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venerdì 28 dicembre 2012

Escluso il cane




Il cane era rannicchiato su sé stesso. Ogni tanto lanciava verso di me uno sguardo triste, come volesse dirmi che non potevo capirlo e la cosa lo rendesse davvero dispiaciuto. Sì, potevo accarezzarlo, potevo grattargli la testa, potevo persino dargli una ciambella imbevuta di caffè, ma non ero proprio in grado di comprenderne le ragioni e i problemi. Anche i cani sono tristi ed io non ero in grado di fare la mia parte. Lo sapeva lui e lo sapevo io.

Era stata una graduale presa di coscienza, senza episodi davvero epifanici, ma un giorno m'ero accorto che non avevo talenti particolari e sarei ammuffito, se tutto fosse andato bene, nella media. Non avevo quello scatto decisivo degli ultimi 5 metri. Non riuscivo più ad essere naturalmente brillante. Voglio dire: dovevo impegnarmi per esserlo. Certo, il fatto di poterlo ancora essere mi poneva qualche metro avanti rispetto all'80% della popolazione, sempre meglio di niente. Ma una volta riuscivo a fare di meglio. Una volta mi veniva naturale parlare tedesco. Una volta fare colazione con Arturo Bandini era cosa niente ed immaginarmi come uno dei personaggi (ovviamente positivo, poco affascinante e pieno di donne) de La Banda dei Brocchi era la normale mediocrità. Una volta non guardavo al passato come qualcosa di epico (seppure, sia chiaro, non lo fosse affatto). Il fatto che tutto si limitasse ad una volta mi lasciava pensare che forse era solo questione di sinapsi, neuroni e sangue che ben affluiva nel cervello e dove serviva: si doveva pur trombare.

Avrei provato piacere ed interesse nello scegliere una cucina piuttosto che un'altra. Ah, l'induzione sarebbe stato il futuro. Avrei ascoltato i Supertramp pensando che tutto sommato non sarebbe stato male scapparsene in Texas, seppure fosse chiaro, sia a me, che al cane, che per scappare in Texas servisse, a scelta: palle, insanità, soldi, totale mancanza di prospettive. Io difettavo di tutte e 4. Quindi sarei rimasto qui. Del resto suppongo che dal Texas morissero dalla voglia di trasferirsi a Roma. 
Il cane ora dormiva: ognuno muore suolo ed ognuno trova solo le soluzioni (non) definitive per problemi che risorgono sempre dalle proprie ceneri sotto altre spoglie. Lo sapevo io, e lo sapeva il cane, ma per oggi avevamo deciso di passare oltre.

domenica 25 novembre 2012

Avanti pop




Ero andato a vederlo sperando fosse un bel film. In realtà s'era rivelato un po' deludente e senza troppo senso. Le altre persone in sala erano rimaste deluse (io ero solo). Eppure per me aveva assunto significati soggettivi e inimitabili: le vie di San Paolo (o era un'altra città?) erano così simili a come ricordavo io il Brasile: cemento, cortili recintati con steccati di ferro orridi, macchine nuove e vecchie, totale mancanza di gusto visivo. E riscoprivo quella lingua che (pur avendo amato) lentamente avevo dimenticato, ogni giorno una parola in meno. Mi divertivo a capire quasi tutte le parole (voce fala como uma pessoa com doença mental), a vedere le strane cabine telefoniche (mica disegnate male, però), le fermate dell'autobus: ogni cosa era 2009 e quell'improvviso, strano e senza senso futuro che avevo costruito di fretta, appoggiandomi a niente che non fossero le mie forti braccia sospese nel vuoto.
Il film poi era finito, era iniziato il dibattito. Per un attimo avevo pensato di fare una domanda (in che lingua? Italiano? Inglese? Portoghese per fare il figo?), ma poi m'ero alzato ed andato via. Lei m'aspettava in libreria, qualche centinaio di metri più in là. Avevo camminato per un po', in una via buia e stranamente vuota (no: un sacco di foglie morte mi tenevano compagnia) e poi l'avevo vista.

Com'era il film?
Brutto, ma denso di ricordi per me.

Lei aveva sorriso, annuendo, in modo delicato e m'aveva dato un bacio. La serata era appena iniziata.

domenica 11 novembre 2012

25 Dicembre 1991



La macchina s'era parcheggiata sulle strisce pedonali, senza problemi. L'arredo urbano e le indicazioni stradali - quegli orribili pali metallici, insomma - che insozzavano tutta la via, era anche stato ricoperto di adesivi, tanto per dare un tono di schifoso al disdicevole. Il corridoio della stazione odorava ferocemente di disinfettante, come fosse la sala operatoria d'un ospedale militare americano mal attrezzato di Saigon. I monitor non segnavano treni in partenza, né in arrivo. Nulla si muoveva, tutti partivano, tutti arrivavano. Alle panche della banchina erano state asportate le assi di legno: non ci si poteva sedere. C'erano orribili scritte fatte con lo spray ovunque, quelle che i benpensanti di sinistra chiamano "figlie del disagio giovanile" e io mera maleducazione animale, oltre che inciviltà. E cattivo gusto.
Il treno era sporco, a terra c'erano bucce d'arancia. S'erano seduti due ragazzi con il borsone militare e l'aria degli scemi. Erano militari, del resto, non si poteva chiedere troppo. Leggevo sul giornale di un tipo licenziato dall'AMA, dopo essere stato pestato dai colleghi, perché aveva denunciato le torture inflitti ad alcuni gatti. Il treno era arrivato in ritardo. Nella via per il ponte i pali della luce erano spenti e non si vedeva nulla. Si andava a senso, ad intuito. Con la luce del cellulare, con i rumori di sottofondo - baci, lucertole, delinquenti - e la forza dell'abitudine.
E ad ogni passo (i sampietrini erano stati divelti, c'era il rischio di rompersi una gamba: non c'erano soldi per rifare il manto, non c'erano soldi per la luce pubblica: i fondi bastavano solo per lo stipendio dei consiglieri comunali e dei netturbini giustizieri dei gatti) aumentava irrefrenabile l'estasi d'aver buttato tutto per un qualcosa di migliore che non era mai davvero esistito. E Gorbachev non se la passava bene, oramai.

martedì 6 novembre 2012

Il giorno eroico in cui feci 6 miglia




Allora ero al centro commerciale e giravo per l'IKEA. Letti, librerie, coppie sfatte ed in divenire (no: non credo sia un buon ambiente per beccare una), e lei magicamente saltellava da un salone all'altro. Non avevo fatto 500 miglia per ritrovarmela davanti (magari, avevo rinunciato a farlo, verso altre destinazioni), eppure ero comunque sfinito. Sfinito in quel modo in cui ci si sente quando si ha la percezione di star compiendo qualcosa più grande di sé, benché rientri nell'ordine naturale delle cose. Non è importante scegliere una cucina (ad induzione, diamine!), un frigorifero bello ad argentato (col dispenser per l'acqua? o fa da cafoni?), un piano da lavoro per la cucina. Non è fondamentale né difficile farlo. Eppure sembravano cose d'un altra dimensione. Io che giravo per i corridoi incrociando quelle donne stanche, ma venate d'improvviso entusiasmo, oppure piene di vita, che vedevano l'imminente opportunità d'una felicità a portato di mano, e quindi ancor più rischiosa. O che contravvenivano alle mie teorie appena declamata e cercavano un tipo agile e carino da sbattersi nei cessi (finti) del gigante svedese.

E tra un corridoio e l'altro dovevo frapporre tra me ed il mondo (gli altri, l'enfer) quella leggera ed invisibile patina di cemento, che permetteva di ripararsi da vite che non erano la mia e l'empatia da dimostrare a chiunque. Potevo distendermi su un letto che non sarebbe mai stato il mio, lucidare un immaginario piano cottura e sfogliare libri svedesi di cui non conoscevo la trama, ma il finale. Lei guardava, rideva, si aggiustava leggermente gli occhiali, come sa da un secondo all'altro avesse dovuto fare scelte fondamentali e non le metteva poi tanta paura l'idea di sbagliare, a patto che l'errore fosse condiviso e comportasse la mia trascurabile presenza.

Poi eravamo andati a vedere i piatti.

lunedì 15 ottobre 2012

Tutti i santi giorni




Non è passato un anno da quando ci siamo messi d'accordo per le 17, finalmente.

Non è passato un anno, perché siamo usciti ieri, dandoci l'appuntamento davanti al cinema Lux, te che arrivi con i tuoi capelli biondi boccolosi, io seduto sulla panchina di travertino pensando: "quale sarà la posa e l'azione migliore da fingere per fare buona impressione?", e 4 ragazzini romani scemi che si sono fatti fregare il resto da una cassiera più scaltra dei tempi che corrono.

Non è passato un anno da quando ho sentito dalle tue labbra che ti piaceva tanto un collega, mentre io avevo già in testa "checazzo mo' gli piace uno?", da quando ho sentito che sì, trovavi indecente la morte di Aldrovandi, e sì ti ripugnava la violenza, ma non per questo ti andava bene tutto.

Non è passato un anno da quando t'ho proposto una birra - dai cazzo, ora non dirmi di no - e te hai accettato sorridente, quasi non aspettassi altro, e m'hai portato in un pub semivuoto, dove saremmo tornati ogni tot settimane e che ora sta chiudendo (l'ultima volta hai fatto cadere a terra il tuo boccale, ma io non credo a queste stronzate), e non è passato un anno da quando eri così incredibilmente (e non "maledettamente") brillante, pur non rifiutando il confronto sulla tenerezza: non avevi bisogno di darti arie da cinica per destare impressione incredibile.

Non è passato un anno da quando erano le 22:30 e tirava un po' di vento e io stavo solo con la mia polo e tu mi hai proposto di andare a cercare una felpa di tuo fratello a casa tua, ma io ho detto di no, un po' per fare il figo (?), un po' perché non avevo freddo, e solo dopo mi sono reso conto (me ne sono reso conto ORA) che avere una felpa di tuo fratello sarebbe stato utilissima come scusa per poterci rivedere, sai vorrei ridartela...

Non è passato un anno da quando abbiamo aspettato alla fermata un autobus (e io nemmeno stavo lì ad immaginarti nuda, perché avevo altro a cui pensare, un fatto alla volta grave, simbolico, e quasi irripetibile) che non passava mai (e io mi vergognavo di dirti che dovevo proprio andare, che altrimenti sarei tornato a casa tardissimo, e che dovevo prendere metro, altri autobus, attraversare lande che purtroppo non erano desolate, ma piene di relitti e reietti umani, stranieri, rifiuti di periferia, poveracci, persone disgustose, insomma), e te che eri ansiosa di farmi sentire che avevi il fischio di Kill Bill come suoneria (io mi sarei riscattato 2 settimane dopo facendoti sentire l'mp3 di Michael Nyman che avevo sul mio vecchio cellulare Samsung da 79€).

E non è passato un anno dal messaggio scambiato qualche giorno dopo nel quale, tutto sommato, usciva fuori che sì, potevamo rivederci una seconda volta.

domenica 23 settembre 2012

Windy Night



Camminava per la windy city.
S'era buttata alle spalle il lavoro, il camice e lo stress, e lasciava che il vento le accompagnasse la schiena. Ricordava del viaggio fatto anni prima, quando era giovane (adesso lo era ancora, ma in una nuova fase), quando aveva girato Boston, New York, la Florida e l'Ohio con occhi ansiosi e passi rapidi.
Ricordava della scuola che aveva frequentato - era piena di ragazzi svizzeri e francesi -, delle notti in cui era uscita, dei ragazzi con cui aveva flirtato.
Ricordava tutto, e bene, ma senza alcuna pesantezza. Poteva girare per Chicago senza che gli occhi del suo amico di anni prima o le parole della room-mate dello stesso viaggio le apparissero come sfide opprimenti e quindi insormontabili. Ora poteva sedersi e lasciare che la cameriera - 40 anni, 2 figli, difficoltà a pagare il mutuo, un buon inizio con un nuovo compagno - le riempisse più volte la tazza di caffè. Era un gesto naturale: il caffè ondeggiava davanti a lei, e poteva permettersi di sorridere ai passanti che vedeva attraverso le vetrine del diner. Alcuni ricambiavano persino.

Non c'era nulla da cambiare, la sera sarebbe tornata in albergo, avrebbe visto un po' di Cbs - i programmi TV americani erano cafoni quanto quelli italiani, seppure in modo totalmente diverso - e avrebbe lasciato che il sonno s'impadronisse di lei. Avrebbe sognato il fidanzato - era rimasto nella merdosa Roma, con il suo pidocchioso lavoro, i suoi affanni, i suoi libri sull'Unione Sovietica da leggere e McNulty che lo fissava allo specchio - e poi la mattina dopo si sarebbe risvegliata, ancora rintontita dal jet lag.
Forse prima di dormire avrebbe ripensato al loro primo incontro, lui sorridente, lei bella e meravigliosamente fuori posto, lui a parlare della Banda dei Brocchi, lei a ribattere sugli autori irlandesi, lui con una chiara, lei con un succo si frutta. O forse avrebbe ripensato al suo fidanzato del liceo, di cui non parlava volentieri, ma che aveva un posto ed una stanza ben precisa nel suo cervello. Tutti avevano un loro posto, salvo traslochi.

Forse avrebbe ripensato ad altri uomini. Era tardi per prendere decisioni su cosa pensare, non c'era tempo. Una cosa è certa: l'ultima cosa che le venne in mente furono le sue passeggiate a Boston, di notte, fatte anni prima. Aveva bei jeans, un libro in mano ed una felpa verde. E tutto le pareva maledettamente semplice. Come adesso.

sabato 15 settembre 2012

Il grande inventore di post notturni




Era in ritardo, come al solito. Io ero appena uscito da una giornata di lavoro massacrante. Capi inetti, cafonaggine varia, autobus sporchi, pieni di italiani indecenti e stranieri senza rispetto non per gli altri, ma nemmeno per sé stessi. Roma sempre più sporca, senza vita, affossata dalla propria totale mancanza di decenza. Roma senza morale, invasa da truppe più crudeli di quelle naziste. Senza pietà nei confronti del gusto. E aspettavo, già incazzato.

Sono nel traffico, dai, arrivo.
E sbuffavo per la sua incapacità nel capire che mettevo la puntualità al primo posto dei valori dell'umanità. Prima della fame nel mondo, c'era la precisione, la grazia degli orari rispettati, delle coincidenze dei mezzi pubblici, la meraviglia dell'ottenere ciò che t'è dovuto nel tempo prestabilito. Poi era arrivata e s'era beccata, per almeno 45 secondi il mio astio affannato e stanco. Una cazzo di volta che arrivassi in orario.

Poi però aveva sorriso, E dai, scusa, c'era traffico, ma non era né un sorriso gonfio d'allusioni sessuali, né complice, né suadente: era il suo sorriso onesto e pieno d'affetto, colmo di semplice dolcezza. Aveva sorriso e mi aveva detto di prenderle una cosa nella borsa. Ecco, aveva portato il panino (incartato nella carta argentata), la Coca. E sotto c'era Open, il libro di Agassi che volevo leggere da mesi. L'avevo guardata e aveva sorriso di nuovo. Pazienza se non fossimo arrivati in tempo al concerto.

Ma poi ce l'avevamo fatta: l'Auditorium era lì, entro pochi minuti Beethoven sarebbe risuonato nelle nostre orecchie pavide, nell'indifferenza del mondo. La rivoluzione tedesca avrebbe fatto il proprio corso, per una serata. Arrivavamo alla sala, e lei camminava con indosso un vestito da sera, che metteva insieme raffinatezza, classe, sobrietà, eleganza: istillava il desiderio lentamente, in modo quasi nascosto. Vederla accanto a me era non solo una soddisfazione personale, ma un credito che finalmente incassavo. Sì, il grande scrittore notturno passava alla cassa.

Credi proprio che tutte le tue ex ti rimpiangano?
Sì, le avevo detto. Oh, non dico che tornerebbero con me: la Cagna se n'era andata di sua volontà e aveva fatto di tutto per rendere chiaro il messaggio che se ne fotteva altamente della mia persona, eppure anche lei mi rimpiangeva, era certo. Lei come tutte. Le ex mi rimpiangevano, troppi perché, e accanto alle gioie ricevute, avevo accumulato anche anni di frustrazioni, delusioni, mancanze clamorose d'empatia. Quindi ora era tempo di gonfiare il portafoglio: il grande scrittore meritava il suo concerto di musica classica, la sua ragazza incredibilmente fine, empatica (tranne che per i ritardi, d'ogni genere), ed intelligente.

Il grande scrittore meritava di guardarsi accompagnato da lei alla sala principale, lui nella sua bella camicia nera, lei nel suo vestito delizioso. E di pensare che 2 ore dopo avrebbe dormito con lei, ed il suo cane, e la sua mano sospesa nel vuoto sarebbe stata l'ultima immagine prima della notte.

domenica 2 settembre 2012

Notte di riconciliazione



M'ero svegliato di notte. Assalito dal panico. Vecchi fantasmi ed ansie presenti. Non avevo un lavoro, una nazione ed ero tormentato dalle solite angosce: vecchie ragazze, vecchi posti, vecchie idee. Non avevo ideali quali votarmi: dio era morto, il comunismo pure, e persino il capitalismo se la passava male. Non c'era nulla in cui credere e nulla da disfare. Non si trovava buon vino e faceva freddo. Non c'erano risposte da cercare, perché, in un certo senso, non v'erano più domande.
M'ero svegliato di notte e non c'era niente che non fosse grigio. I libri erano finiti, i film terminati, i viaggi anche. Ma m'ero svegliato di notte e avevo visto lei. Dormiva a 30 cm da me. No, non avevo potuto pensare "abbiamo appena fatto l'amore", perché non l'avevamo fatto. Ma lei dormiva da me, i suoi capelli aurei distesi sulle lenzuola, il viso totalmente abbandonato alla notte. Lei dormiva accanto a me, e finalmente, dopo anni di dubbi, dolori e delusioni ricercate con piglio ostinato, avevo appena trovato un approdo sicuro. Senza che per questo fosse facile o noioso. Lei dormiva accanto a me, m'ero svegliato di notte, ma poi, ero tornato a dormire. E avevo dormito bene, quella notte.

martedì 28 agosto 2012

Lasciare, eternamente lasciare




Era da tanto che non lasciavo più un posto.
L'Austria, il Brasile, la Germania, Belfast. Mettersi alle spalle un (presunto) stato idilliaco per tornare alle rozze abitudini quotidiane, al precariato, allo stato di insoddisfazione generale, alla lenta morte cui il paese, la città, l'Italia costringe. Lasciare giorni in cui tutto sembra scorrere con perfezione, per compiere l'eterno ritorno.

Ma prima ancora degli ultimi posti lasciati erano venuti i primi.
Le vacanze in Francia degli anni '80 e '90, quel momento di ingenua felicità, in cui anche i giovani dolori d'un bambino di pochi anni parevano risolversi. Si correva nel verde, il treno era il mezzo che portava in un passato idilliaco. Mezza famiglia era lì, e per fortuna c'erano né occhi, né orecchie per capire problemi, asti, litigi, odi covati per lustri. Ed al momento di andare via, alla fine dell'estate, la gola era sottoposta a pressione sempre più stringente, le lacrime erano trattenute sempre più a stento, e la bocca sempre meno sorridente. Era in atto un dramma, un dramma da bambino: quindi senza soluzione. Senza appiglio al tempo, la carriera, la macchina da comprare, il sesso, un nuovo libro di Saramago o un viaggio per Sofia. Non c'era niente a cui aggrapparsi: regnava il silenzio, e l'attesa del prossimo ritorno. Sarebbero passati mesi,anni e tutto per qualche giorno sarebbe stato di nuovo sospeso.

Ora però si tornava a casa. Quella sbagliata, dato che non ce n'era mai una che coniugasse ogni cosa, lingua, cultura, paese, cartoni animati, famiglia. Ovunque, prima ancora di nascere, c'erano divisioni, posti da accettare e altri da dimenticare, famigliari da vedere di persona, ed altri solo in foto. I confini erano uno stato della mente.

E ieri lasciavo di nuovo.
Via dalla brutta città senza fascino dove nacqui, via dalle infinite campagne e distese, via dalla cattedrale, via da un pezzo di famiglia, via dai cibi e dagli odori piccardi, via dagli autobus (papà, ma qui gli autobus hanno gli orari, che strano), via da tutto.

Eppure sono passati più di 20 anni ed il tipo di lutto permane lo stesso: la dolorosa coscienza di dover accettare qualcosa più grande di sé stessi, senza una vera ragione.

lunedì 30 luglio 2012

L'S-Bahn per Pasing ferma a Saxa Rubra


E così, camminavo lentamente verso la fine della banchina. Il treno non passava. C'era seduta sulla panchina una quarantenne stanca (del marito, della lavoro, dei figli, del mancato amante, di Monti, degli autobus) che leggeva un libro si scarsa qualità e intanto parlava al cellulare con qualcuno. Arrivo tra un po', qua ancora non passa niente. Più in là c'erano un paio di rumeni, e qualche lavoratore che aveva finito il turno. RAI, fabbrica, ospedale, vattelapesca: ognuno faceva (male) quel che poteva per tirare a campare (male).

Il treno non arrivava. Cercavo di salvarmi nel nervosismo, ma non mi riusciva bene. Avevo ceduto e qualche lacrima cominciava già ad affiorare. 9 Giorni di ritardo, annessi alla consapevolezza della possibilità reale il ritardo di prolungasse per altri 9 mesi. E ritornava, per motivi totalmente diversi, la disperazione nera, fatta di catrame e oleosa di Monaco. Quella percezione di totale impotenza, mancanza di alternative, inettitudine personale, zero fiducia in un futuro che il tempo di immaginarlo era già finito. E lei non rispondeva al telefono.
Poi il treno era arrivato: un ammasso di ferraglia vecchio, logoro, puzzolente, non lavato, pieno di schifosi copri sudati. Stipato, come solo un treno del 4o mondo - peggio di quelli per le bestie - sa essere. Ero salito, andando incontro al nulla. Ero di nuovo lui, il ragazzo con occhi lucidi, che la 27enne seduta poco più in là guarda tra compassione, curiosità ed interesse. Ma non potevo fare il ganzo: c'era un ritardo di 9 giorni.

***

9 giorni. Ed ogni problema precedente - gli orari dei voli per la Polonia - l'autobus da prendere poche ore dopo a notte inoltrata - il rinnovo o meno del contratto di lavoro - non è che paresse meno importante, urgente o pressante. Non esisteva più, risucchiata nella pece della disperazione. Ah certo, una nuova vita umana. Dare il senso alla propria, ed intanto rovinare quella di altri due esseri umani. L'idea non era tanto quella di essersi condannato ad un casino senza uscita, quanto quello di aver causato danni all'unica persona decente che s'era affacciata nella tua vita negli ultimi anni. Eppure c'eri riuscito. Con una vena distruttiva inapparente, mimetizzata. Con la forza del massacro tenuta a freno, ma che lavorava d'inerzia, smuovendo bancali senza che nessuno se ne rendesse conto se non a sacrificio ultimato.

E il momento in cui senti uscire dalla tua bocca "mi darebbe un test di gravidanza, per favore", non ci credi: non sei te il ragazzo in maglietta e con i capelli corti, non hai appena pronunciato quelle parole, non hai ricevuto uno sguardo serio, da uomo a uomo, da parte del farmacista, non hai pagato 12,70€ il modo per controllare se sei ancora vino o no,  e non sei uscito con nella busta l'oggetto che pare dover determinare i tuoi incubi futuri.

E lei ti guarda, ora non c'è più indifferenza, imbarazzo e un po' di livore invisibile, ma anzi, comprensione, quasi pena. La vittima sembra diventata te. E la situazione è ancora più penosa: non riesci nemmeno ad importi come carnefice: la tua debolezza comporta persino questi minuti grotteschi. Prendete il test e andate a casa sua. Lo leggi come fosse la bibbia, per capirne bene ogni forma di funzionamento: la linea di controllo, quella del nascituro, quanti secondi immergere, quando guardare, cosa fare, come suicidarsi.
E cominci ad odiarli quei cazzo di cattolici contro la RU486. Cominci ad odiare il fatto in Italia non sia dato per scontato si debba prendere la pillola. Sì, li odi quei pezzi di merda del PD e tutti i bigotti sanguinari, esteti del dolore altrui che pretendono tu non abortisca. Perché sì: ci pensi. È una possibilità. Ma non si possono risolvere le cose solo con settimane di notti insonni, la vita logorata, le viste mediche, le autorizzazioni da chiedere, le umiliazioni pubbliche e private ed un pillola da prendere per qualche giorno. No, vogliono il sangue. Vogliono metterti ferri dentro, voglio farti sentire uno schifo. Vogliono tu provi dolore, vogliono tu sia marchiata a vita, i cattolici, gli amici di Gesù, quelli che amano il prossimo loro. Vogliono tu soffra in ogni forma possibile.

***

Apro il blister. Lei è tornata dal bagno. Prendo, inserisco 10 secondi, richiudo. Sembra un termometro. Copro la zona dove apparirà il risultato: non ho la forza di guardare in diretta. Aspetto 3 minuti. Chiedo a lei che vuole fare, se vuole vedere lei. Se vuole faccia io. Lei non dice nulla, alza la rivista che avevo messo sopra. Il cuore rimane sospeso mezzo secondo. È negativo, una linea sola. Lo prendo, controllo meglio, e lo butto nel secchio.

martedì 10 luglio 2012

Dove vanno trovate le forze





Non scrivo da 20 giorni.

Il lavoro mi divora la vita, non dandomi nulla in cambio. Il lavoro succhia energia, toglie tempo per la lettura,  per la scrittura, per l'amore, per il sonno, per il cibo, per il vino, per il cinema e per la musica. Prosciuga persino l'indignazione, perché son troppo stanco per incazzarmi.

Da giovane, avrò avuto 7,8 anni chiesi a mio padre perché gli italiani non s'erano ribellati al fascismo. Oltre a ricordarmi che gli italiani erano un popolo di disonesti, approfittatori, vigliacchi, ignoranti, furbi, trasformisti, senza palle e via dicendo, mi illuminò, con la frase: "se le persone lavorano dalla mattina alla sera, quando staccano non hanno più la forza di ribellarsi, vogliono solo riposarsi".
E allora quando esco, morto di fatica, e devo prendere il maledetto autobus, sporco, vecchio, su cui a fatica riesco a salire, in cui la gente suda, puzza, non si lava, non paga il biglietto, ascolta musica a tutto volume (è l'inferno in terra), devo cercare in fondo all'anima la forza per incazzarmi. Per indignarmi. Per rivoltarmi, almeno moralmente contro quest'indecenza di città e di paese, di condizione sociale, economica e morale. Devo trovare la forza per incazzarmi per le condizioni contrattuali, per totale mancanza di coscienza altrui, per l'aggressività e la cafonaggine di chi dirige e la mancanza di carattere di chi subisce.

I compiti, i fardelli fissi, fiaccano l'immaginazione, la creatività, la forza, e quindi la libertà. Puoi solo sperare di non diventare come i lavoratori di Metropolis, che ciondolano avanti e indietro senza più nervi né vitalità, nella sola attesa del prossimo turno di lavoro. Puoi solo sperare di non abbrutirti ed accettare tutto, come fanno tutti, semplicemente sbuffando e guardando un culo ben fatto.

La tua libertà te la guadagni e la mantieni solo se riesci ad incazzarti, ed indignarti, ed ad usare violenza quotidiana contro la tua mancanza di coraggio.
Altrimenti è finita.
Altrimenti è finita.


mercoledì 20 giugno 2012

I 19 viaggi del viaggiatore stanco ed insoddisfatto



Considera che giravo per il Brasile. Ok, detta così non vuol dire un cazzo: il Brasile è immenso e io non avevo visto praticamente un cazzo. Giravo per quella cittadona (700,000 abitanti!), era sera (non troppo tardi: ero pur sempre uno straniero del cazzo che metteva a stento due parole di portoghese dietro all'altra e non aveva idea di come la città vivesse al buio. Né alla luce), e me ne stavo tornando in albergo. Quello bello, grazioso, che costava tipo 70 Reais al giorno (con lo sconto!) e dove passavo le notti.

Era buffo fare zapping, trovare partite di calcio ad ogni ora, talk show, telegiornali, sentire parole nuove. Connettersi con un vecchio PC ad una wireless balbettante per seguire la finale degli Us Open, Federer- Del Potro. E vedere Federer, l'eleganza, la classe, la tecnica, la grazia, la tranquillità svizzera, perdere contro quel mostro di potenza che era Del Potro quel giorno. Federer si aiutava con la poesia, ma l'altro era una macchina implacabile, un carro armato tedesco che devastava la Francia.

Leggevo Mankell, il mio giallista svedese di allora. Sfogliavo A Folha de Sao Paulo, con interesse vivo ed ingenuo. Ascoltavo Joao Paulo e Daniel. Certo, lo sapevo che la musica faceva schifo, che era per adolescenti scemi ed adulti senza gusto, che era, come giustamente mi venne fatto notare "la musica dei cornuti", ma mi divertiva. Erano canzoni melodiche d'amore, senza pretese, eppure, nel contesto, assumevano un loro senso (Já não posso fingir - Nem tão pouco mentir pra mim mesmo - É caminhar sem rumo ao esmo, beh bello, no?). Quale? Boh. Non sono stato così bravo da interpretare tutto. 

Mangiavo cibi strani e frutta esotica. Bevevo cose divertenti (um cafezinho, por favor! - obrigado senhora!) e compravo magliette a metà tra ragazzo scemo e turista brillante. Non avevo un lavoro (ah, 3 settimane dopo sarei tristemente rincasato a Roma, con 30 Reais, due libri brasiliani [Bukowski e Machado de Assis] e un portachiavi dietro), ma una tesi da finire di scrivere, e un sacco di film da vedere.
Sì, me ne andavo anche al cinema da solo. Ero finito a vedere Frozen River, nella sala del centro commerciale, da solo. Pieno di orgoglio per la mia impresa da coglione. Avevo fatto 5 km a piedi per arrivarci. Era stata un'esperienza. Senza senso preciso sul momento, e nemmeno anni dopo. Ma da fare.

Federer, il campione, aveva perso con Del Potro, il giovane fromboliere argentino, che ad ogni diritto sembrava buttare dall'altra parte del campo secoli di umiliazioni e povertà.
Federer, il numero 1 del mondo, aveva perso.

Era successo qualcosa.

sabato 16 giugno 2012

7 declinazioni dell'orrore nella multinazionale che vendeva vestiti.




I

Mah, io cerco qualcosa sui 40-50 metri quadrati, per me andrebbe bene, due ambienti, bagno cucina.
PER 2?!
Beh sì, magari ci vivrei da solo o con la mia ragazza.
E che vivete, come gli animali?
[NDR: La tipa veniva da una regione italiana in cui vivono, di fatto, come animali]
Guarda a casa mia ci viviamo in tre, in 55 metri quadrati. T'assicuro che non mangiamo dove pisciamo. 


II

Una delle impiegate (quelle che ci credono molto importanti perché hanno un contratto fisso da anni, e credono davvero, nel loro intimo, di essere utili a qualcosa che non sia sporcare il cesso di merda) si era avvicinata a una delle capette.
Un'altra tipa ovviamente inutile, ma che riteneva di mandare avanti l'azienda. 

Ecco, questa sarebbe la mia relazione.
Hum io correggerei qui, qui e anche qui, dove userei la parola SCARPE al posto di CALZATURE.
Ma hai davvero ragione, cavolo che intuizione!
Eh sì, suona meglio.
No, ma tu scrivi vero?
In che senso?
Tu scrivi libri, poesie vero? Hai troppo talento, sei troppo dotata.



La capetta era imbarazzata per la sottoposta. Farsi leccare il culo è di solito gradito ai frustrati (quindi i quadri e capi ufficio), ma bisogna anche saperlo fare, con classe, decenza, bravura. Guardava l'altra come fosse una povera scema. Ma andava rispettata, perché s'era tutti parte della Grande Famiglia del Lavoro.

Eh, a volte scrivo i miei pensieri sai, su un taccuino.
Oh, dev'essere davvero prezioso per te.
Sì, ma non ho mai il coraggio di rileggermi, sai, scrivo cose dure.
Che brava che sei Carla, ti ammiro.

Io ero andato a vomitare.

sabato 9 giugno 2012

Wait for me



Aspettami dopo l'ultimo treno.
Quando vedi che l'ultima luce è scomparsa nella galleria, continua a guardare e a cercarmi, anche se è tardi e non ci vedi più benissimo e la stazione si sta riempiendo di emarginati, sottopagati che tornano nelle loro città dormitorio e stranieri che passeranno lì la notte.

Aspettami anche dopo che il monitor con gli orari, quello che hanno messo due anni fa, non segnerà più nessuna partenza e solo un arrivo di un Regionale Veloce previsto per 2 ore dopo. Non disperare: vai alla sala centrale e controlla il vecchio tabellone. Quello con le lettere che scorrono e cambiano finché non si posizionano tutte insieme per fornire un risultato sensato. È rotto? Non è attivo da anni? Allora segnati qual è l'ultima partenza prevista, l'ultima che appare.

Aspettami anche dopo che la stazione sarà stata chiusa, per le pulizie e per permettere anche ai binari un po' di relax. Mentre osservi quello strano limbo tra chi finisce il turno di notte e chi inizia quello di giorno anche se l'ora è la stessa. Aspettami mentre per le strade passano i camion dell'immondizia, che non servono a nulla se non a ricordarci che produciamo, consumiamo, sporchiamo, prosciughiamo.

Aspettami mentre l'odore dei cornetti avrà iniziato la sua dura lotta vincente contro quello viziato dei kebab, ed in uno strano perfetto momento li noterai perfettamente fusi, mentre arriveranno i distributori dei quotidiani (in prima pagina il noto politico della sinistra moderna arrestato per corruzione, ma lui si dice assolutamente sereno), mentre le prime automobili grigie metallizzate occuperanno il sottofondo d'ogni suono.

Aspettami, e quando finalmente mi vedrai scendere dal treno, con il mio viso un po' stanco e pensieroso,con gli occhi leggermente socchiusi ma adrenalitici, con il viso provato ma affascinante, e la pioggia che mi bagnerà leggermente la barba (l'avrò fatta 1 giorno prima), allora guardami e saltami in braccio. Il treno intanto sarà già ripartito.

Project X





Trio di liceali non proprio "cool" organizzano festa a casa di uno del gruppo, per il suo compleanno. Tra Facebook, passaparola efficace, radio e Craiglist, la voce si diffonde, ed al party arrivano un po' di più dei 50 astanti previsti.

È un po' Cloverfield con le riprese effettuate (fintamente) con una telecamera a mano, un po' Superbad con l'apparente rivincita degli sfigati, un po' Una notte da leoni con la situazione che via via precipita sempre di più. E sopratutto sembra di essere stati catapultati in un lunghissimo video di YouTube con la musica a palla e la possibilità di condividere i contenuti sui social network.

Quello che rimane, dietro alla facciata innocua del film trash è il ritratto di una generazione senza aspettative, senza prospettive, senza idee per il medio è lungo termine. Un generazione pronta a buttare ogni cosa pur di passare una notte da sballo. "Con questa notte hai buttato via il tuo futuro" si sente dire uno dei protagonisti. Ma chi gli rivolge la frase non la pronuncia con fare di condanna, ma quasi di ammirazione.

Siamo in presenza di un'orda di ragazzini che tenta di vincere la noia esistenziale e sociale attraverso l'accumulo di droga, alcol, sesso, distruzione. Senza connotare questo disagio con nulla, se non la voglia di fare o distruggere qualcosa. Pur essendo ricchi ed a tratti belli ricordano, per certi versi, quei branchi di emarginati periferici che per noia violentano turiste o studentesse: ogni mezzo diventa lecito pur di essere qualcuno e di uscire da una quotidianità non abbastanza cool

Dietro al divertimento si intravede e tratti il macabro, ed un certo odore di morte. Tutti i personaggi sono inconsistenti, vuoti, senza carattere, regrediti, violenti. Le donne mero oggetto sessuale, per maschilismo e per loro precisa volontà. Gli adulti appaiono immaturi, senza polso, incapaci di proporsi come guida morale: è il ritratto di un paese e di una società in disfacimento.


Si ride non poco, comunque.

Voto 7/10

lunedì 28 maggio 2012

Perché Zeman è di sinistra



Quando chiesero a Zdenek Zeman come la pensasse politicamente, lui, furbo, passò alla domanda successiva. Perché inimicarsi tifosi e/o giornalisti con opinioni su argomenti che oramai non interessano nessuno?
Eppure Zeman è di sinistra. Eppure rappresenta bene le idee radicali del progressismo.

Perché è ceco, e quindi è stato educato con i valori del socialismo reale? Perché tiene sotto al letto un libro di Mao, i proclami di Lenin o la tessera del Partito Comunista Cinese? No, niente di tutto ciò. Magari vota partito liberale, ama Milan Kundera e odia solo leggere le parole comunismo e socialismo.

Ma Zeman è di sinistra.
Incarna le idee del radicalismo della sinistra. Perché mette la squadra in campo a prescindere dagli avversari. Perché non tratta sui valori calcistici, e malgrado le sconfitte nel corso degli anni non si piega al mero calcolo utilitario. Perché battuto, e talvolta umiliato, porge forse il collo all'avversario, ma non cambia idee.

Perché ha creduto che le sue intuizioni, le sue triangolazioni, le sovrapposizioni del terzino sinistro, i suoi schemi, avessero un valore a prescindere da quello che gli altri indicavano, contro ogni logica. Perché quando perse in casa 5-4 (ve la ricordate quella serata, no?), i suoi supporter erano delusi, ma quasi fieri. Perché era prevalsa l'idea rispetto al risultato. Perché s'era perso, ma si erano anche buttate le basi per il futuro. Perché era meglio perdere oggi, perdere domani e perdere anche dopodomani, piuttosto che abbassare lo sguardo e sporcarsi le mani.

E così Zeman è di sinistra.
Incarna la visione utopica di un gioco scemo. Ha le sua pletora di seguaci (culto della personalità? vecchio vizio della sinistra, no?). Va avanti immutabile. È lento nel modificare i suoi dogmi secolari, il ché rappresenta nello stesso momento forza e limite dell'uomo. Perché quando arriva, cambia l'ambiente.

Zeman è di sinistra perché ha impatto sui giovani. È risaputo che i vecchi, oramai cinici, ricchi e svogliati non lo seguano. Lo deridano, lo disprezzino, lo guardino con diffidenza e dileggio. I ragazzi no. I ragazzi restano affascinati. I ragazzi credono. I ragazzi sono di sinistra.
Barroso, sì, il presidente della Commissione Europea, politico affermato, moderato e liberale, ricordò che fosse preoccupante se un giovane non si sentisse di sinistra almeno a 18 anni. I ragazzi sono ancora sensibili all'innovazione e al diverso, e i ragazzi seguono Zeman. 

Questo non è un post serio. Questo non è un post politico, questo non è un post calcistico.

Ma Zeman è di sinistra.

sabato 26 maggio 2012

Racconti Ungheresi



Prologo

Avevo fatto la selezione otto mesi prima. Il mercato delle compagnie aeree era in crisi da tempo, ma questa nuova azienda ungherese, la Budair, aveva deciso di investire in Italia (perché? Come? Sicuramente avevano pagato mazzetta qua e là, come al solito). Erano arrivate le solite millemila domande, e s'era proceduto con una prova scritta pre-selettiva.

La Budair è fiera di avervi qui oggi. Siamo una compagnia giovane che sta selezionando solo i migliori talenti: ciò che conta per noi è infatti la qualità del servizio che offriamo ai nostri clienti. Voi siete l'eccellenza. Voi diventerete i nostri ambasciatori presso la clientela. E non pensate, no, che non si possa progredire. La nostra azienda ha messo al centro di ogni cosa la meritocrazia: chi comincerà dai ruoli più umili potrà finire in alto, molto in alto se dimostrerà il proprio valore. Noi mettiamo voi al centro di tutto. I nostri primi clienti sono i nostri lavoratori, la nostra famiglia.

E grandi applausi. Io scoreggiai silenziosamente.

Ci presentammo in 25.000 per la prova scritta. La selezione era aperta a chiunque avesse finito le scuole medie, fino ai 31 anni di età. Inutile dire che fosse piena di laureati iper-preparati (Silvio aveva promesso 1,5 milioni di nuovi posti di lavoro, invece erano arrivati solo 5 milioni di contratti precari per chi ne aveva uno già fisso), di disperati e di scemi semi analfabeti. Attualmente, in Italia, c'era solo la merda: un lavoro con SOLO qualche indecenza era diventato una bella opportunità.

Passammo lo scritto in 1.000.

Torino


Dopo 4 mesi avevano cominciato a chiamarci per fare un nuovo colloquio.
Eravamo stati convocati a Torino, base operativa della Budair. Ci era stato spiegato ci sarebbe stato un colloquio in inglese e poi un altro individuale. Presi il treno per Torino, il biglietto era ovviamente a carico mio, in quando la Nuova Grande Compagnia non poteva certo sobbarcarsi il costo del trasporto di noi futuri asset aziendali, e mi presentai in cravatta e mocassino alle 14:00 in punto per il colloquio, nella luminosa Sede Aziendale. Quel giorno avremmo dovuto farlo in 15.

Trovai subito gli altri Grandi Futuri Manager, che discutevano all'entrata della palazzina: erano tutti vestiti da coglioni, come me, e sembravano avere una certa strizza. A me fotteva sega: un lavoro di merda già ce l'avevo, se ne avessi trovato un altro ugualmente di merda sarebbe cambiato poco.

Dopo aver discusso un po' delle solite boiate - l'inglese sarà difficile?, Ma quanto è alto lo stipendio?, Ma credi ce la fremo?, In azienda si respira un buon clima mi ha detto un'amica, Dai ragazzi è solo un'opportunità, passato un aereo se ne prende un altro (questa era sensata far ridere), Ma quante altre prove ci attendono?, Ma secondo te dovrei dare il culo al mio fidanzato?, Certe che le divise per il Team di Volo sono davvero belle ed eleganti eh! - eravamo finalmente saliti al primo piano dello stabile dove si sarebbe tenuta la nuova selezione.


Buongiorno Signore e Signori, siamo felici di avervi qui. Ora faremo un breve test logico e poi passeremo alla valutazione del vostro inglese. Successivamente ci sarà un test matematico e poi passeremo ai colloqui individuali.
Erano tutti emozionati. Io avevo voglio di vomitargli addosso, ma mi contenevo con eleganza. La mia camicia bianca si intonava perfettamente alle mutande di pizzo della tipa che mi stava accanto.



La terza prova

Dopo il test psicologico, dove immancabilmente qualche coglione non era stato in grado di rispondere a domande fondamentali quali "credi in te? - Meneresti uno solo perché è uno sporco negro? Cosa pensi delle ragazze che ingoiano?", e dopo 40 minuti aveva chiesto altri 5 minutini (sic), s'era passati al colloquio di gruppo con annesso test orale di inglese, davanti a 4 selezionatori, il professore di inglese e gli altri 14 candidati.

Quando era venuto il mio turno avevo spiegato d'essere vissuto in Bulgaria per un periodo della mia vita ed i aver passato 6 mesi di Erasmus in Portogallo. Avevo menzionato i miei studi in diritto, e poi era partito l'interrogatorio in inglese.

Why would you like to get this job?
Avevo risposto in inglese medio, niente di ché, che credevo potesse aiutarmi a crescere professionalmente (come no!), e che la Budair era una grande opportunità per noi giovani (pareva che invece di incularti con il bastone usassero solo una carota), e che vedevo assolutamente il mio futuro presso di loro, magari in ruoli dirigenziali in qualche anno.

Il professore di inglese mi guardava con aria inorridita. quasi gli avessi detto, nella sua meravigliosa lingua madre, che prima di salire sul treno per Torino mi fossi fatto sua sorella, e non le avessi nemmeno usato la cortesia di sculacciarla. I quattro selezionatori (3 donne ed un uomo) ridevano di me, si davano colpetti sui fianchi e scuotevano la testa. Evidentemente avevo contravvenuto a qualche regola non scritta. Qulache Codice Segreto Aziendale.
Vabbè, pensai, mi sa che stavolta è persa. Speriamo di trombare stasera.

Dopo un po' arrivarono ad una ragazza. Era laureata in Ingegneria Gestionale e aveva un contratto a Partita Iva per un'azienda di trasporti, dove si occupava di contatti con i fornitori.
Aveva detto le solite banalità - stimo l'azienda, la crescita, adoro gli aerei, Budapest è la mia città preferita, i cazzi ungheresi sono i più prestanti dell'Europa dell'est, lavorare in volo non sarebbe un problema, ect - ma i selezionatori avevano deciso di punirla.

E quindi lei lavorerebbe volentieri per noi?
Sì, certo.
Ma non ha una laurea in Ingegneria Gestionale?
Sì, ma credo che sarebbe utile all'azienda.
Guardi che lei dovrà spostare il Trolley Vendite, lo sa?
Certo.
E lei lo sposterebbe? Lei offrirebbe panini alla clientela?
Perché no, è una opportunità di crescita.
Non ci ha capito credo. Prima abbiamo sentito di gente che voleva crescere (ogni riferimento a me era evidentemente casuale). AH, crescere! AH-AH CRESCERE! Lei venderà panini, lei metterà valige nella cappelliera, lei dovrà pulire il vomito dei vecchi, ha capito? Lo capisce? È il suo sogno questo? È quello che voleva fare della sua vita?
Non è esattamente quello che volevo fare, ma se...
NO, NON CI SONO MA: lei deve essere motivata a pulire i cessi, a vendere medaglioni con il formaggio ed i carciofini, ha capito? Lei deve volerlo come scopo di vita. Quanto lo vuole questo? Quanto vuole sia la sua occupazione per i prossimi 20 anni? Qui non esiste avanzamento, qui esiste solo muovere il Trolley Vendite e sorridere!
Ma io...
NO, da 1 a 10 quanto è motivata? Quanto?
Beh, diciamo non 10...
Le abbiamo chiesto un numero, quanto?
Sicuramente non 3..
CI DIA LA CIFRA
6
Benissimo, va benissimo.

Ed erano passati al candidato successivo, uno scemo che veniva da Napoli, con accento fortissimo. Disse testuale che lui ora faceva il cameriere, da 10 anni (DIECI) anni, aveva una laurea, e servire tè freddo era l'aspirazione della sua vita. Sarebbe stato fiero di poterlo fare per la Budair.

I colloqui finirono, il recruiting team si riunì qualche minuto, poi tornarono nella stanza e mandarono via la metà dei candidati. 10 minuti dopo sarebbero iniziati i colloqui individuali con la Psicologa del Lavoro.

lunedì 21 maggio 2012

Due etichette



Uso i tag. 

I fallimenti emotivi, nel corso degli anni m'hanno costretto ad adottare strategie nuove differenti. Per esempio non nomino mai la mia ex ragazza, quella della vita precedente. Se devo parlare di lei in pubblico la chiamo la cagna, se la devo citare su internet uso semplicemente A. Ho timore a pronunciarne il nome, come fosse quello di un padre-padrone morto d'infarto anni prima, e che avesse compiuto abusi, lacerato menti, lasciato traumi e cicatrici.

Uso i tag, e quindi quando scrivo qualcosa sulla cagna uso il tag A. Non ce ne sarebbe motivo: non rileggo mai (per pudore, vergogna, disinteresse interessato, mancanza di entusiasmo) i post vecchi, ma mi piace che ogni cosa abbia una sua etichetta. E allora uso i tag anche se e quando scrivo della ragazza nuova. Che orrore definirla nuova. Le conferisce un brutto senso di provvisorietà ed attrattiva commerciale, come fosse una macchina in offerta, che ad oggi è comprensiva di tutti gli accessori, ma domani sarà destinata ad essere sorpassata. L'ultima ragazza che ho di fianco è sempre quella definitiva, men che mai in questo caso, quando hai la percezione lo sia davvero. Quando in un certo senso, definitiva lo era già dopo 20 minuti che la conoscevo, e la guardavo di fronte a me, nel pub, mentre bevevo una birra e mi sembravo parte di un bel romanzo anglosassone contemporaneo.

Uso i tag, anche mentali, anche collegati alle canzoni.
Per esempio non ascolto mai i Coldplay perché li associo alla cagna (volevo dire ad A., qui stiamo scrivendo su internet, devo citarla per bene): se mi passa per l'mp3 Aimer est plus fort que d'être aimé ripenso ad una certa mattinata (era Domenica) in cui presi la bicicletta per attraversare mezza città e comprare nell'unico supermercato aperto (quello vicino alla Stazione Centrale) gli ingredienti per prepararle la colazione, ed anche ad una certa serata (era Sabato) in cui stavo tornando a casa con l'autobus (che numero era? il 38? il 18? non ricordo più) dopo che eravamo usciti a bere una cosa. Birra, probabilmente.
E se mi passano per la testa gli Snow Patrol penso invece ripenso ai primi tempi che uscivo con Pavlov (ho deciso che l'avrei chiamata così, senza originalità, dato che me lo suggerì lei), e tornavo in metro, ascoltando Just Say Yes, sperando lei dicesse sì davvero, ed aspettando già, con l'impazienza felice ed angosciata che solo gli innamorati sanno provare, l'uscita successiva.

Uso i tag, e mi sono accorto che c'è un post in cui ho usato insieme il tag A. e Pavlov. No, non sono righe in cui scrivo brutti confronti, immagino grotteschi passaggi di consegne, o invento su due piedi scene tra le due (benché sarebbe divertenti vederle conversare: l'egoismo condensato e l'altruismo puro. Tipo una forza in grado di distruggere tutto che incontra una forza in grado di resistere a tutto. Ne parlai con la cagna, ops., A., di questo paradosso, una volta). Insomma c'è questo post, e ricordo bene che lo scrissi di notte, tornato da una serata in vineria (si dice così, davvero!). L'avevo passata con Pavlov e m'ero sentito finalmente libero (almeno in parte: non s'è mai liberi del tutto. Il mio tributo alla cagna continuerò a pagarlo in silenzio e con rate a tasso sempre più basso e conveniente, ma si tratta di un mutuo senza estinzione: sono l'ospite silenzioso dell'Hotel California), insomma finalmente libero da un certo tipo di giogo. E così in un post sono contenute le due etichette. Il minimo comune denominatore sarebbe la mia vita.

E l'unica etichetta rimasta viva, che risplende col suo sobrio color azzurro, che m'allieta i risvegli con i suoi capelli biondi, che mi rasserena poco prima di cedere alla notte con la sua voce un po' ovattata, e che trovo sempre in alto a sinistra quando leggo righe che m'ha suggerito e altre che ho trovato da me, è però lei.

Uso i tag, e a quanto pare si tratta di etichette resistenti. Alla pioggia, al dolore ed al tempo.

giovedì 17 maggio 2012

To Rome With Love



Una coppietta di sposi di provincia, una turista americana che incontra un bell'avvocato, un Signor Nessuno colto da fama improvvisa, partner di lunga data, vecchi ricordi, apparizioni e miraggi sotto lo sfondo di Roma.

È triste vedere Woody Allen, decine di film all'attivo, uno dei più prolifici e migliori registi viventi, ridursi a girare un filmetto su Roma, in bilico tra cartolina per turisti (particolare la fotografia che riprendere i colori dell'Urbe), e scopiazzature dei suoi personaggi precedenti. Non c'è ritmo, la misantropia del regista appare più di maniera che realmente motivata e tutto procede lentamente e senza qualità. In Midnight in Paris s'era già visto qualche cedimento alle riprese commerciali, ma stavolta il danno è ingente. To Rome with Love non è un film degno di Allen. 

Davvero Benigni in mutande in Via Veneto fa ridere? Davvero le apparizioni ed i miraggi sono fondamentali? Davvero Penelope Cruz in veste di prostituta che s'è fatta mezza Roma bene è così esilarante? Davvero Eisenberg, che sembra stia ancora interpretando Zuckerberg, è così brillante? Quanto è originale aprire con Volare e chiudere con Arrivederci Roma?

Certo Allen resta sempre Allen per cui qualche battuta va sempre a segno, ma la cifra complessiva del film è davvero bassa. Woody ha sempre rifiutato di fare pubblicità, ma raramente se n'è vista di più che in To Rome with Love (compagnie aeree, marche di intimo, cellulari, pasta, sugo, automobili: c'è di tutto).

Un capitolo a parte è da dedicare al cast italiano: se Albanese si conferma sempre eccelso, dietro di lui c'è il nulla. Quando poi compare  Scamarcio in veste di ladro sexy si sfiora (e si tocca) il ridicolo.

Quel che rimane è un film a metà tra una brutta commedia dello stesso Allen ed una dei Vanzina. Poca roba.

Voto 5/10

Ps

Carino il leitmotiv della colonna sonora che ricorda un po' quello di Febbre da Cavallo.

lunedì 14 maggio 2012

Gente di Pechino



Era il '92, ed era la prima volta che andavo in Cina. Era una città in rinnovamento. C'era appena stata la svolta capitalista e c'erano cantieri ovunque. Migliaia di persone affollavano le strade. Andavano tutti in giro, non so verso dove, non so perché.

Di notte a volte tornavo tardi in hotel, e vedevo che, attorno ai cantieri, gli operai dormivano per strada, dentro un sacco a pelo. Probabilmente venivano dalle campagne e non avevano soldi per una pensione. Ma non faceva troppo freddo, anzi. Chiacchieravano tra di loro.

Poi un giorno mi fermò un cinese per strada. Aveva visto che non ero del posto e probabilmente aveva pensato di poter vendermi qualcosa. Mi si era parato davanti, con fare fiero e serio e m'aveva mostrato un foglio, scritto con pittogrammi - che io ovviamente non conoscevo - come fosse un documento della massima importanza.

"I don't know your language, sorry", ma lui non s'era scomposto. Da una tasca della giacchetta aveva tirato fuori un evidenziatore. L'aveva fatto lentamente, come se ogni mossa avesse fatto parte di un rito antico. Era giallo fosforescente. Me lo aveva fatto vedere più da vicino e poi aveva evidenziato una scritta sul foglio.
Aveva un prodotto.
Aveva la (sua) modernità in mano e cercava di rendermi complice del suo futuro.

Non comprai l'evidenziatore. Lui però non si scompose, né rimane deluso. Accettò il verdetto dell'Uomo e della Storia con una rassegnazione degna e orgogliosa.

Continuai a camminare, partecipai ai meeting di lavoro previsti per quel giorno e la sera tornai nel mio albergo.

Mi distesi sul letto: provai ad accendere la TV, ma la spensi dopo poco: era inutile cercare di capire.

E mi accorsi allora del valore differente di ogni cosa, se rapportato a persone diverse, situazioni diverse, tempi diversi. L'insignificante evidenziatore era troppo poco per me, ma molto per lui.
E lui, quel degno signore cinese che mi aveva aperto gli occhi di fronte alla difformità e l'ingiustizia umana, era tanto per me. Mentre io, nella sua storia, sarei rimasto solo l'arrogante e stolto turista che non aveva capito che il futuro era a portata di mano, in un pennino fluorescente. Già. 

lunedì 7 maggio 2012

Le lettere della precaria romana: riceviamo e pubblichiamo


Ti sei alzata e sei andata a prendere il tuo treno (sporco, in ritardo, con il controllore che ne se frega di controllare il biglietto - che tu hai pagato e paghi da anni - pieno di ministeriali che se ne fottono di fare tardi al lavoro, tanto: 1) non devono lavorare 2) hanno sindacati che gli parano il sedere 3) chi se ne importa se un ministeriale lavora o no: non c'è nulla da fare), per fare 37 km e arrivare sul posto di lavoro devi considerare un viaggio di circa 120 minuti. 18 Chilometri orari. C'è talmente tanta gente che non solo non c'è più un posto a sedere, ma è difficile persino aprire un libro. È questa l'Italia. 

Sei arrivata, ma sei nervosa perché la sera prima hai dormito male, perché ancora non sai se ti rinnoveranno rinnovato il contratto o no. Ma guadagni talmente poco che il rinnovo o no alla fine conta poco. Ovviamente non sapendo se domani avrai ancora due spiccioli in tasca non compri mai nulla. Non consumi. Danneggi l'economia. Non ti indebiti (e del resto nemmeno potresti farlo: le banche prestano i soldi solo a chi ce li ha, e possibilmente rovina chi non ne ha), e non spendi. A pranzo prendi una rosetta (30c) e due fette di mortadella (43c), più un caffè (80c). Meno di 2€. Non compri il giornale perché costa troppo (1.20€) per il tuo stipendio (c'è anche chi lo chiama, con più decenza, rimborso spese) e quindi diventi sempre meno aggiornata su come i politici ed i datori di lavoro ti stiano fottendo vita, passato, presente e futuro. Fai anche i conti su quanto costino i preservativi. Conviene comprarli? O cercare di ottenere la pillola, ma il tuo medico è contro. Vedi quel che puoi fare.

Il tuo capo coniuga a fatica il congiuntivo, ma ha un biglietto da visita da 19 parole. Tu parli 5 lingue, hai frequentato - e finito - l'università in modo brillante, ma sei ridotta all'oblio dell'ambizione. Ti trascini stancamente, file dopo file,  cartella dopo cartella, mail dopo mail, diventando sempre più sovietica: fare il minimo per ottenere il minimo. Ricordi anche di quella volta in cui proponesti al tuo prof di fare il dottorato. Vada all'estero, qui se non conosce nessuno non ha speranze.

Sul posto di lavoro cerchi di fare il meno possibile. Perché svenarti per gente che ti sfrutta, che fa soldi sulle tue capacità e non ti offre nemmeno un contratto decente? Perché dovrei essere brillante se ti pagano 3€ l'ora? Dice che il precariato motiva a dare il meglio: in te suscita solo voglia di non fare un cazzo. Così appena puoi cerchi nuove offerte di lavoro per altri posti da precario, dove magari invece che 3 all'ora te ne daranno 4. Non hai le ferie e chiedere un giorno perché tua madre sta male e deve andare dal medico è come se avessi chiesto un aumento di stipendio. Tu lo pretendi comunque, perché non svendi la tua (invisibile) dignità ad un pezzente che crede di poterne fare uso solo perché si atteggia a tuo datore di lavoro.

E sei nervosa perché sei sfruttata e allora tratti male il tuo ragazzo. E a casa rispondi in modo sgarbato. E allora ti arrabbi ancora di più. E il giorno dopo sei ancora meno produttiva. Resti precaria, ma con meno amici e meno affetti, perché la tua frustrazione si sta impadronendo della tua vita. Ai colloqui vai sempre meno motivata, e rinunci quotidianamente ad un progetto che avevi in mente sin da quando eri adolescente. Niente più viaggio a Belgrado, niente più abbonamento al teatro col tuo ragazzo, niente più indipendenza dai tuoi, niente più giro dei ristoranti etnici (ne volevi provare 1 ogni 2 settimane, fino ai 30 anni).

La sera torni stanca, ti fai una doccia e leggi un libro di Milan Kundera. Lo Scherzo si chiama. È in tema.

venerdì 4 maggio 2012

Girare la sera per Roma




Avevi finito di crederti giornalista - eri appena uscito dall'anteprima stampa di un film francese che si dava delle arie e ora dovevi scrivere un pezzo per il quale non saresti stato pagato - e t'eri diretto verso Coppedè. Davanti a te camminava un dirigente di mezza età, stranamente non intimorito dalla tua presenza veloce ed elettrica dietro di lui. Le auto tagliavano la Nomentana senza grazia, ma mantenendo un minimo di dignità: erano le 20.35 anche per loro. Tu camminavi, senza giacca, tirava un po' di vento e ti sentivi di nuovo l'affascinante straniero in città, anche se Roma era la tua di città.

Sì perché Roma per una volta non era il ritrovo dei cafoni di periferia, i meschini signori del centro e le future zoccole ora ancora in fase pre-ormonale. No, Roma stava lì, placida e mansueta: giravano in pochi a piedi e tutti con una loro invisibile dignità. Il giorno era andato, ma la notte non aveva ancora fatto il suo giro e ti trovavi sospeso tra luce che abdicava ed il buio che ancora arrancava. Roma era di nuovo città aperta, ma senza nazisti per strada.

E Corso Trieste era la via pulita della borghesia romana, alla quale non saresti mai appartenuto - se non per economia, almeno per mentalità -e che ti ricordava la prima volta in cui lei t'aveva portato fin sotto casa sua. Io abito qui t'aveva detto, te avevi sorriso in modo ebete e tenero e te n'eri andato, verso casa tua.

Stasera invece avresti suonato il campanello e saresti entrato. C'era una serata intera da passare insieme.

mercoledì 2 maggio 2012

L'omosessualità in 2 parole




Non aggiungerò nemmeno un'altra parola.

martedì 1 maggio 2012

Hunger


Storia dello sciopero della fame del 1981 di Bobby Sands e compagni, contro le politiche della Thatcher in Irlanda del Nord e le condizioni dei carcerati.

Dopo il successo di Shame (perché?) viene distribuito anche in Italia il primo film di Steve McQueen (no, purtroppo non quel Steve McQueen), nonché prima collaborazione con Fassbender, nel frattempo divenuto sex symbol un po' di tutti.

Elogi sperticati della critica nazionale e non, spettatori entusiasti, film dall'alto impegno civile e storico. Eppure. Eppure personalmente non l'ho amato. È lodevole che un film tratti argomenti come quello di McQueen e possa contribuire a forgiare coscienze e giovani. Ma l'etica non è purtroppo sempre inscindibilmente legata all'estetica.

Nel film abbondano purtroppo metafore facili (i pugni sanguinanti del carceriere sono le ferite della coscienza inglese), dialoghi didattici un po' troppo schematici (la bella lunga sequenza tra Sands ed il prete), scelte a favore di un lirismo da quattro soldi (i flashback sull'infanzia, gli uccelli che volano via) non esattamente proprie di un film d'autore.
Di più, non riesce a svilupparsi empatia con i personaggi, e si resta distaccati dalle vicende, senza il necessario coinvolgimento emotivo. Si ha ovvero l'idea di guardare un documentario mal girato. Persino la morte di Sands ha un ché di liberatorio.

Certo alcune sequenze sono di forte impatto (i pestaggi, l'usare gli escrementi come protesta, la voce [reale] della Thatcher in alcune scene), il rapporto con la fisicità dei personaggi è ben sviluppato ed il film è certamente migliore di tanti altri che si vedono in giro, ma il duo McQueen/Fassbender si ripropone come coppia più sopravvalutato degli ultimi anni.


Voto 6/10

Ps

Il mio personale consiglio sul carcere e le lotte IRA/UK rimane Nel nome del padre.

lunedì 30 aprile 2012

Presidenziali francesi



Dopo il primo turno delle elezioni Presidenziali Francesi, s’è letto, soprattuto in Italia che i risultati avessero confermato la grande “voglia di destra”, francese e quindi, per l’occasione, europea. Tralasciando il fatto che la Francia è sempre stata vista dai politici di destra nostrani con una certa diffidenza (i cattivi rapporti Berlusconi - Chirac, e Berlusconi Sarkozy sono storia), e che oggi questi stessi politici esaltano invece il risultato elettorale francese, ciò che appare sconcertante è l’approssimazione dell’analisi dei dati elettorali e di quelli politici.

***

Dopo i primi exit poll che la davano oltre il 20%, la Le Pen si è attestata su un dignitosissimo 17,9%. Nel 2007 il padre aveva raccolto il 10,4% dei suffragi, nel 2002 il 16,9% (Mégret, altro esponente della destra 2,3%), nel 1995 il 15%. Il dato quindi, seppure ottimo, non appare così elevato se confrontato con quello degli scrutini precedenti. Conferma ovvero una tendenza oramai ventennale del corpo elettorale francese al primo turno delle presidenziali.

Ciò che andrebbe però sottolineato è che il sistema elettorale francese per l’elezione del Presidente della Repubblica non ricalchi in nulla quello italiano, tedesco o anche americano

Nello specifico: è a doppio turno ed a suffragio universale. Cosa vuol dire? Che tutti i cittadini hanno diritto di voto e che al secondo turno accedono i due candidati più votati, qualora nessun candidato ottenga il 50%+1 dei voti espressi al primo turno.

È un sistema che porta in modo
naturale al voto di protesta, basta vedere negli anni gli score dell’estrema sinistra (sempre attorno al 10%) , oltre che dell’estrema destra. È, insomma, un voto molto libero, poiché raramente decisivo.
Mai nessun candidato nella Quinta Repubblica (1958) ha vinto al primo turno, eccezion fatta per De Gaulle, nel 1958 (e l’elezione, allora, non era diretta).
L’elettore, avendo due turni a disposizione è quindi naturalmente portato a votare, al primo turno, specie negli ultimi 20 anni, per candidati anti-sistema o comunque fuori dal binomio classico PS - RPR (ora UMP, i gollisti). L’affermazione elettorale di personaggi come Le Pen, Mélanchot non ha in sé nulla di particolarmente sconcertante o nuovo.

***

In merito al dato politico preme accertare che la cosiddetta voglia di destra francese, tanto sbandierata in Italia non sia un dato poi tanto importante per il nostro paese. Tralasciando nuovamente il fatto che la Francia sia un paese che ha storicamente sempre votato a destra (ancora: dal 1958 in poi c’è stato un solo Presidente socialista, Mitterand, sulla cui unicità politica e carismatica è inutile discutere in questa sede), ciò che alcuni commentatori e politici italiani hanno volutamente ignorato è il fatto che sia inutile mettere a confronto i risultati del FN con quelli, ad esempio, del partitino di Storace o di movimenti più estremi (Fronte Nazionale. Forza Nuova, etc...). Le istanze della Le Pen, al di là delle provocazioni di facciata per ottenere qualche voto in più, sono infatti ben più vicine a quelle della Lega e di  una parte del PDL, che non dei movimenti neofascisti o di estrema destra italiani.

Il baricentro della politica italiana (ed il corpo elettorale) è infatti così spostato a destra che un partito come il FN non starebbe idealmente alla destra della (ex) coalizione PDL-LEGA ma vi si troverebbe completamente all’interno. Ovvero, l’elettore medio  leghista e parte di quello PDL è potenzialmente un elettore del FN francese ben più che di Sarkozy. Negli anni, la Lega ha coltivato a livello internazionale buoni rapporti con l’FN, mentre risultato inesistenti quelli con l’UMP. Ed è inutile ricordare in questa sede i successi elettorali strepitosi della Lega e del PDL (e di FI e AN, ovviamente) negli ultimi 20 anni.

Il dato francese quindi, non appare né particolamente nuovo sul piano numerico (come al solito l’FN ha preso intorno al 15% al primo turno, come al solito eleggerà al massimo 2-3 deputati alle politiche), né su quello politico se paragonato all’Italia (la Lega, al di là delle imprevedibili conseguenze elettorali degli ultimi scandali, si attesta da anni su valori poco al di sotto dell’FN francese, ed in elezioni
politiche).

Ciò che è certo che al termine del primo turno della presidenziali francesi vi sia stata una corsa all’accaparrarsi il successo (PD su Hollande, SEL su Mélanchot, Destra su FN, etc...) abbastanza fuori luogo, e che la faziosità di alcuni politici a
bbia sfiorato, nell’occasione, il ridicolo.

martedì 24 aprile 2012

Cronache da Belgrado



Stavamo a Belgrado. Facevamo solo viaggi non eccessivamente convenzionali (Belfast, Breslavia, Cracovia), non tanto per darci un tono, quanto perché così eravamo sicuri di evitarci orde di turisti scemi. E vedevamo città diverse dalle solite. Nel caso di Belgrado, brutte.

Già, l'ex capitale della Jugoslavia ricordava più i sobborghi di Istanbul ed i quartieri del centro di Atene che le altre città dell'Est Europeo. Vabbè: questo non ci interessa poi tanto. Nel corso dei 4 giorni passati in Serbia avevamo appurato che:

  • I serbi amavano mettere poliziotti ben armati ogni 10 metri;
  • Gli stessi poliziotti amavano guardarti in modo poco friendly;
  • La cortesia non era generalmente di casa (salvando però un povero impiegato del ministero delle poste che in un inglese pre-approssimativo si era dannato per indicarci dove poter trovare l'ufficio postale più vicino - a Belgrado gli uffici postali sono invisibili -);
  • Dire "three hundred" era un'impresa complessa per l'autista dell'autobus:
  • Anche lì i turisti italiani erano un bel mix di coattume, stupidità, voglia di figa in offerta e ingenuità;
  • Chiedere aspirine pareva equivalere a parlare dei crimini di Milosevic;
  • Gli abitanti del posto correvano tutti in modo strano;
  • I serbi forse non adoravano gli altri esseri umani, ma amavano invece i loro cani.

La GF era ancora più turbata di me. Le vie slave, ed i cibi locali avevano avuto l'effetto dirompente di modificarle il funzionamento dei neuroni. Nel giro di pochi giorni ero riuscito a beccarmi del "vecchietto raccapricciante" e del "solito sfigato". 
In compenso io affondavo la lama nelle sue carni: era persino troppo ovvio farmi burle di lei e del suo modo personale ed intimistico di recensire i posti su TripAdvisor: "è il posto che mi è piaciuto di più", "qui la carne è DAVVERO buona". O del modo tutto suo che aveva di dirmi: "non sono per nulla stanca", per poi addormentarsi vestita su una poltrona, mettendo in dubbio la mia (antica) virilità al risveglio.
A colazione oramai si riempiva piatti giganti di cibo, incolpandomi: "eh, ma ho visto che ti prendevi un sacco di roba, poi ti credo che lo faccio anch'io!".
Tra l'altro le sue interminabili sessioni di trucco e la presenza della TV via cavo, mi avevano permesso di diventare, nell'ordine:

  • Dottore in malattie ossee;
  • Esperto delle cause degli ultimi 20 disastri aerei;
  • Patito di cucina sudamericana;
  • Abile nel cacciare marmotte nel deserto messicano;
  • Padrone della tecnica del ricamo;
  • Cultore dei reality show americani pieni di zoccole.

Ma poi dopo un po' usciva sempre, bella, sorridente e diversa e potevamo infine camminare. Di lì a poco mi avrebbe scritto una dedica sul libro di Bukowski che mi aveva comprato. E saremmo tornati a casa insieme, tenendoci per i mignoli.

Di quel panzone italiano di mezza età, che seduto ad un tavolo di fronte a noi in un ristorante, aveva parlato (in un linguaggio che era un mix di napoletano e romano intriso della salsa dell'analfabetismo) mezz'ora al telefono di caponata e del piacere intenso che la defecazione provocava in lui, avrei scritto un'altra volta.

giovedì 19 aprile 2012

Riceviamo e pubblichiamo: Un ricordo di Breslavia



Ripensavo al Kurna Chata, quel ristorante carinissimo con l'arredamento artigianale dove andammo la prima sera a Breslavia.

Stavo ripensando al fatto che c'era una coppia vicino a noi, nella parte rialzata, una coppia ancora nella fase pre-contatti fisici, solo nella fase di conoscenza.

Lei era polacca, lui mi sembrava avesse un mezzo accento italiano (si sentiva poco, l'inglese lo sapeva bene), e pure di aspetto mi sembrava italiano. Non era uno di quegli italiani beceri che si vedono all'estero, era un tipo a posto, era educato, gentile con la ragazza senza il servilismo un po' piacione e ostentato di chi vuole farsi una tipa, aveva la faccia da bravo ragazzo. Insomma, uno di quelli che già alla prima occhiata ti ispirano fiducia, ti sembrano brave persone.

Mi ricordo che ero tanto felice di stare lì, eravamo in una città magica, in un posto adorabile, e mi ricordo distintamente di aver pensato che speravo che anche a quella coppia le cose riuscissero ad andare bene, che riuscissero a trovarsi, ad essere felici, ad avere un po' di serenità. 

Speravo che lei non fosse bloccata da qualche stereotipo culturale, né che fosse un'arrivista pronta a lanciarsi sul primo straniero promettente, e speravo che lui avesse valutato bene la persona che aveva di fronte, e che potesse tornare a casa e chiudere la porta con un sorriso sulle labbra e la voglia di rivederla.

lunedì 16 aprile 2012

Diaz - Non pulire questo sangue




Cosa successe durante il G8 del 2001 a Genova. Come e perché si arrivò all'assalto della Scuola Diaz e alle torture della caserma di Bolzaneto.

È un film horror, non un drammatico. È difficile da digerire, pensare che tutto ciò sia avvenuto nella civile Italia, nel belpaese solamente 10 anni fa. La banalità del male mostrata, ricorda quella dei nazisti (le croci segnate col pennarello sui volti dei prigionieri), del processo ad Eichmann, delle dittature sudamericane (come mostrato nell'intenso Garage Olimpo), dei fascisti di Salò (vedere, in merito, lo straordinario film di Pasolini).
La vera anarchia è quella del potere, che tutto può.

Poliziotti alternano telefonate alle fidanzate in cui progettano l'acquisto di un biglietto per il concerto di Ricky Martin, ai pestaggi ed alle torture più efferate. Senza che ve ne sia motivo alcuno.

"Io i miei non li reggo più" dichiara un comandante della polizia ad un altro, alludendo alla voglia di menane le mani. Perché, vien da chiedersi? Perché tanta voglia di sopraffare, dando sfogo ai più bassi istinti (in)umani?  

Vicari ha il grande merito di non ridurre tutto al filmetto manicheo tra buoni e cattivi. Non esista a mostrare in apertura le scorribande dei black bloc (o chi per loro), non presenta una serie di manifestanti altamente morali, indugia persino su qualche poliziotto meno peggio degli altri. Ma non targiversa nel mostrare l'efferatezza delle scorribande compiute dai poliziotti. Non si gira dall'altra parte quando c'è da mostrare con l'indice il comportamento disumano di medici e carcerieri nella caserma di Bolzaneto. Non omette le scandalose manipolazioni compiute dalle persone in divisa.

Alcuni avranno certamente notato la totale assenza dei politici e della politica nel film. Eppure Berlusconi era lì, Fini in questura, Castelli, si dice, in caserma. Non credo sia stato un caso voler glissare sui nobili rappresentanti del popolo: Vicari punta prima di tutto sulle certezze (la sceneggiatura è tratta in parte dalle sentenze della magistratura) e non vuole che il film perda la sua aura di credibilità a favore di un incerto (almeno giudiziariamente) complottismo. Non deve essere un film sulla strategia della tensione, in cui ci sono mille indizi e zero prove, ma una denuncia seria, documentata, certa. Meglio a questo punto sottrarre (come è stato fatto) pur di poter rivendicare la totale certezza e veridicità di ciò che è stato mostrato.

Inoltre i politici avrebbero compromesso uno dei messaggi profondi del film, e cioè mostrare la cattiveria umana. L'insensibilità, la natura del branco, la crudeltà fine a sé stessa. Vedere in azione decine di esseri umani che si appropriano della dignità di altri per il puro gusto della bestialità, è un'esperienza che parla da sé, che non ha bisogno del corollario dei politici.

Può il valore di un film prescindere dalle sue qualità artistiche? Probabilmente no. Ma il film di Vicari è comunque di buona qualità. Va quindi visto non solo per "il piacere degli occhi", per il gusto della fiction e per tutte le solite motivazioni che ci portano in sala, ma anche per informarsi. Per mantenere lucida la memoria storica. Per rinsaldare la propria vocazione all'indignazione civile. Per continuare ad essere compiutamente cittadini.

Voto 7/10

giovedì 12 aprile 2012

Lo Scherzo


Avevo una relazione duratura con le mattonelle del piazzale della metro. Mentre aspettavo lei arrivasse dai suoi eterni ritardi, calcavo quei pavimenti con insistenza, su e giù. Riscuotevo sguardi caritatevoli, ammiccanti ed impietositi.
Pioveva. Roma - stupenda e misera città come diceva il poeta - era indolente, cinica, fintamente auto-ironica e sardonica quando splendeva il sole. Ma nei giorni di pioggia, in cui il grigio la faceva da padrone, diventava cattiva, priva di interesse, vendicativa. Senza il fascino di una città del nord, abituata alle intemperie e le mancanze di rispetto del clima. Roma grigia era la dimostrazione che anche le cose che andavano male, potevano sempre peggiorare, da un secondo all'altro.

***

Dopo aver visto il film, l'avevo salutata. Mosso dal rimorso e dalla voglia di girare la personale scena di un film, ero corso nel sottopassaggio della metro, per emergere dall'uscita sul lato opposto della strada, nella speranza di trovarmela davanti ed abbracciarla, quei 3 secondi in più che avrebbero fatto la differenza nel corso degli anni. Avevo aspettavo qualche minuto senza trovarla: evidentemente aveva preso un'altra strada. La scena del film era stata certamente girata, solo che da commedia brillante con lieto fine, s'era passati a film cupo e drammatico polacco degli anni '60.

***

C'era la solita calca alla banchina dell'autobus. Resti di esseri umani, spolpati dall'altrui inciviltà - e dalla propria - si affannavano per trovare un posto a sedere sul mezzo che li avrebbe portati a casa. Non c'era nulla di felice nel tornare a respirare in quelle quattro mura infami, ma a volte anche lo squallore riesce ad infondere calma e sicurezza quando è ripetuto in modo costante.
Al mio fianco era salita una ragazza. Aveva in mano un libro. Era L'insostenibile leggerezza dell'essere, di Milan Kundera. Io invece avevo Lo Scherzo. S'era seduta davanti a me, cercando di ostentare il testo affinché lo notassi e magari attaccassi bottone. Normalmente avrei soddisfatto un po' il mio ego dicendole qualche scemenza, ma non ero dell'umore giusto. Lei dopo 20 minuti aveva rinunciato e riposto il libro nella sua borsa. S'era messa ad ascoltare musica. Io pur di fare la figura di quello superiore ed impegnato m'ero messo a leggere in viaggio, cosa che non tolleravo da anni e contribuiva solo a causarmi mal di testa. Ma l'etichetta imponeva sacrifici a volte.

***
Dopo un po' ero arrivato a casa. Le prime 50 pagine dello Scherzo parlavano di un giovane cecoslovacco in grado di muoversi sul palcoscenico sociale con diverse maschere. 

martedì 10 aprile 2012

Giorno di festa



Era giorno di festa e allora la metro era più sporca e vuota del solito. Lei era appena andata via. M'ero seduto su una dei sedili di Policlinico (sì, quella stazione completamente interrata, triste, buia, costruita come fosse l'avanguardia moderna d'un paese del terzo mondo degli anni '40), accanto a due straniere. Parlavano inglese, avevano calze a coprire le loro gambe scoperte in un modo un po' ridicolo e troppo sincero.

Il convoglio era arrivato. Era di quelli nuovi, che già stavano diventando vecchi. Era un giorno di festa e allora dentro non c'erano lavoratori stressati, studenti fuori corso, e ragazze ancora inconsapevoli d'essere rimaste incinta la sera prima nel parcheggio accanto a casa ("sì, usa pure quello, la sera è vuoto e non ti vede nessuno, stai tranquilla, io ci sono stata con Marco 3 sere fa"). C'erano solo stranieri, zingari a chiedere l'elemosina in modo distaccato, quasi fosse un noioso adempimento burocratico, qualche vecchia finita lì per caso e bori di periferia finita in gita in centro.

M'ero seduto e le due inglesi s'erano messe accanto a me. Di solito avrei pensato che l'avessero fatto di proposito, ma stavolta, sentitole ridacchiare come 2 sceme, m'ero convinto che non c'entrassi nulla. Il caso aveva voluto così. Mentre pensavo ai cazzi miei m'ero accorto che la puzza era diventata più insostenibile del solito (lavarsi, nel 2012 era diventato un optional per italiani e stranieri, la manutenzione del mezzo pubblico una pretesa da comunisti giacobini), e che davanti ai miei occhi erano seduti 2 rifiuti periferici. Uno eroabiondo tinto, indossava una maglietta con su scritto "Magliana Criminal" e aveva dei jeans chiari sgarati e bucati di fabbrica qua e là. L'altro una felpa con il logo enorme di una marca. Entrambi avevano facce da tonti, violenti ed ignoranti. Le pettinature riflettavano il vuoto cosmico che probabilmente abitava il loro cervello. Dovevano aver pensato, almeno inizialmente, fossi amico delle inglesi, ma poi avevano evidentemente cambiato idea.

Ao hai visto quee due?
Chi?
Questa qua davanti
Anvedi che spacco, che sorche
Ao ma che noe senti che parlano strano
Nzo italiane
So nglesi
Ao come se dice leccame er cazzo ninglese?
Eddaje nun fa lo stronzo, avvicinamose
E chi a parla quaa lingua
Daje je dimo du cose e è fatta, so nglesi
Si ce stanno ste due gia meo sento
Hai visto camo fatto bene de pia a metro


Le due s'erano accorte della presenza dei due morti viventi, ma non avevano dato pesa alla cosa. Anzi sembravano divertite. Era una situazione che nel migliore dei casi si sarebbe risolta con una scopata squallida e sporca (sporca nel senso igenico del termine), nel peggiore come un fatto di cronaca nera. Comunque ero arrivato a Termini, dovevo scendere. Addio inglesine, che la sorte sia con voi.

Ero uscito dalla stazione metro e m'ero diretto alla partenze ferroviarie. Il mio treno aspettava sul suo binario. Era sporco. I sedili erano così stretti che non era possibile sedersi uno di fronte all'altro senza toccarsi le ginocchia. Il riscaldamento era al massimo, malgrado fuori ci fossero 15 gradi. Davanti a me c'era un'allegra famiglia di polacchi. Non capivo cosa dicevano ma doveva essere stata una giornata felice. Io sudavo.

Dietro di me c'era un gruppo di 17enni. Una si lamentava del fratello che non capiva un cazzo. Un'altra che il padre le rompesse troppo i coglioni. Una terza aveva imprecato al telefono in modo così violento che non avevo capito se le maledizioni fossero rivolte ad un ipotetico ragazzo (chi se la sarebbe mai scopata un'isterica simile?), sua nonna o un antico maya venuto a farle visita a casa.

Sticazzi.
Il treno era partito. M'ero messo a leggere Il Giardino delle bestie. A breve sarei tornato a casa, anche se sulla via della stazione i lampioni erano oramai rotti da mesi. Poco male, era stata una giornata di festa.

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