lettera, dopo 8 anni,  non ho voluto leggerla pieno di birra alle 22.40, ma ho deciso di non aprirla nemmeno, riservandomi il piacere di farlo per il giorno successivo. Davvero. Non è nemmeno una reazione spropositata, è senza senso. Almeno ai miei occhi.
E non posso nemmeno fare il commentino acido: "si vede che non aspettava che una scusa per troncare il rapporto", perché non è vero. E sarebbe terribilmente ingiusto nei suoi confronti, che più d'una volta m'ha buttato un salvagente, mentre annaspavo tra i vortici dell'oblio. E allora?

E'  una persona che ha convidiso da protagonista un pezzo della mia vita, anni di formazione, anni di cambiamento, anni di amore, di odio, di ripicche, di entusiasmi.  E' una persona che ha poi condiviso, da spettatrice atuorizzata, ciò che mi succedeva. Le donne nuove ed i dolori. Il lavoro e l'università. Le cadute ed i tentativi di risalita. I successi ed i momenti di felicità allo stato puro e senza senso.
Allora perché devo privarmi delle sue parole, dei suoi messaggi, della sua voce? Perché ho deciso di allungare il piacere dell'attesa di leggere le sue parole? Perché sono io, e quindi non vado (mai) bene? Perché porto di me un qualche germe che conduce, immancabilmente al distacco?



***

E quindi, non capisco. Mi sveglio una domenica mattina, nel mio letto, bevo un caffè, e mi chiedo perché tutto attorno a me sia così strano. Persino le poche persone a me familiari.

E, non leggo la lettera.

mercoledì 19 gennaio 2011

Appunti

Quello aveva detto, alla fine: "fate marketing su voi stessi". E poi: "valorizzate il vostro brand".
Io avevo abbassato lo sguardo sul mio block-notes.

Bene, essere ipocriti ed annuire a tutto. Sei in un corso di marketing, ti aspetti non ti vengano a parlare di Salavdor Allende o del fatto ci siano 2 miliardi di persone che crepano di fame, per carità. Accetti tutto. Ma fare marketing su me stesso, no. Posso dare capocciate al muro, posso darmi del mediocre e del fallito, posso fare il figo di mondo che non è più interessato alle donne, sì. Ma non valorizzerò il mio brand. Non annuirò, spiacente. Non fa parte della mia linea di partito. Del resto, io sono stato espulso dal partito di me stesso.

Insomma, avevo abbassato lo sguardo. E ghignato, in modo  velenoso e malinconico.

***

Oggi una tipa m'ha detto seria, sorridente e senza alcun tono polemico: "io ancora non ti ho inquadrato. non so se sei ironico, serio, se ci prendi per il culo."
"Tranquilla cara", le ho risposto, "sono ininquadrabile". Grazie al cielo.
E' una vita che scappo per non farmi riporre nei vostri cataloghi del cazzo. Per non farmi ghettizzare in una qualche categoria della minchia. E lo faccio in silenzio: senza tingermi di viola i capelli, senza andare vestito come un pezzente, senza urlare e senza fare l'asociale. Senza farmi la canne, ma nemmeno dicendo che non me lo faccio. Io non ho bisogno di dire, di fare, di dimostrare, di interpretare.

Poi m'hanno mandato a fare un'indagine di mercato per strada. Dovevo fermare donne dai 24 ai 36 anni. Una tipa del master mi fa: "vabè, te non avrai problemi,no?". Ammiccando un po'. Aveva colto, del mio personaggio, il lato del grande seduttore. Non ancora quello dell'uomo che non era più interessato alle donne.

Bene bene


***

Leggevo la Repubblica. Un tipo mi si era avvicinato.

"Eh adesso tutti a criticare Berlusconi, ma chi non se la sarebbe fatta, a Ruby?"
"Io"
"Se e vabè!"
"Sai com'è, ancora non son caduto così in basso da dover pagare un altro essere umano per permettermi di penetrarlo."
"Eh vabè, chi dice niente su quello, però se te la pagava qualcun'altro..."


Non avevo risposto. Davvero. Era tutto troppo grottesco. Non potevo credere che il problema non fosse lo squallore del dover pagare una ragazzina per scopare, ma solo chi regolasse la fattura. Ma dove cazzo viviamo?

***


                                                                   

Poi stamattina, Elisa m'aveva mandato un sms. Una sua ex compagna di liceo, viveva ora ad Ubatuba, in Brasile.
Ubatuba era il mio luogo della felicità. Era dove avevo passato, nel Dicembre del 2009, tre settimane assurde per livello di passione, amore, intesa, oniricità e comicità, sentimento, trasporto, vita di coppia.
Era dove lei m'aveva detto piangendo: "what i'll do now without you? don't leave me, stay ever in my side".

Ubatuba ero io pieno di vernice, eravamo noi che camminavamo nella notte, erano le prove generali di una futura intera esistenza da passare assieme. Era lei che mi aspettava all'aeroporto, e che vedendomi arrivare, stravolto dal viaggio di 18 ore, mi sorrideva e mi baciava e io volevo solo stringerla, toccarla, accarezzarle il viso, spogliarla, dille quanto fossi innamorato di lei.
Era un film, davvero.

Era fondamentalmente dove m'era parso chiaro che avrei passato tutta la mia vita accanto ad A.
Dove avevo avuto la CERTEZZA che avremmo avuto bambini, saremmo vissuti accanto, non importava dove e come, che avrei sempre avuto accanto a me, un essere umano che non solo amavo, ma che mi avrebbe protetto da tutti i fantasmi accumulati in 25 anni di oblio.

E ora, io me ne stavo da solo a Roma, e l'amica della mia ex ragazza di quando avevo 19 anni, viveva lì.
Va a capire, che cazzo di senso avesse tutto ciò.

***

No, non farò marketing su me stesso.
No, non credo cara collega che mi dicifrerai.
No, non sono felice e non vivo ad Ubatuba.

venerdì 14 gennaio 2011

Vi presento i nostri


Vidi Ti presento i miei  nell'ultimo anno di liceo, mentre mi avvicinavo a quella che sarebbe poi diventata la prima ragazza, Elisa. Ero a casa di mio papà. E lo trovai divertente.
Per Mi presenti i tuoi? andai al cinema, con mia sorella ed un'amica, mentre stavo con la mia seconda ragazza, Chiara, la compagna del quinquennio dell'allegra tranquillità lineare. E lo trovai divertente.
Stasera ho visto Vi presento i nostri (i prezzi del cinema sono aumentati, cazzo!), con mia sorella, 4 mesi dopo aver rotto con la mia terza ragazza, A.,  (l'ultima, dato che dopo di lei non ce ne saranno altre). E non ho riso più di tanto.

Gary e Pam sono oramai sposati e con un coppia di gemellini. Si avvicina il compleanno dei bambini, e la conseguente visita di Jack, il terribile padre di Pam. Come al solito, non saranno giorni di piacere per il povero Gary, alle prese, tra l'altro, con una (ex) sexy inferimiera.

La trilogia dei Focker (Fotter in italiano) si chiude con un capitolo che ci saremmo volentieri risparmiati. Non solo le gag sono abbastanza telefonate, ma in alcune parti vi è un vero e proprio innesto di scene alla Scary Movie (che senso ha vedere un bambino di 5 anni vomitare come fosse l'esorcista, o schizzare del sangue da un dito come se fossimo in un film splatter?). Anche i duetti tra De Niro (quanto è invecchiato, cazzo) e Stiller tendono a mostrare la corda: s'è persa vitalità e genuinità.
Certo, qualche momento comico è rimasto (le scena della puntura non è poi tanto male), ma la cifra complessiva è abbastanza bassa. Inoltre, se nei primi due capitoli s'era quasi del tutto evitata ogni volgarità gratuita, stavolta il regista non rinuncia a mostrarci Jessica Alba in reggiseno. Se ne poteva fare a meno.
Owen Wilson non è male,ma Hoffman e la Streisand sono invece annoiatissimi in ruoli in cui, è evidente, non credono nemmeno loro. Come dargli torto?

Simpatiche citazioni musicali de Il Padrino e Lo squalo.

Voto 5/10

mercoledì 5 gennaio 2011

Dieci Inverni


Ricordo che un paio d'anni fa, quando vivevo a Graz, una sera cenai da un amico thailandese, assieme a lei.
Era prima ci mettessimo insieme, e quindi, prima che mi lasciasse. Insomma, alla fine della cena discutevamo su cosa vedere e lei disse: "please i don't wanna see any love movie".
Sul momento trovai la cosa ridicola. Lei si stava lasciando con V. il suo ragazzo di allora (ho già scritto che voglio chiamare mio figlio Vinicio?), e quindi non sopportava la vista di film d'amore.
In seguito ho purtroppo capito che le sofferenze d'amore mal si conciliano con i film sentimentali. E perciò non ne vedo uno da mesi.

Metti che però, la tua ex ex ragazza di una vita fa (Elisa), che vive in Veneto, ti consigli un film d'amore, girato nelle sue terre. Metti anche che prima o poi dovrai tornare a respirare amore intorno a te, anche se ora il solo profumo è peggio del gas nervino. Ed infine metti che sei a casa e vuoi provare a vedere qualcosa di ben girato. Allora accendi il pc e ti vedi Dieci Inverni.

Nel 1999 Camilla lascia il paesino natio per andare a studiare a Venezia. Sul traghetto che la porta in laguna incontra Silvestro, studente (ancora non sa in cosa) anche lui. Le loro strade sono destinate ad incrociarsi nuovamente nel corso degli anni.

Di cosa parliamo quando parliamo d'amore, (What We Talk About When We Talk About Love), è una vecchia raccolta di saggi, poesie e racconti di Raymond Carver. Avrebbe potuto essere un titolo alternativo per il bel film d'esordio di Valerio Mieli. C'è una sensibilità nel trattare i sentimenti, una leggerezza, un affettuoso distacco, che raramente si vede nel cinema italiano contemporaneo. Nessuna scena è di troppo, e la confezione minimalista impreziosice la pellicola.
Interpreti bravi e credibili.  Dialoghi semplici, eppure ben scritti, elementari, ma non per questo facili. Il tutto sullo sfondo di un Veneto (ed una Mosca) malinconico, in tono minore, dalle parole sussurrate, lontano dalla gazzarra leghista e l'inciviltà contemporanea.
Un film raffinato che rifiuta ogni forma di snobismo. Ed un film sulle problematiche dell'amore, sui silenzi, sulle parole non dette, sui momenti buttati, sulle incomprensioni umane, sulla vita che non è stata vissuta.
E sull'eterno ritorno delle cose, attraverso il finale che rimanda ad alla scena iniziale. Forse s'è perso tempo, ma ce n'è ancora. Per (ri)cominciare.

Voto 7/10

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