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lunedì 31 gennaio 2011

Il fascino laterale del diavolo




Succedeva una cosa, mentre uscivo dalla metro Colosseo, ore 08:32, Lunedì 31 Gennaio 2011.
Succedeva che per qualche secondo m'ero fermato a riflettere su quanto ammirassi il coraggio della maledetta.
Sì Sì, proprio il suo coraggio.
Succedeva che, m'ero scoperto, per 2 lunghi minuti, affascinato, dal piglio e dall'audacia, della stronza.
Aveva avuto, i coglioni, davvero, la faccia tosta, l'impertinenza, l'egosimo brutale di scaricarmi.
Ora, io sono il principe del regno della mediocrità. Ne sono l'ambasciatore, il Ministro degli Esteri. Ne curo e definisco la politica. Sono l'esponenete massimo del concetto di inadeguatezza, di perenne sofferenza interna per l'incapacità di adattamento - vero - alla vita.

Ma ero anche (tempo imperfetto, naturalmente: si parla della mia vita passata), il bel ragazzo di mondo cui avevan chiesto di fare il modello. Ero anche il fascinoso cinefilo, sempre pronto a ricordare e consigliare film. Ero anche l'instancabile lettore, che poteva partire in viaggio senza boxer di ricambio, ma mai senza un libro. Ero anche il poeta dilettante, che scribacchiava con coraggio e un po' di talento. Ero anche il, forse non grande, ma di certo buon amatore. Ero la persona che non restava impassibile di fronte allo schifo che imperava, che non lesinava mai di offrire 50 centesimi, o un sorriso, agli ultimi. Ero il tipo a cui le donne sorridevano per strada. Che rifiutava l'arrivismo, l'egosimo, la mancanza di rispetto, il razzismo. E queste erano le qualità pubbliche.

Ma per lei, ero anche il ragazzo che aveva lasciato, da un giorno all'altro la sua precedente pluriennale compagna. Ero il ragazzo che l'aveva conosciuta a Graz, e che l'era andata a trovare, in Brasile, cazzo, a 12.000 km di distanza, per dimostrarle quanto tenesse a lei. Anzi, che era andato 2 volte in 2 mesi in Brasile, solo per lei. Per mostrarle che era pronto a tutto, pur di farla felice, e naturalmente esserlo a sua volta a suo fianco.
Ero anche il ragazzo che aveva stravolto la propria vita, solo per piegarla alle sue esigenze, ogni giorno, ogni minuto, ogni ora. Ero la persona che le aveva fatto conoscere Truffaut, Pasolini, Hornby, Steinbeck, Kundera, Orwell, e troppi altri. Ero la persona che l'aveva accompagnata ogni sera alla stazione a prendere il suo treno, ma che mai aveva preteso il gesto fosse ricambiato. Ero quello che la stringeva, che la faceva sentire desiderata ogni attimo. Quello che aveva ingoiato, per amore, i comportamenti più meschini ed atroci. Ero io che ero andato a vivere in un paesino di 5.000 abitanti sulle alpi tedesche, lontano da tutto, solo per poterle stare accanto un giorno a settimana. Ero io che impersonavo la massima: "quando una ragazza piange per un ragazzo vuol dire che tiene al ragazzo, ma quando un ragazzo piange per una ragazza vuol dire che lei è tutta la sua vita."
Ero io che le portavo le tavolette di cioccolato quando uscivamo, e che scrivevo poesie appoggiatole sulla schiena. Era con me che aveva fatto l'amore ovunque e con (quasi) sempre ampia soddisfazione. Ero io che le sorridevo non appena la intravedevo, tra le pieghe delle strade tedesche, ed i vicoli brasiliani. Ero io a cui aveva preso la mano a Graz al pub. Era con me che aveva creato un universo incredibile, pessoiano, ma nella felicità. Era nei miei occhi che aveva potuto intravedere gioia collegata alla sua sola presenza, fedeltà assoluta, al suo corpo, al suo viso, alla sua mente ed ai suoi pensieri. Ed al suo futuro.

Sì, ero tutto ciò e molto di più. E allora cara A., ti ammiro, davvero.
Solo una persona arrogante, egoista, ma anche terribilmente coraggiosa, poteva mollarmi in questo modo disumano. Solo una persona grandiosamente coraggiosa poteva mollare me, Davenne. Sì sì, complimenti.
Davvero, ci voleva una dose assurda di coraggio. E te l'avevi avuto.
Brava.

domenica 30 gennaio 2011

Militanza nel PD - Una firma mancata



Piazza Fiume, Sabato 29 gennaio, 13:30

Hey ragazzo vieni a firmare? E' contro Berlusconi!
No, non firmo le vostre cose
E perché, questo sta rovinando l'Italia!
L'Italia è già morta, e non appoggio un partito di centro
Ma cosa dici, noi siamo una forza riformista
Appunto, di centro, voi non fare opposizione
Ma come no, adesso appoggeremo la procura di Milano con una manif..
Scusa, ma non è D'alema quello che ha detto che la magistratura italiana è un pericolo per il paese?
Sì, ma quello è stato un errore..
Ah ecco.
Ora comunque dobbiamo allearci tutti per mandare via Berlusconi
Tutti?
Sì tutte le forze democratiche del paese, come durante la guerra civile
Un paragone un po' forte, non trovi?
Beh ci siamo quasi, no?
No, non ci siamo quasi. Alla gente non importa nulla. Nè di voi, né di Berlusconi
Massù, ragazzo
E poi perché dovrei appoggiare chi cerca intese con Casini, me lo dici?
Eh, quello forse è un errore..
Ah ecco
Ma Berlusconi, dobbiamo batterlo!
Ah guarda fate pure, ma sarà senza di me, io non voto più e di certo non legittimo voi del Pd con la mia firma.
Così però aiuti Berlusconi
Berlusconi è un  vostro prodotto. Se cominciaste a fare politica di sinistra ed un partito di sinistra, magari la gente vi voterebbe pure!
Ma oggi sai non si può più fare politica di sinistra come una volta
Eh già: meglio come fate voi, che perdete da 20 anni
Ragazzo sei un po' severo, non trovi?
Io trovo che c'è Berlinguer chi si rivolta nella tomba
Ah beh, forse questo è vero.
Mi sa che ci son un po' troppe cose vere.
Vabè, ragazzo buona giornata
Cia', salutami Bersani

Il discorso del re




Regno Unito, anni '30. Il principe Alberto, secondogenito di Giorgio V, è affetto da balbuzie, che ne condizionano pesantamente la vita. Decide di rivolgersi ad uno specialista sui generis, Lionel Logue, per curarsi. Dopo che suo padre è morto, ed il fratello ha abdicato, si ritroverà nell'obbligo di guidare la nazione contro il mostro nazista. E di parlare, con frequenza, in pubblico.

E' bello il film di Tobe Hooper. Anzitutto perché sobrio: montaggio lento, nessun colpo di scena, rifiuto dell'happy end, attori tenuti a bada. E' un film di parole e di silenzi. Di parole mancate. E' un film su un uomo solo (al comando), perso nei suoi dubbi e sopratutto nella propria percezione di incapacità, di inadeguatezza nei confronti del mondo, e del ruolo che egli debba occupare: il capo dell'allora più gloriosa nazione del globo. I suoi lunghi silenzi lo rendono una persona impotente, incapace di reagire alle avversità. In questo contesto, si inquadra la figura di Logue (che bravo Geoffrey Rush, Oscar per il migliore attore non protagonista?), non è solo il bislacco logopedista di Bertie, ma anche la guida: attraverso il tempo passato insieme, il futuro Re apprende non solo a parlare meglio, ma sopratutto a dare linfa alla sua autostima, a liberarsi dei propri fantasmi. Impara a parlare, ed a essere uomo. E re.

Il film analizza inoltre il potere della comunicazione. Non può sfuggire l'importantissima scena con il filmato di Hitler: "Cosa sta dicendo quel signore papà?" "Non lo so, ma lo dice bene".
E' un mondo nuovo quello che sta nascendo, in cui il comunicare diventa la chiave della politica, la chiave per il controllo della società. Il linguaggio, verbale e non, è il modo per appropriarsi del consenso.

La pellicola ha fatto incetta di nominations per gli Oscar 2011. Tuttavia gli preferisco gli ottimi The Social Network, ed Inception.

Voto: 7.5/10

Ps

Timothy Spall (Coda Liscia, in Harry Potter!) è un Churchill un po' troppo caricaturale.

Pps

Il primo ministro britannico Baldwin rassegna le dimissioni, nel 1937, per un fatto d'onore e di etica: si era macchiato di miopia politica non capendo per tempo quali fossero le intenzioni di Hitler. E non si sentiva quindi più abbastanza degno di guidare la nazione.
A leggerlo ora, in Italia, viene da riderci su.

venerdì 28 gennaio 2011

Nel posto più misterioso?



Ecco il "Macanudo del dia".
E allora si va, verso il futuro, il luogo più misterioso di tutti?
Ci si incammina a piedi, senza cartina, è così che dev'essere no? Tanto, quando hai provato a farlo in bicicletta, orientandoti con le luci altrui, sei rovinato per terra, sbucciandoti le ginocchia, ed aprendoti lo stomaco.
Si va verso il futuro, bene, senza bussole ed obiettivi. Gli obiettivi distruggono la vita, la creatività dei mediocri come me, la vitalità dei miei passi nella neve. 
Mettersi le scarpe ed andare. Lasciarsi alle spalle le ragazze che t'han distrutto, le umiliazioni subite per anni, le frustrazioni  mai assorbite del tutto.
Mettere in un cofanetto quelli che hai creduto fossero successi: lauree, viaggi, lingue, amori, notti con la ex modella, e birre buttate giù come tu fossi un ottimista disperato.
Partiamo suvvia, senza speranze e senza dolori. Cominciamo con il mettere un passo avanti all'altro, ed ad usare parole già sentite e pronunciate da altri.
Con qualcosa bisognerà pur partire, no?

Am Ende kommen Touristen



Faccio parte di quella schiera di persone che rifiuta di ricordarsi del mostro antisemtita un solo giorno l'anno. Però, in Italia, pare i film sull'olocausto vengano diffusi solo il 27 Gennaio. E quindi, mi son ritrovato, in una trascurabile serata romana, al Goethe Institut, con amiche varie (storiche, acquisite, e nuove) a vedere Am ende kommen Touristen.


Sven è un ragazzo berlinese che per caso si ritrova a svolgere il servizio civile ad Auschwitz, dove entra in contatto con un vecchio deportato, e la realtà locale. Ne uscirà cambiato.

Piccolo film dal taglio minimalista e semidocumentarista, la pellicola di Thalheim evita ogni cliché, e chiave di lettura forzata.  Sven arriva ad Auschwitz senza una particolare formazione culturale e politica, ma con la mentalità del tedesco medio degli anni 2000: consapevole, certo, di cosa sia stato l'olocausto, ma da lontano, da persona informata, ma non da ragazzo direttamente coinvolto. Il rapporto che instaura con il vecchio Krzeminski (un bravo e toccante Ryszard Ronczewski, nella sua algida recitazione), cambia la sua percezione  della vita e della Storia. Ma è un cambiamento senza traumi, senza pretese, senza drammaticità agiografica. Tutto avviene attraverso piccoli episodi di vita quotidiana. Chiaro è l'intento del regista di ricordare che il dramma dell'olocausto viene scontato in ogni momento della vita, e non solo attraverso la visita al campo di sterminio.
Ed è toccante, come il vecchio deportato, non abdichi alla sua vita ed alla sua silenziosa battaglia: rifiuta di trasferirsi dalla sorella in campagna ("la mia vita è qui, nel campo"), e continua con pervicacia a restaurare le vecchie valige dei deportati. La guerra è forse finita, ma la memoria non si piega allo scorrere del tempo.

E i tedeschi, come vengono mostrati? Senza dogmi. Si va dal ragazzo alla ricerca di se stesso, al responsabile del museo, metodico ed impassibile, alla direttrice  della fabbrica che si comporta in modo retorico ed ipocrita con l'ex deportato.
Interessante l'analisi, appenna accennata, della globalizzazione e del ruolo economico della Germania nella nuova Europa.

E' un film senza vincitori e vinti: la battaglia s'è persa 65 anni fa con lo sterminio di un popolo. Ora si può solo ricordare, e rifuggere dall'oblio.


Voto 6.5/10

Ps

Due momenti cult:

Al bar vecchi polacchi prendono in giro Sven perché non ha l'orologio: "un tedesco senza orologio? ma questo è impossibile!"

Parlando del licenziamento di un ragazzo polacco, Sven si rivolge alla direttice: "è come 65 anni fa: quando non avete più bisogno delle persone, le eliminate."

Pps

Il film era in tedesco con i sottotitoli. Ma capivo quasi tutto: cazzo!

giovedì 27 gennaio 2011

La vie ne m'apprend rien




Era successo che stamattina, mentre vagavo per la metro B, era finita nella mia playlist: "La vie ne m'apprend rien" di Daniel Balavoine. Era stata una delle basi della colonna sonora della mia vita in Austria.


Qui peut changer ce que je porte dans mon sang?
Qui a le droit de m'interdire d'être vivant?

Era stata la canzone che avevo sentito ogni giorno, mentre tornavo nella notte indietro per la Sporgasse, dopo le inutili lezioni di tedesco. E mi chiedevo cosa dovessi fare, mentre percepivo che le cose provate per un quinquennio per la mia allora ragazzavenivano spazzate via, con violenza incredibile ed inarrestabile da quelle per la ragazza brasiliana che avevo appena conosciuto a lezione. Con cui avevo parlato 5 minuti. E che però, mi bastava guardare, per sentire lo stomaco in subbuglio, il cuore in palpitazione, ed il cervello in totale orgasmo. 
Avevo conosciuto A., e la vita stava mettendo alla porta Chiara, la fedele compagna della vita tranquilla e senza sorprese degli anni precedenti. Avevo conosciuto A., e la mia esistenza di allora stava scavando la propria fossa, con facilità disarmante. Erano i tedeschi in pieno Blitzkrieg, non esisteva alcuna resistenza, militare, geografica, morale: tutto cedeva sotto il passo opprimente, marziale e sicuro della Wermacht.

Mais je n'peux pas, je n'sais pas
Et je reste planté là.


E non sapevo cosa fare, già, me lo chiedevo mentre camminavo rapido e deciso verso casa, verso Rosenbrggürtel, e poi invece lo sapevo cosa dovevo fare, era tutto così chiaro. Dovevo mollare tutto, dovevo mollare Chiara, e dovevo solo seguire la ragazza brasiliana. Era, in un certo senso, la mia ricerca della felicità, che chiedeva strada, a scapito dei diritti altrui. E della mia tranquillità. E non potevo cercare altre opzioni, era tutto così evidente. C'era solo da prendere ed andare, battere e levare.


La vie ne m'apprend rien
Je voulais juste un peu parler, choisir un train
La vie ne m'apprend rien
J'aimerais tellement m'accrocher, prendre un chemin, prendre un chemin

Già. Aggrapparsi alla vita, ed alle nuove speranze che mi venivano offerte come per miracolo. Prendere un cammino, sì, decidere, andare, correre. Non accontentarsi di aspettare in modo composto ed educato il treno alla Haptbahnhof, ma salire sulla maledetta bicicletta e pedalare, sempre più forte, fino a che il vento non facesse sanguinare il mio viso, stanco ed inadatto al freddo austriaco.
Pedalare fino a Köflach, già. 

Solo dopo 16 mesi, mi sarei accorto che la strada non solo s'era rivelata sbagliata. 
Ma addirittura mortale.

mercoledì 26 gennaio 2011

Esistere al di fuori di me



Succede che volevo scrivere una frase sul mio vecchio twitter, quello che usavo nella mia vita precedente. Quello nato in Austria e vissuto in Brasile e Germania. Quello che era direttamente connesso con lei. Volevo postare una frase banale che avevo letto in portoghese, tipo: "quando ti lasciai entrare nel mio cuore, non trovasti un cartello con su scritto 'fai i tuoi comodi'."  Era abbastanza calzante.
Allora avevo aperto il vecchio twitter e avevo inserito la frase. Solo che, l'infame destino, la natura matrigna, la vita di merda, fate un po' voi, avevo deciso che in proprio in quel momento anche lei stesse postando qualcosa. Quindi era ancora viva, quindi esisteva. Non avevo, ovviamente letto nulla, ma avevo avuto la prova che scorreva ancora sangue nelle sue vene. L'avevo immediatamente eliminata dale persone che seguivo, ma oramai il danno (irreparabile) era stato compiuto.

E, allora, era nato in me il sentimento vergognoso della rabbia. Ero incazzato perché era ancora viva. Non le auguravo di morire, cazzo no, ma saperla in vita mi feriva. Pensare che stesse ancora respirando, senza di me, era un dolore infame, che si accumulava agli altri patiti nel corso dei mesi. Come osava, avere una sua esistenza indipendente dalla mia? Come poteva camminare senza di me, dormire senza il mio corpo accanto, parlare senza riferirsi costantemente a me? Come poteva solo riuscire a considerare la sue stessa vita, distaccata dalla mia?

E m'ero vergognato. Avevo provato ribrezzo per me stesso. Essere tristi e nervosi, ed incazzati per il fatto la persona che era (è?) stata la più importante della mia vita, fosse ancora viva. Non era forse un sentimento infame? Non era questa la prova di un egoismo abietto, schifoso? La prova di una mediocrità che si faceva egoismo? Egoismo egocentrico della peggior specie.

Scoprire che la vita della persona che am(av)i, la sua esistenza era oggi fonte di dolore. Scoprire che quel corpo, e sopratutto quella testa (il più grande organo erogeno, no?) che avevi venerato, amato, riverito fino allo stremo delle forze, era solo qualcosa da odiare. Da guardare con astio.

Una notte intera passata con dolori di cuore.
Bene, 5 mesi di lontananza, e non era cambiato il cazzo. Evidentemente lei non aveva la mia stessa malattia: il cuore le funzionava come doveva. In modo cinico ed autoreferenziale. In modo indipendente. Beata lei.

Questa era la morale. Questa era la mia vita.

E' il 26 di gennaio. E tutto va male.

martedì 25 gennaio 2011

Chi ti sedeva di fronte


Davanti a te, sedeva da qualche giorno la stessa ragazza.

E la osservavi, e ti sorrideva, e parlavate. E ogni tanto le lanciavi una occhiata e lei ricambiava. E la trovavi carina e piena di vitalità. E parlavate un po' di libri e un po' di cinema. E un po' di musica e un po' di viaggi. A lei piaceva Paulo Coelho, e la cosa ti mandava fuori di testa. Ma le piaceva Tim Burton e la cosa ti divertiva. (Non avrebbe mai saputo però chi fosse Danny Elfman). E se ti alzavi dal tuo posto, tornando non potevi fare a meno di farle un sorriso divertito, senza ve ne fosse il minimo motivo. E dopo 2 giorni, avevi scribacchiato una poesia (innocente) su di lei, mentre il professore parlava di marketing e stronzate varie. Lei veniva tutti i giorni in gonna, te non le guardavi le gambe, ma ti piaceva l'idea fosse giovanile e un po' rock.

Davanti a te sedeva la stessa ragazza, che pareva divertita da te, e dalle tue scemenze. Le avevi detto che avevi amato Somewhere, perché ti eri ritrovato nel protagonista in alcuni aspetti, e lei ti aveva risposto sorridente: "allora me lo vedrò di sicuro". Ti scoprivi contento di seguire le lezioni se ti sedeva accanto. Di più: ti sentivi interessato alla sua vita. La trovavi piena di grazia senza che fosse un soprammobile. La ritenevi viva, ed una statua di cera, allo stesso momento. Non credevi fosse la ragazza più bella del mondo. Ma quella già l'avevi avuta, quindi non te ne importavi più di tanto.

Questo stato d'animo durava per 5 minuti. A volte anche 10. Anche persino 15.

Poi però il tuo cuore tornava ed essere come in quel vecchio e bellissimo film di Claude Sautet: in inverno.

Non volevi più nemmeno inziare a provare il benché minimo accenno di accenno. Non ti andava più. Ti ritenevi non solo ridicolo, ma così terribilmente inadeguato.
E, sopratutto, non ne eri più in grado. Non eri più capace di provare nulla. Non sembravi più essere in grado di lasciarti trascinare in una forma qualsiasi di coinvolgimento affettivo. Eri emotivamente isterico, ed affettivamente morto.
Eri un fantasma. Trasparente. Senza più sangue rosso, da pompare nelle vene.

E il cuore, perdurava in inverno.

E andava benissimo così. Davvero.

lunedì 24 gennaio 2011

Il curioso caso di Benjamin Button



Prima di andare a vivere in Austria, ricordo che fossi dispiaciuto perché non avrei potuto vedere 2 film: Frost/Nixon e Il curioso caso di Benjamin Button. Ora che li ho visionati entrambi, posso dire che i miei dispiaceri fossero davvero fuori luogo.

Il giorno della fine della Prima guerra mondiale, nasce a New Orleans, Benjamin Button. Il neonato tuttavia presenta gravissime patologie ed il corpo con la struttura di quella di un 80enne. Con gli anni, ringiovanirà.

David Fincher è un registra strano. Dotato di grande talento, è in grado di sfornare capolavori (The Social Network, 7even), film scarsi (Panic Room, Fight Club), veri e propri divertissement (The Game) e pellicole ben riuscite (Zodiac). Dove vada collocato The curious case (tratto da un racconto da Scott Fitzgerald) è un mistero. Certamente non è un capolavoro. Sicuramente è un ibrido: con i suoi momenti alla Forrest Gump, della mistica del tempo che fu, dell'amore impossibile, e dell'elogio del patriottismo, sembra ci sia un po' troppa carne al fuoco. E si stenta a cogliere un senso complessivo dell'opera. Certo gli attori son ben diretti, è interessante la tecnica usata per rappresentare Banjamin Button dagli 80 anni fino alla (ri)nascita (bravo e bello Brad Pitt), e la fotografia è di qualità, ma.. si rimane sospesi. Ed a peggiorare il tutto, una retorica dei buoni sentimenti, a tratti fastidiosa. Forse il soggetto, non era poi tanto cinematografico.
Sequenza interminabile (e tediante) di finali.

Voto 6/10

Ps

"Le persone diverse sono condannate a vivere da sole". E' vero.

domenica 23 gennaio 2011

Heroin, Velvet Underground




Sentire Heroin, dei Velvet Underground, da qualche settimana. Ed, improvvisamente, mentre cammini sotto la pioggia (senza ombrello: devi differenziarti anche nelle cose più ridicole) capirne il significato. Avere quelle illuminazioni sceme, condite da un sorriso vuoto ed un alzata di spalle.

And you can't help me not, you guys
And all you sweet girls with all your sweet talk
You can all go take a walk


Non voglio le vostre parole, non voglio i sorrisi delle ragazze sconosciute (sebbene, da piccolo mediocre egocentrico, mi facciano piacere), non voglio inviti a cena. Non voglio essere consolato. Non voglio essere aiutato. Anche perché sono un grande realista: non posso esserlo. Oh, ma niente arie da maledetto, da emo, da cazzone romantico di periferia, da vecchio poeta talentuoso ridotto in povertà, no no: datemi la medicina ed io la prenderò. Ma deve funzionare.
Datemi gli intidepressivi, datemi il vino, datemi una scopata, datemi un libro, datemi l'eroina,  datemi una donna, datemi una partita di calcio, datemi un caffè d'orzo, datemi una lingua nuova da imparare, datemi un lavoro: io eseguirò, se mi porterà a star meglio, davvero. Lo farò. Con deferenza massima. Sarò il soldatino austriaco più devoto che ci sia al mondo. Ma deve funzionare. Altrimenti non parlate. Non consigliate. Non sorridete. Non fatevi avanti. Non ammiccate.

On a great big clipper ship
Going from this land here to that
In a sailor's suit and cap
Away from the big city
Where a man can not be free
Of all of the evils of this town
And of himself, and those around


Scappare, scappare, fuggire. L'ho fatto per una vita. Scappare da tutto, per inseguire qualcuno che era una sorta di illusione che m'ero creato da solo. Una illusione reale, certo. La toccavi, la baciavi, ci andavi a letto. Ma eri sul set di un film. Lei sapeva bene che alla fine delle riprese, gli attori tornavano ad essere persone, con la loro propria vita. Te, no. Sei un grande cinfeilo, quindi avevi scambiato la realizzazione del film con la vita stessa.  Star internazionali, lingua originale, location esotiche, sceneggiatura ben scritta, colpi di scena, commedia, dramma, erotismo, lieto fine: sembrava tutto perfetto, no? Poi però, i titoli di coda non li avevi previsti. Eh no.

Heroin, be the death of me
Heroin, it's my wife and it's my life
Because a mainer to my vein
Leads to a center in my head
And then I'm better off than dead


O forse la devo vedere in un altro mondo. Lei era la mia eroina. Giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, diventavo sempre più addicted, sempre più dipendente. Perché riuscivo a vivere solo di felicità riflessa, dipendente totalmente dalle azioni di qualcun altro. Interessa davvero, fosse una siringa di piacere bianco, o un corpo nudo steso accanto al mio? Cambia, davvero, qualcosa?

No.

Then thank God that I'm as good as dead
Then thank your God that I'm not aware
And thank God that I just don't care
And I guess I just don't know

La versione di Barney



Al cinema da solo, in un freddo sabato pomeriggio romano.
E pensi, che tutto sommato Barney t'assomigli un po'. E' la tua versione sgradevole, ebrea, e brutta fisicamente. E più coraggiosa. E quando lo vedi perdere tutto, ovvero l'unica cosa contasse a suoi occhi, sua moglie, non solo simpatizzi. Ma capisci. Anzi: ti chiedi a voce bassa: "come cazzo ti permetti di raccontare la mia vita?"


Barney Panofsky è un produttore di soap opera di Montreal. Accusato da un poliziotto, a distanza di anni, di essere l'omicida del suo migliore amico, e dalla figlia di essere la causa dell'infarto occorso al marito della sua ex moglie, decide di dare al pubblico la sua versione dei fatti.

E' un bel film quello di Lewis. Scritto in modo perfetto e lineare (a quanto pare, il romanzo di Richler da cui è tratto, è un vero capolavoro e si prestava sin dalla nascita ad una trasposizione cinematografica), per niente appesantito dalla durata oltre le 2 ore.
La carica socialmente eversiva di Barney (e di suo padre: uno straordinario Hoffman, da Oscar! Altro che quello moscio ed annoiato di Vi presento i nostri), viene ben messa in luce. Tra una battuta e l'altra vengono distrutte alcune delle nostre istituzioni sociali: matrimonio (i primi due matrimoni non sono solo dei fallimenti: sono dei manuali di cosa non dovrebbe essere un'unione tra uomo e donna), carriera, polizia, amicizia virile, senza che il film diventi mai polpettone filofosico o politico.
Barney è politicamente scorretto, cinico, ubriacone, culturalmente volgare (ha bisogno di appuntarsi la tematiche letterarie con le quali vuole rimorchiare), impulsivo, brutto, coraggioso. Eppure è vivo. E si da da fare.

La storia d'amore, poi, è ben tratteggiata, raccontata con sensibilità, e dolore.
L'insicurezza del protagonista (basso, grasso, sprovvisto di talento) che lo porta a tradire Miriam, la (terza) moglie (bella, brillante, sobria e passionale, cosa avrà trovato davvero in Barney? Forse amore per la sua tenacia?) è sintomatica di una certa volontà autodistruttiva degli "ultimi": il protagonista ha lottato anni per dividere la propria vita con la sua sposa, ma, alle prime difficoltà, molla. Distrugge ciò che aveva tessuto con pazienza per anni. E non c'è più tempo per recuperare.

Momenti cult: Barney che il giorno del suo secondo matrimonio si innamora di quella che diverrà la sua terza moglie, e abbandona la cerimonia per seguirla (senza successo) alla stazione.
E, sopratutto, una scena meravigliosa tra Barney e la sua ormai ex (terza) moglie, nel ristorante dove erano soliti andare quando erano ancora innamorati. L'alzheimer sta facendo il suo corso, e Miriam non riesce a contenere le emozioni, ed a non intenerirsi (c'è ancora amore?) di fronte al suo ex marito, tanto diminuito dalla malattia. Difficile trattenere le lacrime.


Voto 7.5/10

Ps

La Roma anni '70 del film è un po' da cartolina, ma non è male, tutto sommato.

venerdì 21 gennaio 2011

Similitudini




Nessuno capisce la mia solitudine.

Lavoro tutto il giorno, e non mi riconosco più. La persona che un tempo ho amato se n'è andata. Bere non mi aiuta, e allora cerco di tenermi impegnato, di conoscere ogni giorno persone nuove.

Viaggio in continuazione, ma non ho più una casa. Mi sono circondato di persone che non mi vogliono bene, e che credono che darmi sempre ragione possa risolvere il mio mal di vivere. Credono non sappia io li consideri dei volgari cortigiani.

Nessuno capisce la mia solitudine.

Conosco le persone, conosco gli uomini e conosco le donne. Sono stato in passato un grande amatore. E so che non mi posso più fidare di nessuno. Nessuno viene da me mosso da sentimenti, tutti cercano solo di ottenere qualcosa. E io glielo do, il qualcosa. Se loro mi possono essere utili.

Non sono cinico, sono un romantico incompreso che ha deciso di sfruttare il proprio labile e fugace potere.  Tutti sfruttano tutti in questo mondo, perché io non dovrei farlo?

Alcuni mi schivano. Non sono alla loro altezza. Credono di essere migliori di me, con le loro piccole insulse vite mediocri. Sono solo dei monumenti all'ipocrisia. Giudicano me, ma tacciono su loro stessi.

Nessuo capisce la mia solutitudine.

Mi dicono che compro le persone. Ma chi non lo fa? C'è chi le compra con il carisma, chi con le promesse, chi con i sogni, chi con i ricatti, chi con i soldi. Sono solo mezzi diversi per ottenere un medesimo fine.

Nessuno capisce che son vecchio. Che sono morto dentro. Che per quanta vitalità io esprima in compagnia, c'è solo morte ed oblio nei miei nervi.

Che mi addormento sulla poltrona, solo ad abbandonato.

No, nessuno mi capisce.







Tratto da: "Le memorie del signor. B."

Le misura da adottare



C'era una cosa che avevo intrapreso sin dal maledetto 1o Settembre: cancellare la sua esistenza fisica dalla mia vita. Misure draconiane.

Il primo passo era stato andarmene da Monaco: avevo buttato nel cesso il mio sogno tedesco. Bene. Quindi non l'avrei mai più rivista in vita mia, benissimo. Prendere il treno, mandare a fare in culo un futuro mezzo costruito. Tornare in Italia.

Poi avevo cancellato ogni numero di telefono, per non cadere in tentazione e chiamarla. All'inizio era servito a qualcosa, poi era persino passata la tentazione di sentirne la voce. Se avesse chiamato lei le avrei sbattuto il telefono in faccia. Ma lei non avrebbe mai chiamato.

Poi aveva deciso che non le avrei mai più inviato mail: tenevo ancora le 30.000 scambiate in 5 stagioni, ma non ne avevo mai più aperta una sola. Erano lì, in attesa si compiesse il loro funerale digitale. Avevo tolto la bella etichetta azzurra associata al suo indirizzo. Avevo messo l'etichetta in mezzo alle altre, non più tra le prima che appaiono sempre. Avevo cambiato il nome dell'etichetta in Bitch.

Poi avevo riposto TUTTE le sue cose in una scatola: camicia da notte, libri ricevuti in regalo, biglietti aerei ROMA - SAO PAULO, mezze confezioni di condom divise, disegni, taccuini, poesie, scontrini, imballaggi di cioccolatini, giocattolini scemi da bambini, tessere, tutto.

Abiurare ogni musica o film me la ricordasse. Canzoni portoghesi, tedesche, inglese. Coldpay, Joao Paulo e Daniel, Lacrimosa, etc. Non riprendere mai più in mano il libro di Richard Ford che stavo leggendo quando mi mandò a fare in culo.

Poi avevo dovuto fare la cosa peggiore: mettere via ogni foto. Non solo: ostinarmi nel non pensarla mai fisicamente, per poterne cancellare dalla mente il ricordo del viso. Ogni giorno impormi questa tortura. Cominciare a non ritrovarne più tutti gli angoli del viso e del corpo. Rendermi conto che non riuscivo più a rappresentarne mentalmente in modo perfetto le orecchie. Non poterne più disegnare gli occhi con precisione aliena. Già, cominciare a percepire le immagini in modo un po' più sfocato. Ricordare in modo automatico il colore della sua pelle, ma non più le dolci curve del suo naso.

Cancellare e sbiadire.
Divelgere e buttare giù.

Già, usare le poche forze residue, non più per costruire, ma per distruggere.

Ironico eh?

mercoledì 19 gennaio 2011

Appunti

Quello aveva detto, alla fine: "fate marketing su voi stessi". E poi: "valorizzate il vostro brand".
Io avevo abbassato lo sguardo sul mio block-notes.

Bene, essere ipocriti ed annuire a tutto. Sei in un corso di marketing, ti aspetti non ti vengano a parlare di Salavdor Allende o del fatto ci siano 2 miliardi di persone che crepano di fame, per carità. Accetti tutto. Ma fare marketing su me stesso, no. Posso dare capocciate al muro, posso darmi del mediocre e del fallito, posso fare il figo di mondo che non è più interessato alle donne, sì. Ma non valorizzerò il mio brand. Non annuirò, spiacente. Non fa parte della mia linea di partito. Del resto, io sono stato espulso dal partito di me stesso.

Insomma, avevo abbassato lo sguardo. E ghignato, in modo  velenoso e malinconico.

***

Oggi una tipa m'ha detto seria, sorridente e senza alcun tono polemico: "io ancora non ti ho inquadrato. non so se sei ironico, serio, se ci prendi per il culo."
"Tranquilla cara", le ho risposto, "sono ininquadrabile". Grazie al cielo.
E' una vita che scappo per non farmi riporre nei vostri cataloghi del cazzo. Per non farmi ghettizzare in una qualche categoria della minchia. E lo faccio in silenzio: senza tingermi di viola i capelli, senza andare vestito come un pezzente, senza urlare e senza fare l'asociale. Senza farmi la canne, ma nemmeno dicendo che non me lo faccio. Io non ho bisogno di dire, di fare, di dimostrare, di interpretare.

Poi m'hanno mandato a fare un'indagine di mercato per strada. Dovevo fermare donne dai 24 ai 36 anni. Una tipa del master mi fa: "vabè, te non avrai problemi,no?". Ammiccando un po'. Aveva colto, del mio personaggio, il lato del grande seduttore. Non ancora quello dell'uomo che non era più interessato alle donne.

Bene bene


***

Leggevo la Repubblica. Un tipo mi si era avvicinato.

"Eh adesso tutti a criticare Berlusconi, ma chi non se la sarebbe fatta, a Ruby?"
"Io"
"Se e vabè!"
"Sai com'è, ancora non son caduto così in basso da dover pagare un altro essere umano per permettermi di penetrarlo."
"Eh vabè, chi dice niente su quello, però se te la pagava qualcun'altro..."


Non avevo risposto. Davvero. Era tutto troppo grottesco. Non potevo credere che il problema non fosse lo squallore del dover pagare una ragazzina per scopare, ma solo chi regolasse la fattura. Ma dove cazzo viviamo?

***


                                                                   

Poi stamattina, Elisa m'aveva mandato un sms. Una sua ex compagna di liceo, viveva ora ad Ubatuba, in Brasile.
Ubatuba era il mio luogo della felicità. Era dove avevo passato, nel Dicembre del 2009, tre settimane assurde per livello di passione, amore, intesa, oniricità e comicità, sentimento, trasporto, vita di coppia.
Era dove lei m'aveva detto piangendo: "what i'll do now without you? don't leave me, stay ever in my side".

Ubatuba ero io pieno di vernice, eravamo noi che camminavamo nella notte, erano le prove generali di una futura intera esistenza da passare assieme. Era lei che mi aspettava all'aeroporto, e che vedendomi arrivare, stravolto dal viaggio di 18 ore, mi sorrideva e mi baciava e io volevo solo stringerla, toccarla, accarezzarle il viso, spogliarla, dille quanto fossi innamorato di lei.
Era un film, davvero.

Era fondamentalmente dove m'era parso chiaro che avrei passato tutta la mia vita accanto ad A.
Dove avevo avuto la CERTEZZA che avremmo avuto bambini, saremmo vissuti accanto, non importava dove e come, che avrei sempre avuto accanto a me, un essere umano che non solo amavo, ma che mi avrebbe protetto da tutti i fantasmi accumulati in 25 anni di oblio.

E ora, io me ne stavo da solo a Roma, e l'amica della mia ex ragazza di quando avevo 19 anni, viveva lì.
Va a capire, che cazzo di senso avesse tutto ciò.

***

No, non farò marketing su me stesso.
No, non credo cara collega che mi dicifrerai.
No, non sono felice e non vivo ad Ubatuba.

lunedì 17 gennaio 2011

Tropa de elite - Gli squadroni della morte



Nel 2009, avendo inziato a stare con A., e quindi inziando ad interessarmi di cultura brasiliana, decisi che mi sarei acclimatato al paese con libri e film. Naturale divenne quindi vedere Tropa de elite, uno dei maggior successi commerciali di sempre del cinema brasiliano.

In vista della prossima visita del Papa a Rio de Janeiro, viene deciso che è tempo di "bonificare" le favelas. Le operazioni sono gestite da un reparto speciale, il BOPE. Matis e Neto, poliziotti semplici, stanchi della corruzione, decidono di far domanda per entrarvi.

Anzitutto: è un bel film. Montato benissimo (quasi fosse un spot pubblicitario), confezionato perfettamente (musica azzeccata, fotografia interessante, sceneggiatura completa, ritmo incalzante), girato con un certo talento. Voce fuori campo accattivante e camera a mano nei momenti clou. Ha solo un grande difetto: è un film fascista. Sì, perché attraverso Matias assistiamo ad una conversione politica: da poliziotto progressista ed illuminato a violento repressore, di più: vendicatore. Certo il film offre spunti ed una buona analisi dello spaccato sociale delle favelas: chi le abita, perché giri la droga, chi le mantiene (i ricchi della società bene, tra gli altri), ma tutto l'impianto del film, suggerisce che alla fine, contro i ratti, i gatti debbano usare la forza. E non c'è spazio per processi o altre pratiche dello stato di diritto. Agire e reprimere subito. Senza passare per il tribunale.

Voto 7/10

Ps

Mentre ero ad Amsterdam (ultimo viaggio con A., agosto 2010) ricordo che ebbi una terribile discussione con la mia "amica" Linnea, la svedese brillante, stronza e spocchiosa. Secondo lei, se un film era fascista, non poteva essere un buon film. Io le risposi che un film poteva essere anche fascista ed avere però alcuni meriti artistici. La sua chiosa fu: "well, u're italian, so maybe fascist and fascism for u is such a good thing."
Mi rifiutai di risponderle.

Del resto: capiva un cazzo di cinema lei.

domenica 16 gennaio 2011

Il dubbio



Inizio da una curiosità: il perché in un film simile sia stata inserita una scena in cui si parli di Bossa Nova è un mistero. Evidentemente, c'è una grande cospirazione contro di me..

Cosa succede in una scuola cattolica del Bronx, negli anni '60 quando una suora vecchio stampo è fermamente convinta che un prete progressista abusi dell'unico studente nero? Fin dove si spingono le sue certezze?

Il film di Shanley è terribilmente ben scritto, quasi letterario. Ed in alcune scene, infatti, più che cinema, sembra ci si trovi di fronte a del teatro filmato. E quindi, a volte, il ritmo latita.
Girato con stile classico, accademico, con attori bravi e ben diretti. La tematica che potrebbe apparire centrale - la presunta pedofilia e la relativa indagine - rimane sulla sfondo, e persino l'ambiente cattolico è fuorviante: ciò che preme al regista è riflettere sulle certezze umane e le loro origini.  Su dove inizi, e possa finire il "ragionevole" dubbio. Sui pregiudizi delle persone: tutte le certezze di Sorella Aloysius nascono infatti da una semplice visione, apparentemente senza importanza, che in lei diventa però certezza assoluta di una (futura?) colpevolezza di Padre Flynn. 
Com'era prevedibile, il film non da risposte, in nessun senso: ed invita anzi lo spettatore, non tanto a giudicare, quanto ad interrogarsi sulla complessità della vita e delle situazioni. E' un film intelligente che obbliga la riflessione.
Ed, in fondo, è anche un film sul potere.


Voto 6.5/10

What i was missing



La casa che volevo comprare ed arredare a SJC
I lavori che avrei voluto fare a Sao Paulo
Il sentirsi senza una lira, anzi, un Reais, ma pieno di energie
Tornare in Italia per le vacanze, dopo qualche anno, con un figlio
L'abbonamento a SKY, per otnrare a vedere la tv italiana e francese
Chiamarla la telefono alle 7 di sera: "i'm coming, don't worry, in 20 minutes i'll be there"
Cucinarle tutti i giorni qualcosa
L'entisiasmo folle di chi cambia vita per propria scelta
Mettere su un cd quando tornavo nella nostra casa, aprire una bottiglia di vino italiano ed aspettare arrivasse anche lei
Essere l'unico a girare in bici
Fare il figo, senza mai dare neppure l'idea di poterla tradire
Arredare la casa in modo minimalista
Essere fiero della mia perseveranza
Vivere le ore di sonno come una privazione del tempo con lei
Essere il professore di italiano, che pare abbia 20 anni ed è un figo con la moglie.
Avere una libreria con libri in 6 lingue diverse
Chiamare i miei con skype e sentirmi un groppo in gola
Farci la pizza insieme il sabato sera, come una coppia di scemi normali
Fare il simpatico coi suoi, della serie lo svitato venuto dall'europa
Non guardare con dolore altre coppie baciarsi
Addormentarmi contento
Avere sempre idee per cosa fare nel fine settimana
Farla sentire la persona più amata del mondo
Discutere in 4 lingue
Questionare per quali locandine di film avremmo messo in soggiorno
Fare viaggi scemi
Appassionarmi per la politica brasiliana e magari persino militare
Invitare gli amici di una vita a stare da noi per 2 mesi
Vivere di ricordi, con piacere
Camminare da solo, nelle serate brasiliane, ascoltando musica classica
Leggere mentre mangiavo un açai
Farmi nuovi amici che mi avrebbero preso per scemo. "Ma do l'ha trovato 'sto qua A.?"
Girare in camicia alle 4 di notte per andarle a prendere qualcosa da mangiare
Parlare assieme di quando facevamo gli au pair
Chiamare mia sorella al tel e sentirne la mancanza, tremenda
Vedere miliardi di film con lei
Tenere un blog da emigrato

Ma, sopratutto, svegliarmi ogni mattina con la noiosa e ripetitiva convinzione d'aver fatto la scelta giusta. D'essermi ritrovato a 12000 km da dove ero nato ed esserne profondamente felice. Di più: avere quella quotidiana sensazione adrenalitica di vivere la propria esistenza in modo non solo compiuto, ma persino felice, soddisfatto. Dimostrare che, davvero, non mi servivano luridi soldi per essere contento. Che, in fondo, io, la mia felicità me l'ero andata a cercare, e l'avevo inseguita ovunque, anche a costo di distaccarmi da ogni così che m'era stata vicina in precedenza. Che ero la prova vivente, che nella vita, si può stare con una persona senza stancarsene mai, neppure per un secondo, senza volerla mai tradire, senza non volere altro che lei. Già: essere in un certo senso, l'unica persona felice del mondo.

Gattaca


"Ogni bracciata verso l'orizzonte era una una in più che dovevamo fare per tornare a riva." E' una della frasi di apertura di Gattaca. Leggibile in diversi modi. Per me era la chiave di lettura del mio fallimento. Mi ero spinto talmente in la, l'ultima volta che avevo nuotato, che non avevo conservato le energie necessarie per salvarmi e tornare a riva. Di più: avevo puntato direttamente l'altro lato della riva, non tornare più indietro. Poi però era successo che l'altra riva aveva cessato di esistere (ma era mai esistita, davvero?) ed ero dovuto tornare indietro. Sbracciarmi, nuotando senza più forze. Ed ero arrivato alla sabbia, oramai esanime.

In un "futuro non molto lontano", gli esseri umani vengono concepiti con particolari tecniche genetiche e diventano così "validi". Gli altri, quelli concepiti con il "vecchio sistema" sono invalidi. La società rispecchia questa divisioni tra classi. Cosa succede quando un non valido ha il sogno di diventare cosmonauta, una professione riservata ai validi?

Niccols confeziona un film d'autore mal riuscito. Non sembra mancare nulla per ottenere un capolavoro: scenografie belle e minimaliste, grande colonna sonora della svedese Nyman (e Schubert), storia interessante, sviluppata, tutto sommato, bene, e regia diligente. Eppure manca qualcosa. Non si riesce ad empatizzare con i personaggi, ed il mondo Orwell - Huxleyano non riesce a vivere di vita propria, a diventare un personaggio. Certo il film rimane interessante per tutte le sue implicazioni filosofiche (quali sono i veri limiti umani? può fallire anche chi.è stato programmato per il successo?), sociali (è questa, la società che avremo nel futuro? oppure: gia viviamo in questa tipo di società senza accorgercene, solo che al posto del DNA viene valutata la nazionalità ed il pedigree familiare?), e politiche.

Comunque godibile. Uma Thurman bella, come al solito.


Voto: 6.5/10

Ps

Troppi (sotto?)"finali". E nemmeno azzeccati.

sabato 15 gennaio 2011

La ragazza che mi conosceva male



Debbo essere onesto: la conoscevo male. E sopratutto, lei mi conosceva male.
Eravamo usciti, in amicizia, non più di 2 volte. E avevamo discusso un po' di tutto: politica, cinema, società, letteratura, poesia, vino, viaggi, amore, birra, famiglia, sociologia, storia. Non le avevo detto nessuna bugia (vabè, io non mento, a prescindere), e credo che avessi solo abellito un paio di dettagli. Non avevo fatto niente per provarci, dato che, con le donne, ho chiuso nella vita precedente.
Le avevo raccontato un po' della mia vita e lei della sua. Non c'era stato niente, ma proprio niente di ammiccante. Anzi.

Poi, c'era stato un momento di silenzio, non più di 10 secondi, e lei mi aveva detto:

"Scusa, ma non capisco come abbia fatto la tua ex tipa a lasciarti, sono sincera, non sto facendo l'ipocrita."

Io ero rimasto un attimo in silenzio.
Poi purtroppo le avevo dovuto risponderle: "manco io, dovresti chiederglielo di persona alla stronza".
Poi avevo aggiunto, ridendo, perché ero troppo codardo per dirlo seriamente: "e cmq avevamo anche una ottima vita sessuale, e parlo volutamente al plurale".
La discussione s'era chiusa lì. Non credo ci rivedremo più. Del resto, a me stava sui coglioni. Come del resto qualsiasi donna dopo la seconda uscita.

Lei era rimasta con i suoi dubbi. E io, da solo.

L'Orso Yoghi



Son contento perché oggi, dopo la lezione di tedesco, ho incontrato la mia amica Pauline per parlare un po' la lingua di Goethe. Dato che già mi stava facendo l'immensa cortesia di intrattenersi con me, non potevo certo imporle un film difficile. Purtroppo, ed a causa degli orari del cinema Barberini, la scelta è caduta su L'Orso Yoghi.

Dopo anni di lotte, l'orso Yoghi e Bubu si alleano con il ranger Smith, contro i piani del malvagio sindaco Brown (repubblicano?) che vorrebbe chiudere il mitico parco di Yellowstone per farne un parcheggio. Indovinate come andrà a finire?

Ora, è chiaro che è un film scritto, diretto e pensato per i bambini. Per bambini però, con un età cerebrale di 3 anni. Non chiediamo Miyazaki, ma almeno un minimo di ambiguità. Tanto per mostrare che nella vita esistano, anche, le sfumature. Non c'è la minima ironia,o una gag politicamente scorretta, ed i personaggi son fatti con l'accetta. Il cattivo è tremendamente malvagio. Il buono è pure di cuore. L'ingenuo è scemo, ma in fondo bravo. A confronto, i personaggi della Walt Disney sono alla prese con drammi shakespeariani. E vedendo il film, si sente la mancanza tremenda dei vecchi cartoni di Hanna & Barbera.


Voto 4/10

Ps

Simpatica la citazione di 2001 Odissea nello spazio.

venerdì 14 gennaio 2011

Vi presento i nostri


Vidi Ti presento i miei  nell'ultimo anno di liceo, mentre mi avvicinavo a quella che sarebbe poi diventata la prima ragazza, Elisa. Ero a casa di mio papà. E lo trovai divertente.
Per Mi presenti i tuoi? andai al cinema, con mia sorella ed un'amica, mentre stavo con la mia seconda ragazza, Chiara, la compagna del quinquennio dell'allegra tranquillità lineare. E lo trovai divertente.
Stasera ho visto Vi presento i nostri (i prezzi del cinema sono aumentati, cazzo!), con mia sorella, 4 mesi dopo aver rotto con la mia terza ragazza, A.,  (l'ultima, dato che dopo di lei non ce ne saranno altre). E non ho riso più di tanto.

Gary e Pam sono oramai sposati e con un coppia di gemellini. Si avvicina il compleanno dei bambini, e la conseguente visita di Jack, il terribile padre di Pam. Come al solito, non saranno giorni di piacere per il povero Gary, alle prese, tra l'altro, con una (ex) sexy inferimiera.

La trilogia dei Focker (Fotter in italiano) si chiude con un capitolo che ci saremmo volentieri risparmiati. Non solo le gag sono abbastanza telefonate, ma in alcune parti vi è un vero e proprio innesto di scene alla Scary Movie (che senso ha vedere un bambino di 5 anni vomitare come fosse l'esorcista, o schizzare del sangue da un dito come se fossimo in un film splatter?). Anche i duetti tra De Niro (quanto è invecchiato, cazzo) e Stiller tendono a mostrare la corda: s'è persa vitalità e genuinità.
Certo, qualche momento comico è rimasto (le scena della puntura non è poi tanto male), ma la cifra complessiva è abbastanza bassa. Inoltre, se nei primi due capitoli s'era quasi del tutto evitata ogni volgarità gratuita, stavolta il regista non rinuncia a mostrarci Jessica Alba in reggiseno. Se ne poteva fare a meno.
Owen Wilson non è male,ma Hoffman e la Streisand sono invece annoiatissimi in ruoli in cui, è evidente, non credono nemmeno loro. Come dargli torto?

Simpatiche citazioni musicali de Il Padrino e Lo squalo.

Voto 5/10

Lueve con sola




S'era sotto la pioggia, avevamo camminato correndo oltrepassando il ponte che portava alla.. non mi ricordo il nome della via, ma portava alla stazione, e avevamo corso, a e poi eravamo finiti sotto la tettoia di un'edicola e ci eravamo dati un bacio, ed eravamo due adolescenti, davvero. Lei mi aveva detto di ascoltare la versione di Joe Cocker di With a little help of my friends e io, io, io non lo so ero confuso per la troppa felicità, non riuscivo a gestire tanta gioia improvvisa, non riuscivo a controllarmi, ero in grado di scoppiare a piangere per la contentezza.  Non che fossi diventato isterico, è solo che era troppa gioa, troppe cose felici insieme, troppa perfezione, troppa grazia. Il vagabondo sempre in cerca di vita che trova quel che cerca? Godot ha un senso proprio perché sfugge sempre, è assurdo trovarlo a 25 anni, no?
Finalmente, mi dicevo. Finalmente. Non luridi soldi, misera approvazione sociale o stima. No, ricevo la possibilità di frequentare la persona perfetta per me, che mi completa e anzi, ben più importante, mi spinge a migliorami.

***

Al pub una sera, siamo andati a bere una birra. Prima di tutto. Prima che decidessimo di fare coppia, prima dei viaggi, di tutto. Parlavamo. Dio mio, parlavamo per ore, di miliardi di cose. E allora, in uno strano atto di coraggio le avevo preso la mano. Sì, la mano. Gliela avevo presa con dolcezza imbarazzata, e le avevo rivolto uno sguardo, innamorato. E lei aveva ricambiato lo sguardo. E non c'era niente da dire, era come la vignetta di Macanudo.  Prendiamoci le mani e tutto andrà bene, non serve altro. Basta frustrazioni e litigi politici, sociali, culturali, basta paure, ansie, timori, dolori. C'era lei e quindi tutto sarebbe andato bene per sempre. E mi aveva dato un foglio, scritto a penna rossa, con tutte le cose che una persona dovrebbe e doveva fare per lei, e io avevo fatto tutto nel corso dei mesi.

E poi, invece, non avevo fatto niente. E l'unica mano che ora accarezzavo era quella del fantasma che mi dormiva accanto.

***

Poi una vita dopo, una sera parlavo con una tipa al pub. Non credeva che nn mi andasse più di uscire con donne. Davvero. Mi faceva sorrisi come se mi dicesse: "bella 'sta tattica per rimorchiare eh?". Non credeva che una persona potesse essere felice solo perché stava insieme ad un'altra. Solo perché esisteva un'altra persona. "Le persone devono essere felici a prescindere del partner", diceva con risolutezza.
Spiacente, io non lo sono. Io son stato felice una volta in vita mia, e solo perché c'era A.

"Stai bene col tuo corpo?"
"Benissimo, ti dirò che mi sento persino figo."
"Ti stimi?"
"Nel complesso mi ritengo una persona ok."
"E allora dovresti essere felice, no?"
"No"


Non riesco a capire, davvero, non ci riesco. Parlano tutti di partner intercambiabili. "Io son stato X anni con una/o e poi ne ho trovato uno meglio." Ma cos'è un sistema operativo? Un cellulare, che qnd esce il modello nuovo, butti quello vecchio e vai all'unieuro a comprarlo? Ma perché, cristo, è così dura capire che non si piò, non si può, in vita, voler stare, provare affetto, adorare due persone allo stesso modo? Che uno è il posto, e andato quello, amen, fine, kaputt.
Che una persona nella vita può amare una sola cazzo di persona, ed il resto saranno solo imitazioni.Magari anche buone.

Non ci riesco.

giovedì 13 gennaio 2011

La maschera di amianto



Codici, comunicazione, ruoli, ricevente, emittente. Non era solo la lezione che stavamo facendo.

Tutto intorno, ognuno aveva già cominciato ad adempiere al proprio ruolo. A fare ciò che gli veniva richiesto. Ciò che era bene fare, in modo conscio. Ed inconscio. Dire, accettare, discutere, ridere, proporre, sorridere, ammiccare, invitare, dialogare. Dovevo interpretare troppi ruoli.
Fare domande totalmente idiote, perché il formatore (guai a dire docente) lo esigeva. Fare il simpatico un po' scemo. Fare il giullare. Fare la seria con i soldi, che però sa divertirsi. Fare la sgallettata borghese. Fare l'emigrata. Fare l'intellettuale. Comunque, se eri uomo comunicare immediatamente disponibilità sessuale. Se eri donna anche. Dire a mo' di difetto di essere polemici e poi annuire come un cagnolino. Mentire in modo spudorato, solo per farsi accettare, dal gruppo. Dal branco, semmai.

***

Chiaro, la maschera la debbo indossare ogni giorno. Ho evitato di indossarla con una sola persona nella mia vita, e quella se n'è andata, per sempre. Quindi la maschera andrà indossata fino all'ultimo maledette respiro. Il problema è che la maschera, è fatta di tela. Va bene per gli incontri superficiali, ma non puoi usarla tutto il giorno. Di fronte al fuoco, si brucia. Non è di amianto. La maschera ti permette di arrangiare alcuni aspetti, ma non di evitarli od eliminarli.
La maschera consente di fare un sorriso educato e transitorio, non di intavolare conversazioni sul nulla più totale. La maschera ti permette di sentire senza ascoltare, ma non di empatizzare, con esigenze lontane anni luce delle tue. La maschera è fragile, va preservata. La maschera è vita: trai ossigeno sociale solo con quella.

***

E, ora, oltre alla maschera, c'era anche un secondo dramma: non ti interessavano più di tanto le donne, in generale, a livello sessuale. No, per carità, non eri ancora diventato un piccolo moralista bigotto del cazzo, ci mancherebbe. E' che non ti interessava (più?) fare il galletto per beccare con la prima squinzia che capitava sottomano. Non ti avrebbe portato niente. Quindi perché dannarsi. Perché dover mettere una maschera sulla maschera? Interpretare qualcuno che interpreta qualcun'altro: metacinema. Metavita. Troppe complicazioni. Meglio una sana distanza disinteressata. Tre mesi e poi via, da qualche parte. Nove mesi e poi via, da un'altra parte. Due anni e poi via. Vendermi o non, non era solo una discutibile questione di etica personale. Era diventato disgusto per le altrui piccole meschinità e per i ridicoli codici sociali da rispettare. M'accontentavo di essere educato.

***

C'è di più. Cominciavo a credere nello spirito dei popoli. Ed era un male. Pericoloso.

mercoledì 12 gennaio 2011

L'amore è sopravvalutato




L'amore è sopravvalutato è una raccolta di undici racconti brevi di Brigitte Giraud.
Tutto ruoto intorno all'amore, anzi, alla mancanza dell'amore, la sua fine, la sua assenza, la sua autopsia.
Ma il tema, è, come suggerito dal titolo, tetro, cupo, macabro, triste. Di più: i racconti scorrono su uno sfondo di violenza, di mancanza di sentimenti, di dolore banale eppure atroce. Sono amori quotidiani che finiscono, storie che gli anni hanno logorato, persone ferite dalla vita che non riescono a ripartire. A cui manca lo slancio vitale, l'élan vital, necessario per un nuovo inizio.
Lo stile è minimalista, e si adatta perfettamente alla tematica trattata. Anzi: lo stile influisce sulla sostanza stessa dell'argomento.

11 sono i racconti, casualità?
Eppure 11 erano i minuti dell'atto sessuale in un vecchio (ed orrido) libro di Paulo Coelho, ed 11 erano le solitudini in un'altra struggente raccolta di racconti di Richard Yates.  Undici ovvero dieci più uno, quasi ad indicarci sin dall'inizio che non si arriverà ad una summa perfetta, complessiva e geometrica. Che non verranno fornite risposte e soluzioni. Undici è una provocazione contro le certezze (mancate) della vita quotidiana.

Infine, il titolo può apparire fuorviante. L'autrice non sopravvaluta mai l'amore. Prova ne è la devastazione sentimentale e le lacerazioni interne che vivono i suoi personaggi, proprio a causa della fine dell'amore stesso. Ciò che è sopravvalutato è forse il credere che l'amore sia eterno in quanto tale, che non possa morire. Purtroppo, e questo è uno dei drammi del testo, e delle vita, l'amore può terminare all'interno della metà di una coppia e non nell'altra metà. Anche se, forse, allora, non era amore.  Diceva un vecchio, banale e sottovalutato adagio: "L'amore è sempre eterno. Se non fosse eterno, non sarebbe amore."

"Certo per lui provi tenerezza. Pare si dica così quando non si ama più."
Una bella frase, che spiega molto. Che indica perché tanti rimangano insieme a dispetto della realtà, e tanti altri decidano invece (o lascino decidere) che le strade vadano separate, a dispetto della tranquillita. L'amore è più violento, ed incostante della tenerezza. Ed è una legge senza eccezioni. L'amore è la morte che si prepara ad aggredirti.

Il libro si lascia leggere, il tempo del viaggio su un treno regionale. In una mattina invernale, nella quale ancora non riesci a trovare spiegazioni per il fatto di costruire quotidianamente un altare al tuo vecchio amore. Malgrado lei se ne sia andata. Non certo sopravvalutandoti. Anzi.

martedì 11 gennaio 2011

Alice - Messaggio



Tra migliaia di persone
sicure per fedeltà
dagli occhi come diamanti
che strano
dovevo cadere con te
davvero speravo
in qualcosa di meglio. 
[...]

C'è che nella mia vita no
non voglio padroni e con te
con te
voglio farla finita.


Ieri sera, una persona che non conosco, se non per via twitteriana, m'ha fatto sentire "Messaggio" di Alice.

Ora, scordiamoci del fatto che mia sorella m'abbia detto: "e che non la conosci Messaggio? E' 'na vita che va in giro, a cojone", e pensiamo solo che per me sia stata una scoperta.
Stamattina mentre mi facevo a piedi i Fori imperiali, (Roma è bella solo quando è vuota. E poi l'81 e il 60 non passano mai..) la stavo riascoltando. Preferivo concentrarmi sulla canzone piuttosto che pensare che stavo andando a sentire persone che mi avrebbero insegnato come ingannarne altre.

"Tra migliaia di persone sicure per fedeltà dagli occhi come diamanti che strano dovevo cadere con te"

Fedeltà.
E' logico, anzi dogmatico, che il primo tipo di fedeltà, all'interno di una coppia, sia quella sessuale. Non c'è coppia senza fedeltà sessuale. Non esiste. La coppia nasce per via della fedeltà sessuale.

Ma poi m'ero messo a pensare (sì, penso, lo so, fa male), che c'è anche un altro tipo di fedeltà. Quella alla coppia stessa. Al suo modo di fare, e di esistere. Alle sue abitudini. Al modo in cui è stata costruita.
No, non si tratta di fare l'elogio dell'immobilismo: si esce alle stesse ore, si scopa allo stesso modo, si bevono le stesse cose, si vedono le stesse persone, no.

Quando ho conosciuto la stronza vivevamo in Austria. Uscivamo insieme, il nostro divertici era bere tutta la sera al pub, raccontarci scemenze, chattare per ore, fino alle 3 di notte, scambiarci le poesie che ci avevano toccato, fare l'amore un po' qua e la, progettare ogni giorno cose nuove.
E così avevamo fatto anche in Brasile.

Poi la stronza, in Germania, era mutata antropologicamente. Era diventata qualcuno che non riconoscevo. E aveva tradito non me, ma la nostra coppia. Lentamente s'era tramutata in qualcun'altro.
Doveva conoscere persone nuove ogni giorno, altrimenti boh, si fermava il mondo.
Doveva andare a feste tutte le sere.
Doveva essere rude con me, senza motivo.
Doveva trovare un motivo per lamentarsi di me, a qualsiasi costo.
Doveva andare a ballare nelle sue merdose discoteche, ogni sabato.
E questo suo atteggiamento era tradire la nostra coppia. Era tradire ciò che eravamo. Era tradire le basi su cui si fondava il nostro rapporto. Era tradire il come ed il perché ci eravamo innamorati. Era uccidere lentamente la persona che avevo seguito per mezzo mondo, per la quale avevo mollato tutto. Era violentare tutti i giorni non solo la mia pazienza, ma le mie dannate arterie cardiache.

Si dirà: "e che ora perché si voleva divertire a qualche festa, stava facendo qualcosa di male?". Ma no, non è il problema di una festa, di una merda di discoteca o degli amici totalmente idioti che frequentava, con cui se ti andava bene potevi scambiare due parole sul calcio, come argomento culturale.
E' che aveva rinnegato il nostro modo di essere. Aveva rinnegato come eravamo.
Aveva rinnegato la nostra collinetta felice ed isolata, the city upon the hill, potrei dire per fare lo spocchiosetto merdoso che sono. Aveva rinnegato l'Hilmteich, ed i nostri posti segreti.
Aveva rinnegato il nostro modo di essere, il modo in cui eravamo diventati una coppia, che aveva anche retto a 12.000 km di distanza e rivoltato il mondo pur di stare vicina (anzi, l'avevo fatto IO, non noi).

Si tradiva in tanti e troppi modi.
Ma un giorno, mia amata oscura maledetta, l'avresti pagata.
No vabè, non credo.

Vai via dalla mia vita
basta
con te voglio farla finita
nella mia vita...

lunedì 10 gennaio 2011

Coldplay - Politik - Un nuovo inizio



Svegliarsi, quando ancora è notte.
Tornare a camminare per le strade quando aprono i primi bar.
Arrivare alla stazione, senza vita, come lo è sempre stata.
Ascoltare chiacchiere inutili sul treno.
Prendere la metro B, sporca, e piena.
Percorrere Via dei Fori imperiali.
Arrivare in un'aula ed aspettare.
Leggere cose ridicole.

Poi il diavolo che ha deciso che devi PAGARE, ancora una volta.
Sentire che viene mandata in onda una canzone.
Politik dei Coldplay:
Nessuno all'infuori di te, ne conosce il significato tremendo.
Nessuno all'infuori di te, sanguina sentendola.
Nessuno all'infuori di te la ascolta con lo stesso dolore.

"Davenne è il mio nome", presentarti.
Vedere sguardi che simpatizzano con te.
Sentirtene contento per 3 secondi e poi tornare a sprofondare:
"Davenne è il nome, e dovevo andare a vivere in un altro paese, proprio ora."
Vedere visi nuovi. Sentire parole gentili. Essere costretti ad ingogliare il tremendo momento delle
allusioni,
ammiccamenti,
sorrisetti,
sai cosa significano, ma te ne sbatti il cazzo. Sì, te ne sbatti il cazzo.

"Davenne mi chiamo"
E non dimenticare mai di infilare la maschera, ti serve, è tutta la tua vita.
Senza la maschera il tuo viso andrebbe in fiamme, come quello dei vampiri sotto la luce.
La maschera è tutto, è salvezza, è sopravvvivenza.
E quei maledetti Coldplay sono morte, ricordo, memoria, lama nella tua carne.

Finire la prima lezione.
Fare sorrisi.
Andare via.

Camminare, camminare, camminare nella notte.

"Davenne è il mio nome e vengo da lontano."

La ricerca della felicità



"Questa parte della mia vita, questa piccola parte, si può chiamare, felicità." 
E' così che si chiude (quasi) il film. In questo momento potrei dire, a proposito di me stesso: "Questa parte della mia vita, questa piccola parte (?), si può chiamare, infelicità."

San Francisco, anni '80. Chris è un venditore, in crisi economica ed affettiva. Sua moglie non regge le pressioni e decidere di abbandonare lui ed il figlio. Davanti a sé, uno stage non retribuito per diventare broker, ed il piccolo Christopher da mantenere, senza soldi. Inizia la sua personale ricerca della felicità.

Muccino m'è antipatico, ed è un regista sopravvalutato. Rammento ancora con orrore il suo Ricordati di me.
Tuttavia, con La ricerca della felicità confeziona un buon film. Scritto bene, diretto con bravura, ben interpretato. Ben confezionato.
Le disgrazie che si abbattono su Chris non lo scoraggiano mai, non lo portano mai ad abbandonare quel diritto "alla ricerca della felicità" sancito dalla costituzione americana. E così, senza soldi, con poche prospettive, e senza l'appoggio di sua moglie, il protagonista (ottimo, davvero, Will Smith) mostra che si può e si deve, andare avanti, senza mai perdere la dignità, e la capacità di sognare.
Ma sognare cosa?
Il sogno tipicamente americano. Il mito della realizzazione materiale. E' un film infatti, tipicamente americano, ed imbevuto di prospettive americanocentriche (eppure il regista è italiano..). Certo, Muccino non manca di mostrare che il rovescio della medaglia sia l'incubo americano: dopotutto, in Europa, un padre di famiglia non si ritroverebbe per strada con il figlio, solo per quattro multe non pagate ed un paio di mesi storti. Ma tutte la sfortune, i drammi che si abbattono sul premuroso padre ed il figlioletto al seguito (c'è persino una chiara citazione di Ladri di biciclette), sembrano esistere solo in ragione dell'immancabile happy end. Rendendo un po' meccanico l'intero film. Peccato.

Voto 7/10

Ps

A quando un film, non di nicchia, sull'uomo medio che messo di fronte alle sfide della vita, non ce la fa? Forse però non incasserebbe 160 milioni di dollari.

domenica 9 gennaio 2011

Danny the dog



Danny è stato allevato da un boss mafioso, senza cognizione del mondo e delle sue regole sociali. Viene infatti utilizzato come "cane", guardia del corpo e carne da macello per combattimenti clandestini. Un giorno, a causa di un incidente, viene raccolto da una nuova famiglia. Ma, non è facile lasciarsi alle spalle il proprio passato. Sopratutto quando suona alla porta.

Erano anni che canticchiavo un motivetto di Mozart senza conoscerne il nome. Sappiate che è la Sonata n. 11, l'ho scoperto vedendo il film. Se, tuttavia, già conoscete tutte le sonate di Mozart, o non ve ne curate particolarmente, allora, probabilmente, non avrete motivo di vedere questo film.
Inizia come un film d'azione, diventa un melo' drammatico, si tinge di thriller e chiude con happy end all'americana. Insomma: non è niente. C'è un po' tutto, ma messo male.  Sì, forse qualcuno troverà commovente che il ragazzo violento che vive al di fuori del contratto sociale, una volta ricevuto amore e conosciuta la musica, si converta in un adorabile ometto pieno di buoni sentimenti. Io, no. Se volete vedere qualcosa del genere allora basta comprare il DVD de "Il ragazzo Selvaggio", vecchio capolavoro di Truffaut.
Per Jet li e le sue acrobazie, c'è sempre tempo.

Voto 5/10

Ps:

Dio mio, che tristezza vedere Morgan Freeman in questi ruoli ridicoli.

sabato 8 gennaio 2011

Mary and Max



Immaginiamo una storia.
Immaginiamo che c'è un bel ragazzo, sveglio, brillante, che parla troppe lingue, che vive in Germania, che viaggia, legge libri, vede film, scherza su tutto, è fissato con la politica, è la persona più autoironica del mondo.
E che sta insieme ad un'altra da 16 mesi, che hanno fatto l'amore poche ore prima, che si son guardati nelle palle degli occhi, sì, proprio negli occhi, che vivono nella stessa città, dividono la casa vuota per qualche giorno, che hanno grandi progetti.
Immaginiamo poi che lui sia la persona più innamorata del mondo (lo è davvero eh, quindi non serve un grande sforzo di fantasia), e che lei sia non solo la ragazza più bella abbiate mai visto, ma abbia anche una mente brillante, sia colta, legga poesie, ami la letteratura, abbia fatto conoscere Pessoa e Saramago al ragazzo.
Immaginate che siano una coppia bella da vedersi. Sia per le foto che per le discussioni. Immaginate che il giorno dopo partano insieme per Amsterdam.
Avete fatto?
Questo è il quadro nel quale io vidi Mary and Max. L'ultimo film che vedemmo assieme.


Mary è una ragazzina di 8 anni di Melbourne, un po' imbranata, vispa e piena di sensibilità. Max è un 40enne di New York, introverso ai limiti della sociopatia, ebreo, comunista, che vive ai margini della società. Intavolano casualmente una corrispondenza che durerà per anni.

Partiamo dalla fine: il film di Elliot è un capolavoro.
E' incredibile come l'autore abbia reso non solo plausibile, ma toccante, struggente, lo scambio di lettere tra due (entrambi a modo loro) emarginati. Lo stop motion utilizzato non ha nulla a che vedere con qualcosa di commerciale e/o vendibile. E' arte, senza secondi fini. Non strizza l'occhio allo spettatore. Il regista ama profondamente i suoi due personaggi, pur essendo loro dei perdenti, in partenza. Dei destinati all'esclusione. I film ed i personaggi di Tim Burton, a confronto, sono della gaie favole di Natale.

E' in fondo anche una grande storia d'amore oltre che d'amicizia, ma d'amore puro, come solo i disadattati sanno provare. Una storia di rotture, di pianti, di sogni. Di due persone che rifiutando la società in cui vivono (ed essendone rifiutati), trovano una boccata d'ossigeno solo nell'esistenza dell'altro. Nel sapere che c'è ancora qualcuno di diverso e quindi, di umano, con cui condividere la propria esistenza, anche se solo per via postale. Il tutto immerso in una malinconia non consolatoria e non fine a se stessa.
Un film sulla tragedia di due vite umane, che riesce però anche ad essere ilare, un film sulla morte che però è vissuta con serenità. Un film sull'orrore del vivere nella nostra società, che tuttavia prova a suggerirci che esista ancora speranza. Nell'altro contintente o forse a pochi passi da casa nostra c'è forse una persona in grado di capire, sentire, condividere, provare, empatizzare.

Le scene memorabili non si contano. Una per tutte però: lui scrive a lei che non è mai riuscito a piangere. Allora lei, gli manda, per posta, le sue lacrime.

Voto 9/10


Ps

Avete immaginato la scena iniziale? Ora vedete il film. Poi ripensate al ragazzo. Pensate che si mise a piangere alla fine del film, come un bambino di 8 anni, perché s'era sentito toccato dalle vicende. Perché s'era rivisto, tale e quale a Max. Perché aveva pensato che era un povero disadattato che viveva ai margini, e che, come Max, aveva avuto la fortuna incredibile di stare accanto, fisicamente, alla sua Mary. Erano lacrime di tristezza e di gioia allo stesso modo.
Pensate che erano andati a dormire insieme. Pensate che le lacrime erano cessate dopo un po', quando l'aveva stretta nel buio e le aveva detto che averla vicino era l'unica cosa che contasse nella sua vita. Che non gli importava nulla, ma proprio nulla, di ogni altra donna sulla terra, dei soldi, del lavoro, dell'Italia, di se stesso.

E pensate che 4 giorni dopo, lei l'aveva lasciato.

Coldplay - The Scientist



Aprire Facebook. Vedere che qualcuno ha pubblicato una canzone. Cliccare su play. Sentire le note che partono. Immediatamente sanguinare. Percepire le lacrime che stanno nascendo. Essere consci di una fragilità impossibile da nascondere, in questo preciso momento. Mettere stop, immediatamente. Troppo tardi, come sempre. Essere sempre fuori tempo.
Ricordare. Vuoi cancellare, davvero, lo desideri, ma la mente non è un cazzo di Mac che formatti come ti pare. Sentire la sua voce, allora amabile, ora demoniaca che ti consiglia di ascoltare i Coldplay. Ti dice che quando sente "Politik" pensa a te. E ti dice di provare ad ascoltare "The Scientist". La sentite in Austria. A Budapest. La sentite in Brasile. La sentite finché siete una coppia viva, cioè tanto tempo fa. E avevi dimenticato che esistessero i Coldplay. Ma non c'è niente che puoi dimenticare: servono mesi per lasciare che si posi una leggera patina di polvere sui tuoi ricordi, ed un ridicola folata di vento per spazzare via tutto in tre secondi. Spazzare via tutto, tranne te stesso.




Come up to meet you,
tell you I'm sorry,
you don't know how lovely you are.

I had to find you,
tell you I need you,
tell you I set you apart. 

Tell me your secrets
and ask me your questions,
oh lets go back to the start.

Running in circles,
comin' in tails,

heads on a science apart. 

Nobody said it was easy,
it's such a shame for us to part.
Nobody said it was easy,
no one ever said it would be this hard. 

Oh take me back to the start.

Black Swan



Quando ancora stavo in Brasile, a Sao Jose dos Campos, una sera vedemmo un film che lei amava particolarmente: Requiem from a dream, di Darren Aronofsky.
Era una film che disturbava, creava disagio e malessere. Se però visto, come feci io, in un totale stato di grazia, fisico, mentale, amoroso, risultava se non apprezzabile, quanto meno interessante.
M'è sembrato quindi opportuno vedere il nuovo film del regista, autore anche del buon The Wrestler e Pi Greco, il teorema del delirio.
Del resto, una cosa che non ho avuto il tempo di fare, è stata portarla ad un balletto a Monaco. O meglio: una cosa che lei non mi ha lasciato il tempo di fare.

Nina è una donna, che vive ancora in uno stato preadolescenziale. Tutta la sua vita e le sue energie vengono spremute per il balletto. Quando le viene offerta la parte principale ne "Il lago dei cigni", dovrà confrontarsi, finalmente, con una madre oppressiva, e, sopratutto, sé stessa.

Aronofsky riprende alcuna delle tematiche già trattate nei precedenti film. Dove esiste l'uomo, e sopratutto, cosa lo definisce? Sembra che Nina sia destinata ad essere compiutamente se stessa solo sul palcoscenico, e solo dopo essersi trasformata interiormente. Deve infatti interpretare sia il casto, puro e vergine cigno bianco, che il sensuale, tentatore e peccatore cigno nero. Inutile sperare in una impossibile sintesi. La lotta contro la parte più nascosta di noi stessi, non può sfociare in nessun lieto fine, e la conclusione non è tanto il fallimento di un percorso, quanto la sua totale inattuabilità pacifica. Nina non vuole più essere il cigno bianco, ma è incapace di diventare quello nero senza votarsi in toto alla sua parte oscura.

La Portman recita bene, ma il vizio di Aronofsky di unire troppe tematiche insieme (il thriller, l'horror, la rivolta giovanile, l'erotismo, il dramma), tende a rendere il film, oltre che lentissimo, anche non particolarmente godibile.
Il seguito in chiave femminile ed artistica di The Wrestler, non mi pare particolarmente riuscito. Peccato: il regista ha talento, ma è forse un po' troppo innamorato delle proprie qualità.

Ps:
Cassel fuori luogo: quando fa il bulletto di periferia è perfetto, ma vederlo da coreografo, è sfiorare il ridicolo.

Voto 5/10

venerdì 7 gennaio 2011

Fico assim sem você



Strano vedere come la parole,
e la musica
e la melodia
ed i suoni
che prima ti provocavano piacere ora siano un pugno nello stomaco.

Una canzoncina scema brasiliana, (sentita per la prima volta alla fine di Turistas, girato ad Ubatuba, ah..) che amavo canticchiare, pensando a lei, e che conoscevo parola per parola, ora è solo causa di bile. Mal di pancia.

E ricordare di quando Eva ce la canticchiò, e io le dissi, ad A., che sarebbe stata una madre perfetta, (piena di idee, iniziative, entusiasmo e falsità), e mi specchiavo in un futuro già morto, e tutto sembrava così facile. Non servivan soldi, lavoro, casa. Bastava guardarla e tutto sarebbe successo.

E ricordare di quando a SJC, mi spiegò che "Queijo e goiabada" erano Romeo e Giulietta.

E.. ricordare, ricordare, vivere nel passato, per scelta, necessità e mancanza di alternative.

Del resto, si diceva che: "Todo amor é eterno. Se não é eterno, nao éra amor."


Por que é que tem que ser assim
Se o meu desejo não tem fim
Eu te quero a todo instante
Nem mil alto-falantes vão poder falar por mim 

Eu não existo longe de você
E a solidão é o meu pior castigo
Eu conto as horas pra poder te ver
Mas o relógio tá de mal comigo

Cosa era successo il 1 Settembre 2010


Mi ero alzato, avevo preparato la colazione per i bambini. Poi li avevo portati al campo di calcio. Avevo cercato di chiamarla, vero le 9, ma avevo trovato la segreteria: "hey babe, what do you think about to have a dinner together tonight? i miss u, talk you soon."
Ero tornato a casa in bicicletta e mi ero messo a pulire le stanze Fritz e Franz (sì, facevo l'au pair: avevo lasciato l'Italia per seguirla e pur di starle vicino facevo il ragazzo alla pari, amen i titoli di studio, le specializzazioni, le aspettative). Poi alle 13 le avevo mandato un sms, avevo provato ad usare gtalk, e l'avevo chiamata a casa. Niente.
Mi ero preoccupato. Sarà malata. Sarà stanca. Forse le è successo qualcosa.
Poi alle 14 era passato il postino. Mi aveva lasciato il TIME ed una lettera.

***

Avevo aperto la lettera. Ma avevo già capito. Mi tremevano le mani. Non sto scherzando: mi stavano tremando le mani. Ancora oggi tremano ogni tanto. Ho aperto la busta ed ho iniziato a leggere i deliri di una persona che amavo. No: ho aperto ed ho iniziato a leggere i deliri DELLA persona che amavo.
Ho letto.
Ho avuto un crampo allo stomaco e sono caduto per terra. Ho preso la bicicletta e son corso fuori, spingendo finché non avessi male ai polpacci. Ho chiamato mia sorella che era in partenza per Londra. Ho iniziato a pingere, piangere, piangere. E lei sì, mi diceva: "'sta maledetta troia, è un bene sia finita così, fidati, è una persona disgustosa e l'abbiamo sempre pensato", ma io non sentivo, io piangevo. 3 giorni prima lì a farmi moine ("can just think about you") e poi mi mandi a fare in culo con una lettera. Una schifosa lettera.

***

Le ho mandato un sms. "I'm coming there just to talk with you. i'll respect every decision of you. I just wanna talk". Ho preso la S-Bahn e sono andato a Monaco. Lei mi ha risposto all'sms "LEAVE ME. I DON'T WANNA NEVER SEE YOU AGAIN". Come se avessi fatto qualcosa di atroce. Davvero, sembrava che mi avesse beccato con un'altra o qualcosa di simile. Sembrava che fossi stato accusato di pedofilia. Di violenza sessuale. Di atti razziali. Di antisemitismo (oddio, quello a lei non sarebbe fregato un cazzo, stronza).
Sono sceso a Pasing e mi sono fatto a piedi fino a casa sua. Erano 8 km. Tanto avevo tempo. Sono arrivato a casa sua. Ho provato a chiamarla, ma lei non rispondeva mai. Le ho lasciato altri messaggi. "Please, we are together since 16 months, i've let everything for you, and u don't wanna even fkng talk with me?"
Prima calmo. Poi toccato. Poi disperato. Poi non si sentiva più nulla, solo lacrime e mugugni in inglese.  "We  sleep together since more than 1 year, and u dare give me up like this?"
Non ho suonato alla sua porta. Non ho voluto imporle alcun imbarazzo. Non ho voluto farle scenate.

***

Poi ho chiamato la mia amica ucraina. Aspettavo piangendo in Marienplatz. C'erano gli ubriachi. C'erano ragazzi sorridenti. C'era una ragazza che m'aveva visto piangere. "Kann ich dir helfen? Magst du ein Bier?". Nein danke avevo risposto.
E Kate è arrivata. Mi ha chiesto cosa succedeva. E io non riuscivo nemmeno a parlare. E allora abbiamo preso una birra, ma io non ce la facevo, piangevo e basta. M'ha detto quello che pensava di A. Troppo tardi. Fuori tempo massimo. E poi il fatto venisse considerata una stronza da tutti non alleviava certo i miei dolori. Abbiam finito la birra. Le ho detto che volevo buttarmi sotto la metro, ma me ne mancava il coraggio e l'egoismo. Lei mi ha detto che ero pazzo.

***

Sono tornato a casa. L'ho cancellata da facebook e twitter. Ho tolto "Davenne è impegnato in una relazione con A."
Ecco a come ci siamo ridotti nel 2010. La cosa peggiore che possa fare una persona che rifiuta ogni forma di violenza (non solo fisica, ovviamente, ma anche morale) è confinata nella virtualità. Mi son messo a letto. Non ho chiuso occhio tutta la notte. La mia amica ucraina mi ha mandato un sms durante la notte, che ancora conservo. E' l'unico sms che ho tenuto di un anno di vita in Germania. Poi verso le 04.15 ho chiuso gli occhi, e sono morto.

***

Non ho cancellato le oltre 30.000 mail. Sono tornato in Italia qlc gg dopo. La lettera è in fondo ad una cassa, sotto al mio letto. Come ogni sua cosa. Come ogni cosa possa testimoniare lei sia mai esistita.
Io son sempre sepolto qui. Ogni tanto qualcuno viene a visitare la mia tomba.

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