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mercoledì 28 dicembre 2011

Il sogno che volevo fare dopodomani


Mi stava davanti. Non la vedevo da 2 settimane: piccolo litigio idiota (per cos'era di preciso?), impegni di lavoro, nervosismo, crisi di governo in un paese del sudest asiatico, recessione affettiva seguita da dolori allo stomaco. La dittatura della bile imponeva i suoi ritmi infernali alla quotidianità.
Non è che non volessi fare il primo passo (il primo passo, che espressione vuota ed abusata) e quelle stronzate lì, è che i giorni mi sfuggivano di mano ed il solco diventava un po' più profondo, anche se in modo impercettibile. I Muli facevano il loro corso. M'ero anche detto ma perché non chiama lei?, ma avevo lasciato stare dopo 5 minuti: non potevo incolpare gli altri del fallimento che portava il mio nome sulla fronte. E allora avevo telefonato. Ogni squillo era stata una nota della Nona, sempre più tetro ed enfatico, come fosse un caro armato in un giorno di festa nazionale. Poi aveva risposto - oh sei tu - ed era stata incerta per i primi 20 secondi. Ma la voce era velocemente tornata quella un po' ovattata e con sottofondo di impercettibile entusiasmo di sempre. Probabilmente aveva passato giornate non esaltanti, anche lei. Ci eravamo dati appuntamento davanti ad un pub che conoscevamo bene. Lei era comparsa con 20 minuti di ritardo - nei quali m'ero limitato a pensare cazzo arrivi in ritardo pure oggi - ma poi m'aveva sorriso e c'ero passato su. Non era ancora arrivato il momento di riscuotere la cambiale della puntualità. Dentro c'era musica, e finalmente, dopo 5 minuti che c'eravamo seduti, era partita So Far Away. Le avevo preso la mano sinistra ed era arrivata la birra.

Beh, era stato un anniversario un po' strano.

venerdì 23 dicembre 2011

La produttività Stachanovista della Poste Italiane



C'era la crisi. L'economia andava male. I preservativi costavano caro, i giovani erano senza lavoro, le donne sempre più acide. Le poste erano sempre al solito solito posto.
Metti che facevi 2h di fila per chiedere se avessero le Sterline, perché te ne servivano 200. Metti che a risponderti c'era una vecchia di 50 anni che ne dimostrava 70, probabilmente entrata grazie ai socialisti negli anni '80, e che era totalmente inadatta a: lavorare, rispondere, vivere. Lei aveva il posto di lavoro, te no. Metti che la vecchia impiegava circa 15 minuti per ogni operazione, quindi faceva pagare 4 bollettini l'ora. Metti che la vecchia, biondo tinta, occhiali, intrombambile nemmeno per un reduce dalla campagna di Russia, si lamentava del suo posto di lavoro. La sua prospettiva era che lo stipendio le fosse dovuto a prescindere, come le ferie, la malattia, la pausa caffè ed i permessi. E non trovava giusto si dovesse anche lavorare. Questi pretendono che uno lavori tutto il tempo del turno, ma siamo matti? Non c'è più rispetto per nessuno, oggi non ho avuto nemmeno il tempo di andare a fare la spesa. La vecchia ed il concetto di produttività non erano distanti: erano alieni.
Metti che questa vecchia alla tua domanda: "avete sterline disponibili?" ti aveva risposto con fare arrogante: "certo, ma che domande!". Questi giovani d'oggi che si mettevano a fare domande sciocche facendole perdere tempo.
Metti che tu eri andato a prendere 250 euro da cambiare ed eri tornato alle poste, avevi fatto di nuovo 85 minuti di fila, dovendoti sorbire innumerevoli momenti dei Savonarola de' noantri: "qui avanza solo la A, la H non la chiamate mai!", "è uno schifo! la rivoluzione ci vorrebbe!", finché non ti aveva servito un dipendente che lavorava allo sportello di fianco alla vecchia. Metti che te, divertito, perché già sapevi come sarebbe andata a finire, gli avevi chiesto le 200 sterle. Metti che lui era andato a controllare, e dopo essersi intrattenuto per 5 minuti con una collega (mica vorrai pretendere si faccia un'operazione senza diversivi?) ti aveva detto:

Mi dispiace, non ce n'è una.
Bene, non c'è problema, lo dica anche alla sua collega, perché mi ha detto 2h fa che c'erano e io mi sono rifatto la fila, sa?


Non è possibile che gliel'abbia detto.
E' possibile invece.

Ma gliel'hai detto te che c'erano le sterline disponibili?

La vecchia aveva esitato, voleva dire di no. Io però la fissavo e lei non aveva avuto il coraggio di farlo.

Ehhh embè che nn ce l'avemo 200 sterline?


No, non ci sono.
Ah eeeeh vabbè e che ci fa?
Ci fa che io ho perso 2h ore.
Ehh vabè, capita.


Ecco, mettiamo che tutto ciò sia capitato davvero. 

E' Natale


Il senzatetto che cerca un vecchio pezzo di cartone, la zoccola di periferia che compra una mutanda firmata al fidanzato, che intanto le sta mettendo le corna con un'altra zoccola di periferia (indistinguibile dalla fidanzata ufficiale), il giovane direttore della catena di negozi di abiti che finirà il turno alle 19:00, il cane malconcio (lo ha investito di striscio una macchina) oggetto di scherno da parte dei ragazzi dei quartieri bene, i televisioni LCD scontati del 25% solo per oggi, il disoccupato che ha bisogno di lavoro, gli innamorati che si baciano nel quartiere africano, i lavori pubblici che si fermano eccezionalmente, il nuovo film di quel famoso regista americano, la studentessa che scopre d'essere incinta ma il padre è già lontano, il treno che è in ritardo e farà perdere la coincidenza per casa all'uomo sui 45 che aspettava da 6 mesi di riabbracciare sua figlia, l'amore che fugge, le offerte sul formaggio fresco, la strada sempre più sporca, i negozi di presepi che non fanno più affari d'oro, le serate noiose che attendono tutti, i viaggi in preparazione e cristo che muore di fame tra l'indifferenza dei suoi simili. E' Natale.

sabato 17 dicembre 2011

Non ti dimenticare di scrivere



Non ti dimenticare di scrivere. Non ti dimenticare, una volta arrivato, di pensare a me. Non ti dimenticare, mentre andrai, di dedicarmi 4 pensieri, uno dopo ogni quercia che incontrerai. Non ti dimenticare di ridere di me ripensando a quella sera. Non ti dimenticare di fare un sorriso malinconico quando qualcuno ti farà un complimento un po' banale. Non ti dimenticare di volare alto anche quando la gravità ti richiama pesantemente verso il suolo. Non ti dimenticare che maiuscolo e superlativo sono due aggettivi. Non ti dimenticare di quando abbiamo bevuto quella birra orribile in Portogallo, o era in Georgia? Non ti dimenticare di compilare quel taccuino, mettendoci ogni giorno un verso e 8 parole, non di meno. Non ti dimenticare di disegnarmi quando sarai di fronte ad una fontana romana in europa dell'est. Non ti dimenticare del mio volto quando leggerai un racconto underground con un pizzico di tenerezza verso gli ultimi. Non ti dimenticare di commuoverti quando al cinema vedrai un bel film. Non ti dimenticare delle mie scarpe mentre scenderai nella stazione della metropolitana. Non ti dimenticare di...

mercoledì 14 dicembre 2011

Una seconda versione dei fatti - La banda dei gerbellini


Ero seduto, il pub era scuro. Poca luce intorno, ma potevi ben vedere chi ti stava di fronte: era stato ben progettato. I tavoli erano di legno, come lo imponeva la tradizione e la cameriera - carina - ci aveva appena servito una birra. Chiara. Mancava una band esordiente a fare da sottofondo (anche se le canzoni che passavano non erano male - ma io non capisco un cazzo di musica) ed un po' di trambusto intorno a noi. Lei mi stava parlando di un suo compagno del liceo - e io, giuro trovavo la cosa interessantissima, sebbene esternamente sarebbe logico pensare non me ne fregasse nulla - e la tempestavo di domande. Perché ero curioso, pur cercando di non essere invadente. Lei però non disdegnava sorrisi appena accennati. Ogni tanto cercavo con lo sguardo le sue mani. Le mie le muovevo in modo regolarmente convulso, come se fossi stato morso da un serpente asiatico, ma sapessi perfettamente cosa andasse fatto. Ci guardavamo negli occhi e i miei strani neuroni venivano illuminati - sembrava avessero finalmente inventato l'energia elettrica: io ero il simbolo del capitalismo rampante e del progresso sociale, io ero la prima città illuminata - e mi balenava per la mente solamente la frase ma che davvero?. Eppure lei era lì davanti. Dovevo assolutamente trovarla qualche difetto orribile, pescare qualche confessione atroce - io odio gay, non sopporto i neri, sono contro l'aborto, ho votato GW Bush, sai, penso che leggere sia molto sopravvalutato, al cinema non vado mai perché proprio non ho tempo, i nazisti mica avevano tutti i torti - ed invece la clessidra continuava a scandire i minuti con i suoi granelli viola e nulla trapelava. Anzi: più le parole le uscivano di bocca più era chiaro non avrebbe detto nulla di sbagliato, ma avrebbe continuato imperterrita ad essere brillante senza sapere d'esserlo. Affascinante in modo sommesso ed invisibile. Non perdevo tempo a guardarle il corpo perché ero troppo concentrato a sentire fino all'ultima sillaba. Il pub era sempre vuoto. Aspettavo scoppiasse una bomba da un secondo all'altro. Ma non successe niente e tornai a casa, per una volta, con una certa ansia nei confronti del giorno dopo. E feci bene.

giovedì 8 dicembre 2011

Un nemico al giorno


Stavano uno contro l'altro, in piedi, alla fermata, a baciarsi. Era ora di pranzo, quindi erano studenti liceali, anzi: studenti della scuola secondaria: reietti inadatti ad una istruzione decente. Lui aveva una tuta bianca, lei pantaloni che le stringevano il culo. Le felpe erano piene di scritte idiote che probabilmente manco capivano. Si baciavano con una intensità pari solo alla volgarità. Lui le teneva le mani sulle chiappe. Tenere le mani sul culo non è mai particolarmente fine, ma spremerlo in pubblico, in pieno giorno, nella speranza che esca qualcosa, tipo succo d'arancia o CocaCola tende all'orribile. A lei però piaceva, visto che lo guardava con ammirazione disinteressata. Lui ogni tanto, tra un bacio e l'altro, parlava agli amici. Di roba seria, probabilmente, tipo le tette di un'altra. Poi tornava a ficcarle la lingua in bocca, in modo vagamente meccanico. Dopo qualche minuto era arrivato l'autobus, che avrebbe riportato quei rettili nelle loro paludi sottoproletarie. Lei aveva lasciato lui - evidentemente non abitavano nella stessa melma - ed era salita. Lui aveva ricominciato a parlare con gli amici prima ancora che l'autobus partisse. Li guardavo, perché m'aspettavo che lei, una volta salita, si sarebbe girata per sorridergli, fargli un cenno d'intesa - ci toccheremo ancora il culo domattina - mandargli un bacio. Invece niente. S'era seduta senza manco rivolgergli uno sguardo, e s'era messa a discutere con 3 zoccole amiche sue. Stessa razza, stessa lingua. Lui intanto aveva cominciato a parlare in tono sconcio con i suoi coetanei. Non era nemmeno cosa diceva il problema, ma come lo diceva. Come rideva, in modo gutturale, morto. Avevo sperato di incrociare lo sguardo di lui che cercava quello di lei, e andava incontro ad una delusione. Le delusioni sono i sintomi dell'innamoramento, assieme alle attese ("Sono innamorato? Sì, poiché sto aspettando"). Invece non se n'era curato. Affanculo lei, e affanculo lui. Poco contava che le rispettive salive fossero nelle gole dell'altro: ora era tempo di fare e pensare ad altro.

M'ero girato, era arrivato il mio di autobus ed ero salito su.
Una volta arrivato avrei poi aspettato lei 40 minuti.
Io avevo ancora il diritto alle attese. 

sabato 3 dicembre 2011

I superpoteri


L'uomo gli era apparso davanti. Un bell'uomo, una specie di Gary Cooper meno affascinante e più consumato dalla vita di periferia. Gli aveva proposto i poteri. Poteva darglieli, bastava lui annuisse.
C'era quello che gli avrebbe permesso di tornare indietro nel tempo. Era allettante, in fondo. Avrebbe potuto usarlo per rifare qualche esame, non conoscere qualche persona, uccidere Pinochet piantandogli un coltello negli occhi o comprare una seconda volta una cassa di CocaCola in offerta. Ma aveva desistito. Se era diventato quel che era ora lo doveva a tutte le cose fatte. Ai suoi fallimenti ed ai suoi successi, grandiosi in egual misura. Lo doveva anche a Pinochet, sì. Non poteva cambiare nulla senza cambiare immancabilmente se stesso. E tutto sommato non voleva cambiarsi: si riteneva così interessante nel suo connubio tra mediocrità e serietà.
Allora l'uomo gli offrì quello di vedere il futuro. Poteva vedere quale sarebbe stato il candidato del PD a perdere la prossime elezioni, quale sarebbe diventato il suo lavoro o con quale avanzo di galera sarebbe uscita sua cugina. Sì, poteva anche sapere in anticipo il risultato della Roma. Ma tutto sommato non sapeva cosa farsene: era ancora preda di entusiasmi proprio a causa delle indecisioni, a causa delle aspettative. A causa della paura. A causa dei dubbi, proprio loro. A causa di quella sensazione che provocava staticità ed elettricità nelle vene, quando aveva lei di fronte e doveva decidersi a darle un bacio, doveva farlo, perché non poteva lasciare che la mancanza di coraggio gli rovinasse la vita, e l'implicazione catartica del gesto era proprio che doveva tentare non essendo sicuro del risultato. Lei infatti si sarebbe spostata e lui sarebbe affondato nel vento. Ma se fosse stato sicuro non avrebbe nemmeno provato. Era stanco delle cose sicure, acquisite prima ancora di provare.
Allora l'uomo gli aveva offerto un'ultima possibilità: fermare il tempo. Cambiare le cose e/o lasciare che un istante piacevole perdurasse per minuti ed ore. Ma aveva rifiutato anche quella. Non voleva aiuti meccanici per rivivere le cose, no. Aveva in sé quella strana convinzione di poter rivivere le cose semplicemente mettendoci impegno e perseveranza sentimentale. Anzi: non voleva rivivere proprio nulla. S'era messo in testa che ogni serata sarebbe stata diversa, seppure con la stessa musica classica alternata a rock in sottofondo. S'era messo in testa che tutto sommato bastava lui, bastavano le sue forze per passarle una mano in mezzo ai capelli, ancora ed ancora, provando ogni volta la stessa felicità in modo diverso. E maggiore.

Sì, s'era messo in testa di contare solo su di sé. E la cosa peggiore era che s'era convinto di farcela.

venerdì 2 dicembre 2011

Desire - Under Your Spell



La canzone che stavo ascoltando prima di uscire. Come la ragazza warholiana piangeva lacrime disegnate, avevo lo stomaco in subbuglio, avevo il petto che doleva, il viso che perdeva colore (diventava violaceo e verde come quello d'un americano morente in Vietnam), e le mani senza più forza. Ed ogni sorriso nascondeva una orribile maschera di sofferenza invisibile.

you keep me under your spell
you keep me under your spell
you keep me under your spell

giovedì 1 dicembre 2011

L'incipit del romanzo che quell'autore balcanico non avrebbe mai potuto scrivere


Non andava mica così bene. Da quando il paese era entrato in recessione aveva perso, nell'ordine: il lavoro, l'assicurazione sanitaria, la tessera per il cinema, quella per la piscina, il posto auto davanti casa e sua moglie non se la passava troppo bene. O meglio: se la passava bene ma a quanto pare non con lui. Non che fosse così arrapato da volersela ancora scopare, quello no, ma la sua presenza (della moglie) conferiva alla casa che dividevano quel tepore rassicurante e privo di ansie che allietava la vita. Cambiare moglie sarebbe stato come cambiare cesso o materasso: fonte di stress inutile.

Passava le sue giornate cercando offerte di lavoro sui giornali, cerchiandole in rosso e ordinando birre al bar. Avrebbe saldato il conto nei mesi successivi (in realtà, il conto di 78 euro non venne mani saldato: l'uomo finì sotto ad un autobus 3 mesi dopo, senza aver provveduto ad estinguere il debito. ma questo, allora, non lo sapeva), e sperava ancora di reinserirsi nel tessuto sociale. Lo chiamavano così ora tessuto sociale. A lui pareva ancora la solita merda: dovevi lavorare per avere i soldi, con i soldi mangiavi, con le energie tornavi al lavoro il giorno dopo e via dicendo. Il tessuto sociale era roba buona per quei segaioli degli studenti che non avevano mai alzato un dito in vita loro o per quei finocchi che andavano in TV a parlare di stranieri ed integrazione. Cosa cazzo ne sapevano loro degli stranieri? Facevano i progressisti dalle loro villette dei quartieri residenziali.

Il governo era caduto il giorno prima e l'opposizione era scesa in piazza a festeggiare. Aveva visto le scene del capo del Partito della Giustizia mentre stappava una bottiglia di champagne. L'avventore che gli stava accanto (all'uomo, non al capo del Partito della Giustizia) aveva detto con un certo sarcasmo come se le parole fossero stato pronunciate dall'eminente leader politico: "evviva, ora tocca a noi a magna' " La cosa gli aveva fatto pensare che non aveva ancora nulla per cena - sua moglie era "impegnata con della colleghe fino a tardi" aka a farsi trombare da qualcuno - e che quindi avrebbe risolto tutto prendendosi un kebab dai turchi della settima. I turchi gli facevano schifo, ma il kebab costava poco.  Le cose che provocano ribrezzo, di solito son sempre a buon mercato, questo lo sapeva.

Appena sceso dal tram decise che era tem

lunedì 28 novembre 2011

Storia d'una serata scandinava - 1



S'erano conosciuti a Tampere, per vie traverse. Lui faceva il veterinario, lei la giornalista. Lei odiava l'aggettivo "complessato", lui odiava un sacco di cose, ma tendeva a dimenticarsele. Avevano bevuto due birre (medie e rosse, lei aveva rimarcato "questa è una birra da donna" lui aveva annuito capendo perfettamente cosa intendesse dire pur essendo incapace di spiegarlo) in un locale dedicato alle Cronache di Narnja - anche in Finlandia erano famose - e s'erano salutati. Lui viveva in Finlandia, ma veniva da una nazione vicina. Lei non ricordava più se fosse islandese o norvegese. Ad ogni modo aveva poco accento e tutto sommato era un bel tipo. L'amico che li aveva presentati aveva ricevuto resoconti fugaci - sì, è stata davvero una bella serata - e non aveva indagato oltremodo. Del resto anche lui aveva un cazzo di vita da portare avanti (era emigrato in Austria anni prima: ora faceva il cuoco in un locale squallido: ma la paga era buona, la sua fidanzata era incantevole ed il cibo gratis: aveva svoltato), e non poteva perdere troppo tempo con loro. E poi tutti dicevano di aver passato belle serate anche se mentre la serata stessa era ancora in totale divenire pensavano solo: "e se mi dessi una enorme martellata sui coglioni? potrei usarla come scusa per andare all'ospedale e quindi levarmi dalla palle. Sì, potrei DAVVERO farlo."
Poi lui andò a finire in Corea per un programma di una qualche finta associazione benefica, qualcosa sulla protezione dei cani; mentre lei scribacchiava articoli pagati 20 euro al pezzo, maturando una certa frustrazione. Non è che fosse particolarmente talentuosa, ma dei 35 giornalisti della Gazzetta di Tampere era una delle poche con un briciolo di fantasia e quella punta di sarcasmo che amava definire "il lubrificante della professione." Ma la battuta, a quanto pare, riscuoteva poco successo. La capivano in pochi e chi la capiva reagiva il più della volte con un imbarazzato sorriso di cortesia - le allusioni sessuali non piacciono a chi odia il sesso - ed un'alzata di spalle.

sabato 26 novembre 2011

Il post del killer sentimentale



Da piccolo pensavo che l'andamento di una coppia si misurasse dal numero di baci scambiati. Senza lingua naturalmente. Guardavo un sacco di serie americane per teenager, dove ragazze bellissime sbaciucchiavano tipi fighi. Allora facevo liste: "a 16 anni voglio aver baciato almeno 10 donne". L'importante era stampare le proprie labbra su quelle della bella ragazza con i capelli castani. E' quello che feci, tra l'altro, anche la prima volta che baciai una tipa, anni dopo. Tra imbarazzo e squallore. Lei non era manco così bella, tra l'altro. E sopratutto mi schiaffò in bocca quella sua orrida lingua ("ma che cazzo sta a fa 'sta matta?"). 

Poi da adolescente pensavo che l'amore si misurasse via sms. Più ne mandavi più le cose andavano bene. Scambi interminabili. Nottate a mandare sms, costavano 200 lire, cazzo. Non che avessi molto da dire, sebbene allora pensassi di sì. Però ricevo risposte. La vita a portata di 160 caratteri. Tutto facile, niente complicazioni. Mai rimanere senza credito. Senza credito finisce l'amore. Senza cellulare finisce il rapporto. Senza campo le arterie non pompano più altro che carbone.

Poi crebbi e pensai che più vedevi una persona più allora la coppia andava a gonfie vele. Usciamo il lunedì, ti passo a prendere dopo la lezione. Ma vediamoci anche martedì, ho un buco tra economia e scienza politica. Facciamo questo. Camminiamo per chilometri senza scambiarci una parola. Ti chiedo la tua opinione. Tu non ne hai una? Fa niente. Le parole sono pericolose. E vediamoci anche domani. Sì, te lo porto il racconto. Quello in cui un uomo ne uccide un altro all'uscita del cinema e lo fa a pezzi e lo butta nella spazzatura, sì, te lo potrei dedicare.

Ma si diventa adulti. Allora bisogna aggiornarsi. Se le cose vanno bene vuol dire che si scopa un sacco. Allora devi trombare, ogni volta che puoi. Anche quando non vuoi. Se lo fai 2 volte a settimana c'è crisi. 3 non va bene. 4 c'è maretta. 5 andava meglio prima. 6 non siamo più quelli di una volta. 7 dimmi cosa ti turba amore. 8 sento che non comunichiamo abbastanza. E via dicendo. Però intanto continuavo a leggere libri. Ad andare al cinema da solo. Finalmente c'era pace. Il momento più bello della giornata era ritrovarsi completamenti soli, in un cinema di periferia.

Poi viene la maturità. E tutto passava attraverso le email. Se scambi mail è ok.  Più le mail sono frequenti più la tipa ci sta. Le mail misurano bene l'intensità. Le mail richiedono sforzo. Le mail richiedono passione. Ricordo nitidamente che in pomeriggio estivo del 2010, mi ritrovai a pensare: " 'sta stronza non mi risponde più alle mail. Non me ne scrive più. Non parliamo più dell'idea di colonialismo europeo, delle trombate fatte e da fare, dei kebab in offerta e dei personaggi inesistenti che amerei conoscere. Cattivo segno, cattivissimo." Ed, infatti, se ne andò. Ma tanto non mi mandava più email. Gone, baby, gone.

Ho avuto anche la fase dei libri scambiati, dei viaggi fatti, delle litigate, dei calzini dello stesso colore, delle opinioni discordanti, delle medesime vedute politiche, delle difformi vedute politiche, del se fa quel che mi piace, e del se fa quel che non mi piace. Ho un sacco di teorie. Le annoto spesso. Ma le consulto poco.

giovedì 24 novembre 2011

Pandora vende merce in saldo


Hai preso il vaso e l'hai aperto. Non volevi farlo, perché aprirlo comporta sempre e comunque problemi. Aprirlo comporta tornare a vecchie abitudini, eternamente ridipinte con vernice nuova e metallizzata. Ma la vernice è così perfetta che tu non pensi più a quella vecchia. No, non dimentichi nulla, non puoi dimenticare, ma non è più davanti a te. Il colore è spartito. Aprirlo porta cose nuove ed odori rimossi, infantili. Porta l'incontrollabile. Porta meraviglia. Porta stupore e novità, per l'appunto non gestibili. Aprirlo vuol  dire che ti cadrà di mano ed i tuoi piedi finiranno sui cocci e cominceranno a sanguinare. Sangue nero e denso. Ma tu non sei la Sirenetta, nessuno troverà sia una storia bellissima. Aprirlo vuol dire che la ragazza tedesca che ti vide piangere sulla SBahn, si sta preparando ad offrirti nuovamente qualcosa da bere. Hai aperto il vaso, lo stai aprendo, ma il vaso pesa, la mole è altissima, incontenibile. Ah certo le tue braccia sono forti, sono temprate, sono resistenti al dolore oramai. Sono talmente resistenti al dolore che lo erano diventate anche al piacere. Ma oramai il vaso t'è stato venduto, dovevi rifiutarne subito l'acquisto, è così che si comporta la gente seria. La gente seria ha paura del vaso, non ci si avvicina. Quando viene offerto, a prezzi bassi, irrisori, la gente rifiuta, fa un sorriso educato, mi piacerebbe tanto, ma ho già una vita noiosa ed equilibrata, senza sussulti.  Il vaso è la tortura che la banalità impone agli sfrontati. Aprire il vaso implica coraggio. Aprire il vaso vuol dire il dolore allo stomaco, che è già cominciato. Vuol dire il battito da preinfarto. Aprire il vaso vuol dire sorridere mentre le labbra si stanno screpolando. Vuol dire che la gente in metro guarderà te e non il contrario. Aprire il vaso vuol dire prepararsi a tenere gli occhi aperti, di notte, a fissare le strade vuote. Aprire il vaso vuol dire aprirlo.

mercoledì 23 novembre 2011

Frammenti di un viaggio in metro


Lui sembrava uno studente iraniano, dissidente, ma ancora fiero del proprio paese. Lei invece pareva tirata fuori dalla Parigi degli anni '70, con quel taglio di capelli, quel viso grazioso e ben delineato e quel vestito elegante e femminista. Erano stanchi. Seduti sui sedili della metro B, direzione Rebibbia. Lei gli si appoggiò contro la spalla, e chiuse gli occhi. Si sentiva finalmente protetta. Lui aveva lo sguardo pensieroso di chi sa di aver fatto la cosa giusta, ma è preso in dinamiche più forti di lui. Nel pomeriggio avevano parlato di Dürrenmatt, della Morale e dell'assurdità del Caso.
Lei lo aveva ascoltato intrigata, lui le aveva raccontato cose con fare innamorato ed appassionato. Si stimavano e quindi tutto veniva trasmesso con la facilità con la quale scorre la 3a birra in una serata triste e violacea. Non avevano soldi, non tanti almeno, eppure pareva che riuscissero ad aggrapparsi al domani con una forza sconosciuta. Erano fiduciosi in modo malinconico e perseverante. Lui era terribilmente attratto dalla spontanea freschezza di lei. Lei dalla risolutezza post-adolescenziale di lui. Non sarebbero tornati in Iran, troppi rischi. Il tepore sporco di Roma per il momento era la migliore soluzione possibile. Nonché l'unica: la scelta è un lusso che non tutti hanno.

Mancavano ancora 3 stazioni. Davanti a loro s'era seduto il ragazzo. Li osservava. Inizialmente il ragazzo che sembrava iraniano pensava che il ragazzo stesse guardando la sua ragazza con fare ammiccante. Invece non era così. Il ragazzo davanti a loro pareva immerso in un'euforia controllata. Sorrideva. Ma in modo sobrio, ragionato, come se ancora mancasse qualcosa. Forse aveva avuto un buon colloquio di lavoro. Forse aveva vinto 100 euro. Forse aveva appena finito di leggere un libro grandioso, tipo Resurrezione di Tolstoj. Forse era uscito con una tipa e tutto era andato come voleva, tranne qualcosa. O forse era solo scemo.
La ragazza che pareva parigina aveva riaperto gli occhi. Aveva dato un bacio sulla guancia del ragazzo che sembrava iraniano. Lui le aveva rivolto uno sguardo che lasciava presagire anni di complicità. E viaggi. L'indomani sarebbero andati al mare, avrebbero portato un telo, e si sarebbero distesi e messi a leggere: lui quel romanzo di Borges che voleva finire entro fine settimana e lei quello di Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, che tanto la stava colpendo. C'era quel racconto sulla prima cosa che non ami in una persona. La divertiva, in un certo senso.
Eccoli, erano arrivati a Monti Tiburtini, dovevano scendere. Il ragazzo di fronte a loro fece un ultimo sorriso. Poi la metro ripartì.
Chissà cosa lo aspettava, il giorno dopo.

giovedì 17 novembre 2011

La tortura


Il treno era sporco, ma non più del solito. Dopo mezz'ora era salito il post-troione. Vestita come una 25enne senza gusto, col grasso che strabordava leggermente. Abito leggermente maculato, in perfetto stile Morta di Fame di Periferia. Truccatissima, come fosse una foca in visita ad un safari. Riuscivo ad ignorarla - l'mp3 serve ad isolarsi dalla melma sociale - ma cominciavo a patire sotto i colpi dello squallore.
Dopo qualche minuto la buzzicona aveva cominciato a sproloquiare al cellulare: non concepiva la nozione di silenzio, di rispetto per l'altrui viaggio, di sobrietà. Si era lanciata in grandi discussioni che avrebbero toccato temi pressanti quali i tampax in offerta, un'amica zoccola che s'era fatta un qualche miserabile - poi me racconti meglio che questi so discorsi da fare di persona non su li mezzi pubblici - , il mutuo che era caro - i politici c'hanno rovinato - , la cena che era da pianificare. Ma contro una sola, ce la potevo ancora fare. Bastava non guardarla mai negli occhi. Come ai tempi del liceo, quando c'era l'interrogazione su Aflieri e Parini e te non ne sapevi un cazzo. Bastava considerarla un essere estraneo. Bastava pensare a quel che avevo fatto 2 anni prima, ed a quello che avrei fato 30 minuti dopo. Sì, considerare il passato ed il futuro, mai il presente. Il presente era il Grande Regno delle Carogne.

Ma alla fermata successiva erano saliti i Cani. Erano 3 idioti, tra i 26 ed i 29 anni, vestiti di nero (uno con orribile cravattino), con dei giubbotti grotteschi che parevano sacchi dell'immondizia - a quanto pare roba cara - , e s'erano seduti di fianco alla buzzicona. Non so quanto avrei potuto reggere.
Per ora gli Snow Patrol ancora mi proteggevano, ma quanto sarebbe durata la resistenza? Stalingrado non cadde, vero, ma Troia sì. E quante altre. Quindi la canzone finì, e venne il tempo della Grande Resa dei Conti.

C'è ai tempi mia i regazzini erano diversi
Nche senso
Che voglio dì, ae 4 c'era a fila p'anna gioca' a pallone, mica come mo che s'arencoglioniscono davanti alla play, ar pc, ma come vengono su? S'annava ngiro prima, a pia per culo i froci, a fa na partitella e fa i cretini co e regazze
C'hai popo raggione, so mongoloidi quelli de 'mo
Ma poi er rispetto, e cose, i valori, nc'è più ncazzo ao
E come no, nc'è più ncazzo
Ma poi escono a sera, cioè pia mi sorella no
Cheffa?
L'artra sera esce, ao mi sorella c'ha 23 anni eh, na regazzina, mbè esce e torna alle 3. Alle 3 te rendi conto? Cioè che poi stava co l'amiche, capito? E mi padre a aspettalla sveglio.
Senza n'omo voi di'?
Senza! Cioè pe me se esci co l'omo tuo e a me me pare uno regolare, al limite poi pure 'sci de notte, ma non esiste che vai da sola. A carci nbocca te pio. Mi madre, quann'era giovane alle 8, a casa doveva sta, capito? N'esisteva che uscivi a sera. L'omini pure pure, ma e donne no. Che è sta robba che escono da sole? Ma se era mi fia da mo che l'avevo presa a carci nbocca, che voi te, usci a sera da sola? me rpesenti er tuo regazzo e forse te ce manno, a bbella.
Ao, ma non c'è più rispetto, nc'è più decenza.  L'altro giorno hanno arrestato er prete da a parrocchia mia, toccava i regazzini sto stronzo, scto nfmamone.
Che merda, me fanno schifo scti pedofili
Ao, io ar marescialletto der paese gl'ho detto "o l'ammazzate voi, o la giustizia del carcere, non me o fate più rivede' davanti che l'ammazzo a scto bastardo, sto porcone"
Hai fatto bene, quella è gente che nmerita da vive
Oggi nte più fida de nessuno, ao gli avevo aperto e porte de casa mia a scto nfamone, quello se veniva a pia' er caffè, hai capito? Scta merda. Hai capito che toccava i regazzini?
Ma poi è pe' questo che le regazze non ponno gira' senz'omo, non ponno
Sai che è, è che se persi popo i valori. Dell'Onesta. Del Rispetto, Oggigiorno ognuno fa come cazzo se pare. Ma le senti le cose? Quello che ammazza a nipote, quello che se fa la figlia, tutti 'sti froci che girano, ao ma prima mica era così. Prima a gente era sana, seria, umile.
Oggi so tutte merde, pieno de sti stranieri, le checche, li pedofili
E' cambiato tutto, tutto
Sola na cosa è rimasta come prima, la Fica - pausa drammatica, tono di voce che si alza -
Quella è sempre la stessa
Che dio la benedica, la fica.



La buzzicona sembrava interessatissima ai discorsi dei tre saggi. Il concetto di fica, con la c, quindi più volgare, sembrava appassionarla. Si era resa conto, in un momento di epifania, di avercela anche lei la FICA, e non quella fine, da film d'essai francese con la G, no no: lei ce l'aveva con la C.
Li guardava, con fare insistente - la buzzicona non conosceva le regole dell'educazione che ti impongono di non fissare in modo insistente qualcuno -  e sognava di potere intervenire con Fare Maturo e poter parlare dell'Alto della Sua Esperienza. Ma non ancora non era venuto il suo turno. Io contavo le stazioni che mancavano all'arrivo. In 15 minuti sarei stato libero. Ma i tre filosofi non avevano finito.

Mo io ce stò da n'anno co a regazza mia, io a amo eh, na cifra, ma lei deve imparà er rispetto.
Che voi di?
Lei ch'ha 20 anni, io 29, è na pischelletta, e io gl'ho già detto che non poteva perde tempo appresso ae cazzate sua, io so n'omo maturo, non posso sta appresso ae regazzine, capito?
Regolare
Cioè, pe ditte, lei viene a casa mia, se ferma pure a dormi' - che pe mi madre è un sacrificio falla dormi' a casa, so artre generazioni, nun è na cosa tanto ovvia - se ferma a dormì e a mattina mica s'alza pe prima pe anda a salutalla a mi madre, no. Tu glie devi rispetto a mi madre, capito? Tu a matina devi andalla a salutare. Nun me frega ncazzo che te sta sul cazzo, fai finta. Poi nprivato me poi pure di "ao tu madre me sta sur cazzo", ma davanti glie devi rispetto a quea donna, hai capito?
Se non c'è rispetto pe a madre e cose nponno anda' avanti
Poi pe ditte', sta a pranzo a casa mia, ce sta a birrà de mi padre in tavola, e lei se la serve. Capito? Se versa la bira de mi padre. Che mi padre me dice che a bira è a sua, se l'è comprata coi sacrifici e pe noi regazzini al limite ce sta a coca cola. Non è che noi potemo beve l'alco davanti ai genitori, ma che rispetto è? E invece lei che fa? Se versa la birra, na volta, du volte, ma che modo è? Che te metti a beve a birra a casa mia?
Le regazzine de mo ncapiscono ncazzo. Cioè co rispetto parlando eh, non voglio insultalla alla regazza tua
Sì sì t'ho capito, tranquillo. No e regazzine de mo so senza rispetto.

Avevano chiesto l'ora alla buzzicona e lei aveva colto al balzo per intervenire.

So e 4 e mezza ragazzi
Grazie signo'
Regazzi però dovete esse più rispettosi dee vostre regazze
Signò ma io a amo alla pischella mia, è solo che se deve mparà er rispetto
Eh, ma che ami, ama' è na parola che non o sai er significato, dopo 10 anni, dopo 20 anni poi di d'ama quarcuno, mica prima. Te serve l'esperienza della vita e dell'amore per dillo.
Ma che non o so? però me sento d'amalla a questa qua.
Ma da quando ce stai?
E' quasi n'anno signò, tanto
Ma allora devi accettare che cresca
Ma io o accetto, solo che nposso perde tempo co e stronzate de na ragazzina da 20 anni
Se a ami o devi da fa. Sei fortunato che hai beccato na brava regazza, che queste de mo sto tutte zoccolette, aprono e cosce pe' tutti - scusate a vorgarità -, non c'è più rispetto, pe i valori, pe e cose de na' volta.
E che non o so? Tutte tsozze, noi ce giocamo eh, non dico no, perché comunque ce piace da scopa' però so tsozze, non so mica come ai tempi de mi madre
Eh a quei tempi, qurcuna zozza c'era, ndico de no, ma a maggior parte erano brave ragazze, co valori, me capisci?
Eccerto, lì ce se poteva fida' dea proprio donna.
Ma io de a mi regazza me fido eh, solo che n'è che me poi di che esci, va a balla' senza de me, nesiste, semo na coppia ste cose e dovemo  fa nseme, poi, se vuoi a tua libertà, d'annà a ballà quanno cazzo te pare e co chi voi, devi da esse singol, dico male?
Dici bene, io n'è che te voglio di' che se devono sposa tutti eh, ma solo che ce deve da sta er rispetto
Eh sign..

Ma io m'ero alzato. Manca ancora una fermata ma m'ero avvicinato alle porte. Due cinesi stavano parlando. Di cose, probabilmente, interessantissime, tipo le troie cinesi. Ma non potevo capirli. Che sfortuna.

Arrivai all'appuntamento con 3 minuti di anticipo. Ma ne aspettai altri 25.


venerdì 11 novembre 2011

Snow Patrol - Just Say Yes



Insomma tornavo a casa. Camminavo, ed era notte. La città era vuota, non insolitamente: tutti a consumare orgasmi tiepidi nei loro appartamenti ultraperiferici acquistati con mutuo 35ennale con rata fissa a 780 euro al mese, credendo di vivere un amore normale (quindi, grande), finché l'atto di venire non rischiarava per qualche minuto le loro stanche menti: chi è quest'essere che giace nudo davanti a me e perché deve rovinarmi la vista?

Tornavo a casa, scendevo per gli orridi corridoi della metro B (dava un senso di sorpassato sin da quando l'avevano rinnovata sul finire degli anni '80, ma era troppo brutta per essere considerata vintage), e prendevo il primo convoglio. Il mio vagone era totalmente vuoto, il ché conferiva una certa eroicità malinconica al mio viaggio. Leggevo il primo capitolo di un libro di DFW, scoprendomi oramai drogato d'uno stile a volte noioso, ma intinto di originalità. Leggevo la dedica del libro sorridendo in modo maturo e rattristato. Le stazioni scorrevano in modo imperfetto. Quando ero piccolo chiamavo Pollicino la stazione metro Policlinico. E pensavo che lo stato italiano dopotutto fosse stato davvero gentile ad intitolare una fermata al protagonista di un racconto per bambini. Mi sbagliavo sia sul nome che sullo stato italiano, ma me ne sarei accorto solo dopo alcuni anni, molte delusioni, ed alcuni freddi baci.

Tornavo a casa, salivo le scale, accendevo il computer, bevevo una birra piccola, rimanevo in boxer, mi lavavo i denti, guardavo il computer, toglievo polvere inesistente dalla copertina rigida del libro di DFW, e venivo a conoscenza dell'esistenza di Just say yes, degli Snow Patrol. In un certo senso trovavo la scoperta un po' beffarda perché sarebbe stata la canzone perfetta da ascoltare in metro, 30 minuti prima, al posto di A mano a mano e Money for nothing. Perché le parole, in un certo senso, nemmeno poi tanto oscuro (chi l'ha detto che i momenti di epifania siano per forza frutto di astruse ed incredibili situazioni?), rivelavano un po' uno stato d'animo (comune, quindi grandioso) che era durato dal momento in cui ero entrato nel convoglio (quelli vecchi, rovinati dai writer, gli animali incivili, insomma) a quello in cui erano partite le note. La musica poi era terminata, avevo spento il Pc, e m'ero limitato a riaprire il libro di DFW.
Scorreva bene.

giovedì 10 novembre 2011

L'implacabile caduta dei granelli



Sono stressato ultimamente. No, non stressato, ma sento la pressione.
E perché?
Perché non ho tempo, non ho più tempo. Il tempo sta scadendo.

No, non ero Carlito Brigante, non uscivo di galera e non avevo la mala di New York alle costole, il procuratore generale infilato nelle mutande, ed un avvocato tossicomane fuori di testa. No.
Ma il tempo stava scadendo uguale. E non potevo fare nulla di fretta. Il tempo scorreva, ogni giornata portava con sé il dramma e la grandezza della vicina ineluttabilità delle scadenze, ed ogni piccolo granello di sabbia che mi cadeva sul capo, assumeva le forma di una vecchia e mai dimenticata tortura cinese.

Il tempo scadeva e non c'erano decisioni da prendere. Non c'erano aut aut. Non c'erano ultimatum imposti da un vecchio capitano nazista*, e non c'erano debiti da pagare entro il fine settimana. Non c'era nulla di pressante, se non l'orribile percezione (non era una percezione, bensì un fatto) che il tempo stesse terminando. Il lavoro fuori, il maledetto paese che ti mandava a 2000 km da casa tua per campare in modo semi-decente.

Allora, la mattina, ci si ritrovava (il tempo che scorreva implicava anche il passaggio dal parlare in prima persona ad una più impersonale prima plurale) a leggere DFW (cos'avrà voluto dire in quel racconto?), ad ascoltare la colonna sonora di Drive (pur non sentendosi affatto un Real Hero, o forse sì?) ed a sorridere nel vedere sul monitor: I won't be ok and I won't pretend I am, So just tell me today and take my hand, Please take my hand.

Ma il tempo continuava  a passare.




* Faceva parte della Wehrmacht e non aveva aderito in modo davvero convinto al nazismo. Durante gli anni dell'ascesa e del consolidamento del potere di Hitler si era limitato a pensare che le cose andassero un po' meglio rispetto a prima, e che finalmente lui e la moglie avevano i soldi per poter ridipingere il vecchio appartamento in Goethestraße ereditato dai genitori di lei. Non aveva mai maturato un acceso antisemitismo, seppure trovasse gli ebrei abbastanza ripugnanti. Ma non più di tanti altri.

domenica 6 novembre 2011

Un Video - Mary & Max



giovedì 3 novembre 2011

Catching Hell



In che modo si attivano le dinamiche legate al capro espiatorio? Qual è il ruolo dei media nel creare il mostro? Alex Gibney cerca di fornire il suo punto di vista partendo dai casi di Bill Buckner e Steve Bartman, entrambi legati al mondo del baseball. Il primo è un ex giocatore dei Boston Red Sox che nel 1986 commise un clamoroso errore (non decisivo) in un frangente topico della gara 6 (si gioca al meglio delle 7) delle finali; il secondo un tifoso dei Chicago Cubs che, nel 2003, sempre nella gara 6 (delle semifinali) si sporse per prendere un palla che stava finendo fuori campo, ostacolando un giocatore della sua squadra, e finendo per far perdere il punto (non decisivo) al team. Su entrambi, benché fossero responsabili in modo diverso, di errori non decisivi, e rimediabili, si abbatté la furia popolare ed il pubblico ludibrio. Tuttavia, mentre Buckner è un professionista, che ha messo nel conto l'essere sotto i riflettori dei media (sebbene, ne esca fuori un uomo distrutto moralmente), Bartman è solo una ragazzino (a kid, a fan) che si trova invischiato in qualcosa più grande di lui. Vive da anni nascosto, rifiutando ogni apparizione.

Gibney mostra come la mentalità animale del branco si impadronisca della folla, e che per l'uomo medio sia più facile incolpare il singolo di tutti i problemi piuttosto che analizzare la situazione complessivamente. Si parla sì, di sport, ma anche della vita in generale. Della piccolezza umana, che pur di rifuggire nei confronti della proprie responsabilità, pur di rifiutare la sconfitta, preferisce additare un singolo e caricare sulle sue spalle ogni onta e riprovazione. I due, Buckner e Bartman, sono responsabili di un errore, ma come viene mostrato chiaramente, non risultano decisivi per le sconfitte delle loro squadre. Vengono però presi come responsabili perché entrambi appaiono come i più deboli, i più facili da incolpare, i più vulnerabili. Ed i media, che pur sono consci delle proprie responsabilità, capiscono troppo tardi d'aver incentivato il mostro.

E' bravo il regista a suggerire che non siano i giocatori a dover essere perdonati dalle rispettive città per i loro errori, ma siano piuttosto loro a dover perdonare Boston e Chicago, per il modo in cui sono stati trattati, umiliati ed offesi. Se nel caso di Buckner ciò (il perdono e la riconciliazione) può avvenire grazie alla catarsi della vittoria del campionato di Boston (20 anni dopo), per Bartman è ancora impossibile: i Chicago non vincono (del resto, non lo fanno dal 1908), e lui continua a vivere nell'ombra.
Così assistiamo alle immagini del povero Bartman, con i suoi buffi auricolari, il suo cappellino da tifoso e la divisa della squadra di ragazzini di cui è allenatore, insultato da 50.000 tifosi che gli danno del coglione, mentre sprofonda sempre di più, incapace di opporre resistenza di fronte a tanta ostilità ed ad un odio così feroce quanto irrazionale.

E' un uomo solo di fronte alla stupidità umana. Ed è destinato a soccombere.

Voto 7.5/10

PS

E' un caso che entrambi gli episodi avvengano quando al potere vi fossero prima Reagan e poi Bush Jr, ovvero due campioni dell'ideologia repubblicana, dell'odio nei confronti dell'altro, della competitività ad ogni costo?

domenica 30 ottobre 2011

Il post su Atene


Esprimevo una crescente mediocrità. Benché mi sforzassi di invertire la tendenza - chi non l'avrebbe fatto - non riuscivo a produrre nulla di sensato. No, avevo sepolto due o tre vite addietro le velleità artistiche tipiche degli adolescenti infelici, e non speravo nemmeno più di diventare quel famoso scrittore underground che andava a presentare libri nelle università di provincia e puntualmente si scopava una studentessa a caso - la più brillante, o, in alternativa, la più carina - tra un reading e l'altro. A dire il vero, più che praticare le discipline erotiche, per qualche tempo avevo sognato di poter insultare un po' la mia ex, da un palco. Non perché meritasse di esserlo - in realtà sì, lo meritava - ma solo per dare sfogo alla mia piccolezza.

Ingrassavo. Sì, l'eterno magro ora ingrassava. Oh, ma niente di eclatante, niente di appariscente. Niente di socialmente compromettente. Ma ingrassavo. A breve avrei probabilmente perso il dono della corsa facile. Ed un grande fuggitivo, come me, senza corsa, è niente. E' meno di niente. E' una preda senza le sue armi tattiche. E senza risorse strategiche. E' un agnello sacrificale, ma laico.

Oggi mentre bevevo un caffè da 5 euro in uno Starbucks, un signore greco, avrà avuto 50 anni, ma ne dimostrava 70, aveva provato a vendermi biglietti della lotteria locale. Avevo rifiutato cortesemente, con un gesto. Cosa me ne facevo dei biglietti della lotteria greca? Lui non aveva accennato alcuna insistenza, e s'era allontanato, senza nemmeno degnarmi di uno sguardo colpevolizzante. Perché era intimamente una persona migliore di me. Perché vendere biglietti della lotteria, una domenica pomeriggio, con la sua faccia che sembrava tirata fuori da un'altra epoca, nobile, povera ed arcaica, ne faceva per qualche oscuro motivo, una persona migliore di me.

Sopratutto, riflettevo, mentre mi crogiolavo della mia nascente mediocrità, sul fatto che occorresse un grande coraggio per essere vigliacchi. No, non era una mia trovata, avevo letto e dedotto il concetto da alcuni testi di Tim O'Brien, e li avevo presi in prestito. Era tutto vero. Serviva un coraggio immane, e per certi versi grandioso, per essere vigliacchi. per essere davvero riprovevoli. Non ché mi sentissi tale, no. Ero pur sempre un uomo medio che errava in una terra di nani. Ma la frase, il concetto, era così grandioso, che m'era balenato in mente, così, nella notte di Atene. Tutti dormivano, l'albergo faceva schifo - la città anche - ed il giorno dopo avevo previsto di mangiare agnello. Ed esprimevo mediocrità.

venerdì 21 ottobre 2011

Il pesante rischio della serietà



Lei sorrideva preoccupata.
No, non era preoccupata, ma timidamente a disagio. Aveva lasciato trasparire una cosa, un'allusione, che non aveva alcun rapporto con me, ma che l'aveva messa in disagio morale nei miei confronti. Almeno secondo lei.
Lei non mi conosceva bene, io non la conoscevo bene. L'allusione sarebbe passata in cavalleria. Nulla da espiare. Non riguardando qualcosa in comune ad entrambi, il tempo avrebbe fatto il suo corso: troppe sono le cose da ricordare, troppe le nuove informazioni, tanto che quelle non sottolineate a dovere finiscono nel posacenere sociale, spazzate via dai venticelli più innocui. Ma a lei non andava bene.
E aveva rischiato.

Sì, aveva rischiato. Puntualizzare. rettificare. Mettere le cose in chiaro. Imprimere alla serata un sussulto di serietà che poteva essere letale. Bisogna essere chiari: quando si vuole puntualizzare qualcosa, in modo forte e diretto, ad una persona poca conosciuta, si rischia di fare la figura dell'idiota. Del(la) fissata. Della disturbata. Della Socialmente Poco Accettabile, SPA. Eppure lei aveva tentato. Non s'era curata del volatile giudizio di un (semi) sconosciuto: o meglio se ne era talmente curata da voler rischiare di passare per disadattata.

Volevo dirti che non avrei assolutamente agito così, prima dalle mie parole avresti potuto dedurre qualcosa di errato. Ci tengo a precisarlo.
Va bene, le avevo risposto. Per il primo minuto avevo effettivamente pensato che la precisazione la mettesse in una posizione grottesca, ridicola. In una posizione Non Socialmente Ottimamale, NSO. Poi però.

Poi però, i minuti erano trascorsi, i passi erano stati fatti, e la temperatura s'era abbassata. I neuroni avevano fatto il loro corso. Il sangue era passato da un'arteria all'altra. Il vento scalfiva ancora le mie braccia. E avevo mutato i pensieri, cominciando a trovare qualcosa di grandioso nelle sue parole.
Sì, grandioso.
Perché se una persona rischiava di apparire scema e fuori dal mondo, persa nell'errore di credersi l'eroina di un romanzo inglese ottocentesco per la sola ragione del volere comunicare serietà, allora c'era qualcosa di entusiasmante in lei. Gli occhi diventavano improvvisamente più luccicanti. I capelli prendevano nuova forma. Le parole cominciavano a risuonare come versi medievali letti da un poeta americano leggermente ubriaco, con una musicalità che conferiva loro vita e vigore. Ed il viso acquisiva grazia. Ed ogni frase era, se possibile, più interessante di quella che l'aveva preceduta. Uno sguardo casuale assumeva vita propria e metaforica. E nell'addio alla fermata dell'autobus c'erano i sintomi dell'arrivederci.

E mentre tornavo, imprecando per il dissesto urbano, sorridevo.

lunedì 17 ottobre 2011

L'altrui dolore



Ero atterrato 1 ora prima. Ora camminavo per Merkela Iela, tentando di orientarmi. L'hotel era ad un paio di KM e avevamo deciso di andare a piedi. Guardavo soddisfatto le facciate degli edifici in stile liberty, come se il solo fatto di osservarli facesse di me una persona migliore. Non ero particolarmente preoccupato - le notte lettone era sì, straniera, ma non particolarmente ostile - e cercavo punti di riferimento. Poi avevo trovato il verso: la vita sarebbe proseguita dritta per un po' e poi avremmo svoltato a destra. E camminavo, con la mia valigetta al seguito, fedele e ridicola come un cane sovietico durante l'occupazione nazista.
Sulla sinistra c'era una fermata dell'autobus. Signori che tornavano a casa, ragazzi che scherzavano, un paio di donne parlavano al cellulare. E una coppia discuteva. Lei leggermente più bassa di lui con lo sguardo sicuro e nostalgico. Stavano una di fronte all'altro, lui le stava posando una mano sulla spalla. E i visi si contraevano sempre di più. E dopo qualche secondo lei era scoppiata a piangere. Le lacrime risaltavano i suoi capelli biondi. Lui allora l'aveva abbracciata tentando di riparare qualcosa di inconsolabile. Non c'era più nulla da salvare, il danno ero fatto. Qualcosa di invisibile agli occhi di 7 miliardi di persone meno due, s'era spezzato. Io ero passato oltre. Era troppo insopportabile dover realizzare che c'era dolore anche al di fuori di Roma e dell'Italia. Che c'erano quindi sofferenze ad anima in pena ovunque. Che infiniti piccoli (e quindi enormi) drammi quotidiani si consumavano in ogni parte del mondo, mentre te eri preso solo a bere una birra o a fare il cretino con una ragazza incontrata 4 anni prima ad una festa alla quale non volevi andare. C'era una ragazza lettone che piangeva, mentre io scorrevo come un ratto in vie che non erano le mie. C'erano lacrime che cadevano anche nei paesi baltici. C'era vita, anche al di fuori della mia tiepida stanza.

sabato 15 ottobre 2011

A Dangerous Method


Il giovane Carl Jung, allievo/discepolo di Sigmund Freud, si ritrova ad essere il medico curante di Sabina Spielrein, 18enne di fascino affetta da una grave forma di isteria . Jung decide di basare la terapia sulle idee del suo mestro, ma ben presto si ritroverà coinvolto emotivamente con la paziente e metterà in dubbio i le teorie del Freud.

Cronenberg firma un film atipico, lontano dai suoi due ultimi gioielli (A History of Violence e La Promessa dell'Assassino), in cui la violenza non esplode, e tutto scorre in modo quasi placido. Per non dire noioso. Certo è interessante veder portato sullo schermo il conflitto allievo/discepolo, /figlio/padre tra Jung e Freud, nonché il modo attraverso cui il sesso e le sue pulsioni sono alla base di qualsiasi nevrosi umana. O anche assistere a come il medico per guarire, debba ammalarsi egli stesso. Ma la pellicola, alla fine, ha un ché di inutile. Non sorprende leggere che sia tratta da una pièce teatrale.

Voto 5/10

Ps

In compenso, mentre vedevo il film, ho appreso che il vibratore è una invenzione freudiana.

mercoledì 12 ottobre 2011

La ragazza che non si voleva far fotografare



La ragazza non amava le si dicesse: "ti faccio una foto", no. Lei voleva scattare foto di monumenti, cibi, piazze, amici, bottiglie e popoli in migrazione. Ma non apprezzava qualcuno le facesse fotografie. Non era un problema di essere bella, brutta, troppo magra o con i fianchi larghi. Le foto non andavano fatte. Le foto erano la morte che si metteva al lavoro, e imprimevano per sempre su un qualcosa di indefinito e digitale, un attimo che era già passato. Quando le puntavi contro la macchina, lei si girava. Non urlava o inveiva, semplicemente volgeva il viso verso la libertà. La libertà di non essere intrappolata in un file. E lo scatto, sempre troppo tardivo, restava impigliato nelle tue dita. La ragazza non amava farsi fare foto: poteva condividere ogni cosa, ma le foto no. Troppa violenza silenziosa in quei visi, troppi ricordi racchiusi in pochi pixel, lei credeva di meritare meglio. Troppa amarezza, troppa consapevolezza nella foto. Troppo materiale innocuo che il tempo avrebbe trasformato in dolore. No, lei non amava farsi fare foto.

Blue Valentine





Giovane coppia americana di provincia (Pennsylvania), alle prese con le sofferenze dell'amore e la variabile più incomprensibile: la vita.

C'è qualcosa di perfetto nell'imperfetto film di Cianfrance: nel non cercare effetti speciali, scene fuori luogo, dialoghi da melodramma shakespeariano, momenti epici accompagnati di violini piangenti. No, si mette in scena la vita, la coppia l'amore, senza abbellirla o svilirla. Ci si accontenta di osservare, esternamente, la nascita ed il disfacimento di una coppia (grazie al sagace montaggio le due cose avvengono in contemporanea). Il tutto viene trattato con un tocco semplice, minimalista, che si accorda perfettamente con la lentezza del film. Belli i colori delle scene del passato, in contrasto con quelli più artificiali del presente, e davvero brillante l'idea della Camera del Futuro, come teatro dell'ultima notte assieme.

Ma oltre al tocco della perfezione silenziosa il film lascia con qualche dubbio: se nella rappresentazione classica dei love movie, le colpe tra le componenti di una coppia vengono sempre divise o quantomeno sono in compartecipazione, in questo caso sembra di essere in presenza di un rapporto tra una strega acida ed egoista (una brava Michelle Williams) ed un ragazzo semplicemente innamorato (un intenso Ryan Gosling) che accetta tutto, ma davvero tutto, pur di stare con lei.
Certo, la Williams rappresenta, per sua stessa ammissione una donna che non ama più il proprio uomo, che non sopporta e tollera più alcun gesto, e quindi non è più in grado di gestire serenamente il rapporto. E' una donna da amare o odiare, che non ammette mezze misure, come si lascia intendere nella scena della barzelletta sulla pedofilia. Ma fa quasi male vedere Gosling trattato così, senza nemmeno quel briciolo di pietà che si dovrebbe sempre ad un proprio partner. Ma è, evidentemente, l'amour en fuite, e non c'è più niente da fare.

Finale perfetto.


Voto 7/10

Ps

Davvero bella la sconosciuta You and Me dei Penny & The Quarters. Tutte le coppie hanno le stesse canzoni d'amore, noi no, ne abbiamo una che è solo nostra.


domenica 9 ottobre 2011

Drive





Meccanico, stuntman a piccole dosi, autista per malavitosi quando serve (come nei primi cinque, formidabili, minuti della piccola), il Ragazzo aka The Kid è un personaggio che non esiste. Non parla, accenna sorrisi, non ha paura, non cambia quasi mai espressione, comunica non verbalmente. Conosce Irina, la fragile vicina di casa che la vita ha invecchiato precocemente, e si trova coinvolto in una rapina assieme all'ex marito. Le cose non andranno come previsto.

C'è qualcosa di monumentale e di classico nella mono-espressività di Ryan Gosling - il ragazzo senza nome protagonista del film di Nicolas Winding Refn - nella sua mimica facciale in bilico tra apparente stupidità e freddezza cinica. Indossa sempre la stessa felpa, con uno scorpione sulla schiena. Che voglia dire che l'apparenza innocua può ingannare ed è sempre pronto ad essere letale? Il ragazzo non viene da nulla: "è arrivato qui 6 mesi fa, non so da dove," dice il suo capo all'officina. Forse da un mondo di miseria, violenza e oblio, se prendiamo in parola le frase che rivolge ad Irina: "tu e Benicio [suo figlio ndr], siete la cosa più bella che mi sia mai capitata". Non va verso nulla, come suggerisce il finale. E non sembra avere alcuna aspirazione fino all'incontro con Irina e Benicio: è grazie a lei che diventerà forse un real hero, sicuramente uno human being, un essere umano.


Frutto della lezione di Melville, Cronenberg e fratelli Coen, Drive è un noir che alla volta omaggio al film europeo di genere degli anni '70 e figlio delle influenze americane degli anni '80. Gli inseguimenti sono una miscela di spettacolo e scrittura, senza mai essere (troppo) fini a sé stessi. La violenza esplode improvvisamente per poi scomparire e rimanere in sottofondo. La sceneggiatura è di quelle che rasentano la perfezione: il film procede lentamente, senza urli, senza subire mai battute d'arresto, come fosse un treno regionale tedesco degli anni '30. L'unione di thriller, azione e dramma è pressoché senza sbavature, e l'innesto sentimentale non conduce il film verso lo squallido melodramma, ma anzi, conferisce maggiore dignità alle scelte dei personaggi. E Gosling pare, per la recitazione, un incrocio tra Eastwood e McQueen. Premio per la Miglior ragia a Cannes, meritato.

Coraggiosa la scelta del finale che risulta a metà tra il dramma e l'happy end.

Voto: 7,5/10


P.S.

Perfetta la canzone A Real Hero dei College.



domenica 2 ottobre 2011

Memorie Baltiche



"Nsomma te che vai a fa' nlettonia?"
"Mah, niente, npo' de giri, già ce so stato npaio de volte.."
"Donne?"
"Sì sì, me vado a diverti'"
"Ma come le becchi, direttamente là?"
"Sì anche, ma l'ideale è preparassele direttamente da Roma"
"Nche senso?"
"Che cominci a sentirle mentre stai ancora a Roma, prendi i contatti, de modo che 'na volta arrivato lì tutto più facile.."
"Vabbè ma i contatti come li pii?"
"Co' Badoo, te metti là npochetto e via, è fatta"
"E come glie fai, glie clicchi e glie parli?"
"Sì, ma te intanto te le lavori pe' un paio de' mesi, che se glie dici 'vengo domani a Riga', quelle sgamano subito. Nvece te le lavori pe' npo' e poi glie fai 'Sai che tra 'na settimana vengo a Riga?"
"Forte, e funziona veramente?"
"Da paura fratè, nel week end c'hai la scelta de chi trombatte, l'altra volta che so' stato su, so state 3 giorni co una e 4 co n'artra"
"Mo me ce metto pur'io, nsomma co' Badoo eh?"
"Regolare"


Ero seduto davanti ai due. Purtroppo ero vagamente costretto a sentirli, perché davanti  a me c'era invece un gruppo di napoletani, sempre in cerca di turismo sessuale, ma le cui conversazioni non erano tanto auliche quanto quelle dei romani che avevo dietro. Il tutto sembrava paradossale. Uno non ci vuol credere che ancora esista il turismo sessuale, e/o gente tanto sfigata da buttare un tot di cento euro per farsi un trombata baltica. E invece ce n'erano e nemmeno pochi. I napoletani, in particolar modo, avrebbero dovuto parlare con la fauna locale a gesti, dato che l'italiano difettava e l'inglese era assente. Ma probabilmente sarebbero riusciti a farsi capire. Ci si fa sempre capire quando si vuole. Il tipo che mi stava di fianco, gruppo Napoli, era vestito come un cafone in vacanza a Rimini: jeans scoloriti strappati, maglietta con a V con scritte dorate in inglese prive di senso logico, capelli ingelatinati come un coglione americano di provincia. Una tipa due file indietro leggeva un libro di Bukowski. Probabilmente era la persona più seria sull'aereo. E quella sessualmente meno riprovevole. Si teneva infatti alla larga sia da me, che dai romani che dai napoletani. Come darle torto.
A conferma del fatto ci trovassimo su un aereo stipato di mentecatti, arrivò puntuale l'applauso al momento dell'atterraggio. Quelle mani scalpitanti che ti ricordavano da quale posto miserabile provenissi. La loro maledetta mania di applaudire gli atterraggi, come fossero dei trogloditi in visita nel mondo civile Per certi versi lo erano, in effetti. Poi io ero sceso, ero entrato per sbaglio nel bagno delle donne - strano, non c'era l'urinatoio - e m'ero diretto alla fermata dell'autobus. Ero arrivato in Lettonia.

giovedì 29 settembre 2011

Hey That's No Way To Say Goodbye - Leonard Cohen




Yes, many loved before us
I know that we are not new,
In city and in forest
They smiled like me and you,
But now it’s come to distances
And both of us must try,
Your eyes are soft with sorrow,
Hey, that’s no way to say goodbye.

mercoledì 21 settembre 2011

Non aprire quella foto


Dovevo scrivere una cosa su Füssen, sì, quella città tedesca col Castello di Neuschwanstein.
Insomma, dato che c'ero stato, e che avevo per l'appunto appena scritto due boiate (non andate mai a visitare quel maledetto castello), mi toccava anche scegliere un paio di foto da allegare. Di mie foto.
Le foto, purtroppo, coinvolgono più delle parole. Malgrado sia passato più di un anno dal 1o di Settembre, evito ancora con cura maniacale di vedere vecchie immagini, leggere frasi, post, rispolverare regali. La roba fisica (una macchina da scrivere, due magliette, otto lettere, qualche decina di biglietti aerei/ferroviari, quadernini, un mezzo involucro di un preservativo - sì mezzo -, quattro libri e altre cose simili) sta in una scatola sotto al mio letto. Le foto invece boccheggiano in una cartella sperduta dell'hard disk. Ma oggi dovevo aprire la cartella.

Dovere fare una cosa, non implica l'essere pronti. Così, m'ero ridotto dapprima a coprirmi parte degli occhi con le mani, per non vedere per bene la foto, e poi a coprire parte dello schermo con un foglio. Intanto andavo avanti: dovevo cercare immagini neutre, senza la presenza dell'essere diabolico. E così, un osservatore esterno e neutrale, avrebbe potuto vedere un idiota, disteso sul suo letto, che aveva ricoperto parte del display con un pezzo di rivista e usava una mano per cliccare ed un'altra per coprirsi l'occhio sinistro. L'osservatore imparziale avrebbe forse anche dedotto che le cose non si erano chiuse benissimo tra il coglione sul letto e la ragazza il cui viso risultava perennemente coperto.

Ma tutto s'era risolto nel migliore dei modi: lei se n'era andata, lui aveva taciuto per un soprassalto di dignità, e ora stava sul letto, con feroce paura dei pixel del passato.

Una volta trovato le foto che potevano fare al mio caso, avevo chiuso con sollievo incredibile la cartella. La guerra era finita. No, niente americani a distribuire sigarette, nessun Piano Marshall. S'era solo passati dalla dittatura dei sentimenti a quella dei ricordi sfuggiti.

A ciascuno le proprie miserie.

venerdì 16 settembre 2011

Non l'ha data - Santa Maria Arcuri


Lo sbigottimento popolare, il gaudio sui social, e l'assunzione di Manuela Arcuri a Nuovo Leader Morale del paese, per il fatto di non aver concesso (sembrerebbe) i propri servigi sessuali al Presidente del Consiglio in cambio della conduzione di Sanremo, è davvero la misura di quanto il paese sia caduto in basso. Di come fenomeni del passato quali l'etica, la moralità e la serietà siano oramai, appunto, vestigia preistoriche. Siamo talmente assuefatti alla corruzione, al voto di scambio, a liste elettorali compilate in camera da letto, tra un orgasmo a pagamento e l'altro, che la notizia di una starlette che non ci sta diventa un fatto rimarcabile, notevole. Sensazionale. La Arcuri diventa il leader etico di una nazione perché s'è comportata, pare, con normalità. Rifiutando di far passare il proprio successo attraverso le sue cosce. Le prospettive sono ormai ribaltate. C'è gioia orgasmica ed isterica per la legalità ed indifferenza nei confronti del malaffare, della mala politica, delle lenzuola sporche.
In un paese normale, probabilmente, fermo il fatto che la Arcuri non guadagnerebbe cento volte lo stipendio di un ricercatore, la notizia non sarebbe che una showgirl non si sia adagiata in camera da letto per ottenere i favori del potente di turno, ma il fatto che la massima carica politica del paese, pare, chieda ad un oscuro faccendiere di rimediare per la notte 3 kg di zoccole, 2 di letterine e un po' di donne immagine.
In un paese normale, non sarebbe normale tutto ciò. In un paese normale, questo post dovrebbe essere dedicato alla ragazza con la quale sono uscito 3 settimane fa e non alle mancate performance sessuali del vecchio satrapo che ci governa.

martedì 13 settembre 2011

Ciò che è giusto e ciò che non lo è - Libertà


Reduce da una traversata in nave dalla durata di minuti 60, ero appena rimasto scioccato (o shockato?), ed ero sbarcato con fiducia sempre minore nel genere umano. Sì, perché mentre io leggevo con sobrietà Libertà, di Franzen, seduto su una panchina sul ponte numero 6, nave Moby e con lo sguardo che ogni tanto tradiva le pagine per guardare verso il mare (senza darmi arie poetiche, sia chiaro), si erano avvicinato ai miei poveri occhi due coppie di 25-30enni anch'essi diretti all'isola in questione.

Ora, tutto è lecito, chiaro. Anche essere coglioni, altrimenti il mondo non soffrirebbe di problemi di sovrappopolazione. E' concesso persino andare in vacanza in 4, due coppie, una macchina e zero cervelli. Davvero, è concesso. Ma è giusto mettersi di fronte al sottoscritto, conversando di idiozie colossali in un italiano approssimativo? Rispondo io, Sì, è giusto.

Ed è giusto lasciare accanto a me il proprio marsupio per poi controllarlo con lo sguardo ogni 2 minuti, nel timore che io possa rubarne il prezioso contenuto (5 euro? Un preservativo alla fragola? Un buono per lo sbiancamento anale? La foto di mamma e papà quando si sposarono 40 anni fa, brutti e poveri?), insomma è giusto lanciarmi a turno occhiate malevole - te hai la faccia strana, con quel tuo libro - e sospettose? Sì, è giusto.

Ed è giusto riuscire ad essere, malgrado madre natura non sia stata ingenerosa, così brutti e sgraziati per il modo di porsi, conversare, agitarsi e ridere? E' giusto, ancora.

Quello che però non è giusto, ma persino intollerabile e che a 5 metri di me, sia permesso di fare foto stile Titanic (lui dietro di lei, modalità teloappoggiocontroilculo, che le tiene le braccia mentre scrutano l'orizzonte), senza nemmeno quella parvenza di ironia, finta, che di solito accompagna questi scatti. No. Foto serie, alla Titanic. Ecco, questo non è giusto. E cozza contro la mia libertà di non assistere quotidianamente allo scempio che l'umanità perpetra contro sé stessa.

Il ritorno non l'ho fatto in nave, ma a nuoto. E' risultato meno faticoso.

giovedì 8 settembre 2011

L'uomo che amava le donne


Alla prima avevo dato un bacio dentro la Ricordi. In mezzo ai dischi internazionali.
Una l'avevo conosciuta un giorno per strada, e ci eravamo baciati 10 minuti dopo.
Da una era stato abbandonato in modo abbastanza traumatico.
Con una ero stato un mezzo cane, non per colpe mie, ma comunque non ero fiero di me.
Con lei ero stato dolce come lo sono gli adolescenti ingenui e volenterosi.
Con una ero andato al cinema, a vedere un bel film.
Ad una avevo scritto una poesia in treno e gliel'avevo regalata prima di scendere.
Con quella pensavo mi sarei sposato per complicità ed abitudinarietà.
Con una volevo fare un figlio.
Una non l'ho mai conosciuta.
Giovanna l'avevo portata a bere una cosa ed avevamo parlato tutta la sera senza mai più rivederci.
Alla meravigliosa cassiera della Risp non avevo mai rivolto la parola.
Con una passavo un sacco di serate divertenti.
Con Sara avevo impiegato 2 anni per farmi dare un bacio. Non proprio.
Una m'invitava ogni fine settimana da lei, ma io ero impegnato.
Ad una non era piaciuto.
Una l'avevo portata in giro per mezza europa.
Una era rimasta innamorata il tempo d'un caffè.
Un'altra mi riteneva un coglione. Anche un'altra ancora.
Una voleva solo fare sesso, ma io volevo vedere film.
Una la volevo fermare in metro per quanto era bella, ma ne mancò il coraggio.
Una m'aveva fatto conoscere scrittori meravigliosi.
Una non capiva che io non volessi tradire un'altra. Sei proprio un coglione senza palle.
Con una m'ero dimostrato un senza palle.
Una mi piaceva ai tempi della scuola materna. Era di colore, mi pare.
Per una ero andato via di casa.
Una l'avevo abbracciata una notte e le avevo detto cose che allora pensavo, ma che ora sembrano ridicole.
Una l'avevo desiderata morta.
Una m'aveva dato tutto e poi s'era ripresa ogni cosa.
Ad una avevo sorriso e lei aveva ricambiato e poi era passato l'autobus.
Una da internet pensavo fosse una persona strafiga ma ancora non l'avevo conosciuta.
Con una mi comportavo bene, ma lei pensava fosse male.
Una la portai a sentire De Gregori.
Di una me ne innamorai senza averla nemmeno sentita parlare.
Una mi ricorda con amore.
Una verrà al mio funerale.
Una..

Lasciando l'Hauptbahnhof di Monaco


Me ne sono andato via un anno fa. Non ricordo se fosse l'8 o il 9 settembre. Mi piace pensare che sia stato l'8: rende la cosa densa di sapori metaforici. Ho già scritto troppe volte del viaggio, della speranza di trovare qualcuno che mi corresse in contro alla stazione, piangendo, implorando e sussurrandomi frasi sceme e dunque vitali. Sì, ho già detto tutto.
Sono arrivato a Termini alle 9 di sera. C'era mio padre che non vedevo da 10 mesi che m'aveva comprato un libro di Marco Travaglio. Una raccolta dei suoi articoli sugli anni (ridicoli) del Governo Prodi. Credo fosse la prima volta che mi vedeva piangere, dopo i 12 anni. C'era mia sorella che era contenta di riavermi a casa, dopo i 2 anni da giramondo. Mia madre m'aveva fatto trovare una bottiglia di vino. "Che bello riaverti a casa". Abbiamo visto l'ultima puntata di True Blood. Ci avevo trovato alcune analogie con la mie ultime vicissitudini. Ma si sa, quando s'è disperati non si pensa più in modo razionale e si cercano punti di contatto con qualsiasi idiozia. Pochi giorni dopo sarebbe iniziata L'Oktoberfest a Monaco. Avrei dovuto passarci grasse serate imbevute di aspettative. Ma di condizionali, si vive e spesso si muore.
Me ne sono andato un anno fa. I passeggeri del trenino regionale che mi portava alla Stazione Centrale di Monaco mi guardavano incuriositi. Il ragazzo con tutte le sue valigie, la tracolla, un quotidiano in inglese, una rivista italiana, il biglietto tedesco e le lacrime europee. La stazione di Monaco era fredda, organizzata e senza troppe speranze come l'avevo trovata il giorno in cui ero arrivato, quasi un anno prima. In un certo senso i venti del fallimento già soffiavano prima ancora d'iniziare. Solo che quando si rifiuta di guardare le cose per quelle che sono, s'è felici ed assolati anche su Plutone. Già.


A mano a mano si scioglie nel pianto
Quel dolce ricordo sbiadito dal tempo
Di quando vivevi con me in una stanza
Non c'erano soldi ma tanta speranza
E a mano a mano mi perdi e ti perdo
E quello che è stato ci sembra più assurdo

martedì 6 settembre 2011

All out of love



M'ero messo vedere Animal Kingdom, un bel film forte e sgradevole di David Michôd. Ad un certo punto era comparsa una vecchia canzone anni '80, All out of love degli Air Supply. E' chiaro: più la canzone contiene un testo comune, più è facile sentirla propria per gli scemi qualsiasi. E io sono il sindaco degli scemi. Il loro rappresentante sindacale.
Insomma, era comparsa All out of love, e improvvisamente, in modo epifanico e un po' grottesco avevo avuto la vaga percezione, non che stesse parlando di me (si vabbè, lo faceva, ma who cares?), ma di essere sentimentalmente inutile, o forse, meglio, incapace di provare amore. Emotivamente inutile. Ancora pronto ad indignarmi contro le nefandezze del governo, le condizioni miserabili in cui versava la classe lavoratrice italiana (quei pochi che lavorano davvero), il razzismo strisciante e l'antisemitismo nascosto. Ma non riuscivo più a provare amore per nessuno. Non che prima dispensassi cuoricini a destra e manca. Ma ogni tanto, una volta ogni 5 anni, succedeva. Ora non più. Certo, bisognava dare tempo alla vita. Per succhiarti via le ultime energie o per fornirtene di nuove, vigorose ed inaspettate. Intanto ti rimanevano le giornate sceme passate al mare in Sud America, le follie mentali (tornare in Italia due anni dopo con pupo al seguito e fare una sorpresa scema ai tuoi), i progetti falliti, All out of love nelle orecchie e la bottiglia di vino che era finita. Domani ne avrei dovuto comprare un'altra.

La Cgil protesta - Morto che parla


Convocano uno sciopero generale. Non si sa bene contro cosa. Contro una manovra finanziaria che nemmeno avranno letto. Ma loro sono i paladini dei diritti. Degli ultimi. Dai lavoratori.
C'è mezza Italia che vive in condizioni di precariato stabile: ovvero durevole, istituzionalizzato, senza prospettive, ma di questo il nostro glorioso sindacato non pare curarsi. Meglio difendere gli interessi di bottega dei lavoratori statali (l'apice della produttività italiana), o cercare di spuntare rinnovi di CCNL più vantaggiosi per chi ha contratti fissi. Sì, il sindacato deve pur difendere l'1% che preleva dalla busta dei gloriosi lavoratori, diamine.

Non è economicamente proficuo difendere chi una busta paga normale non ce l'ha: non porta soldi al sindacato.
Non è politicamente vantaggioso dare una mano a chi non ha diritti: a che pro? Cosa c'è di profittevole per una istituzione che dovrebbe tutelare i lavoratori, nel tutelarli davvero?
Non conviene andare in TV a parlare seriamente di precari, di due generazioni che non riescono ad andare via di casa, per le quali l'unico investimento a lungo termine possibile è pagarsi l'hotel per il fine settimana successivo. O il pieno di benzina, quando posseggono una macchina.

Meglio convocare adunate di piazza gremite di 50enni (e pensionati) con contratto a tempo indeterminato che urlano quattro insulti contro Berlusconi, il grande cattivo. Quando l'Ulivo (ve lo ricordate, l'Ulivo?), attraverso Treu, di fatto legalizzò il precariato, la CGIL dormiva.
Mentre 1, 2, 5, 7 milioni di italiani (e stranieri) vivevano (vivono) sulla propria pelle la totale mancanza di certezze, l'abuso dei propri diritti di base, la CGIL dormiva. Faceva grandi patti, e finanziava film.
Mentre venivano creati i mostri cococo, cocopro, stagismo decennale, progetto, partita iva, chiamata ed altre pornografie simili, la CGIL discuteva del rinnovo dei metalmeccanici, e del campionato di serie A.

La CGIL è un altro di quei dinosauri che ci portiamo dietro, come la quasi totalità delle classe politica, dirigenziale ed intellettuale di questo paese. Stanno lì perché devono starci per interessi personali consolidati, perché sono totalmente organici ad un sistema che affonda ogni giorno di più. L'importante non è più il fine originario, ma la conservazione del posto di potere ed i vantaggi ottenuti.

Il giorno in cui i mercati dichiareranno l'Italia insolvente, la CGIL indirà un grande sciopero contro i mercati. E porterà tutti in piazza a gridare slogan contro Trichet, Tremonti o Roberto Baggio. Tanto fa lo stesso.

domenica 4 settembre 2011

La dolce verità


Trascorro una vita dozzinale. Sì, dozzinale: comune, volgare, in cui tutto si sussegue con la classica illogicità delle cose preordinate. Mi alzo, accendo il PC, bevo un birra con gli amici, credendo di dire cose simpatiche. Scrivo, violento quella povera Moleskine, imbratto il blog, con frasi che non impressionano nessuno (non che stiano qui per quello). Mi muovo con educazione ed ironia in un contesto sociale che m'ha rimpiazzato mentre ero ancora in carica. Disserto di geopolitica e politica interna per diletto, senza che le mie previsioni interessino a nessuno. Non coinvolgono nemmeno me. Respiro e mi agito, mentre le vie si riempiono di fumo. Trascorro serate lasciando che dalla mia bocca escano frasi fintamente brillanti: in un paese di nani, anche un seminano sembra un gigante, ebbe a dire una persona seria, un giorno. Perso nell'inconcludenza tipica, certo, di alcuni grandi geni, ma anche di molti grandi mediocri, brancolo tra grandi idee sotterrate dall'esistenza stessa, e la voglia assurda di bere un bicchiere di vino. Ora vado.

giovedì 1 settembre 2011

Remembering the 1st of September


Dovrei scrivere qualcosa perché oggi è il primo settembre, e quindi, forse, andrebbe celebrato quest'anno trascorso. Forse dovrei fare un post scrivendo frasi invernali, descrivendo tristezze e vantando depressioni.
Il bel ragazzo piangente, che intenerisce la sua vicina di posto sull'autobus. O forse dovrei invece buttare giù qualche riga di strafottenza e goliardia, elencando donne e conquiste, serate e birre, amici e viaggi, spese e foto fatte in serate gioiose. Dovrei fare il distaccato che se ne frega, quello ancora troppo coinvolto che non riesce ad andare avanti, lo scemo con la birra in mano che lancia sorrisi ironici alla ragazza in fondo al pub, il solitario che legge i suoi libri di Saramago e Bukowski sulle scale di Viale Glorioso. Dovrei rendere l'idea di essere sentimentalmente in stato comatoso, pur avendo ancora la capacità di provare emozioni, ma solo dopo il 3o bicchiere. (Contano?)

Dovrei (ri)scrivere che il 1o settembre 2010 è stato il giorno più orribile della mia vita, che son finito a vagare per le vie di Monaco, da Pasing a Kolumbusplatz, saranno stati 6 km, piangendo come un disperato e quindi come un idiota, lasciando messaggi in inglese sulla sua segreteria telefonica, mandando sms imploranti, e finendo a bere una birra con un'amica ucraina. Mi ricordo che le lacrime finivano nel boccale. E lei mi sorrideva. Dovrei magari riservare qualche parola, frase, pagina astiosa nei confronti dell'essere infame.
Dovrei scrivere che della stronza non mi importa più nulla, che A., giace morta e sepolta e che vado avanti.  Dovrei scrivere che trovo un sacco di conforto nei miei libri, il cinema e le persone nuove che conosco. Dovrei scrivere che cancello ricordi, butto vecchi conti di alberghi ungheresi e biglietti della metro tedeschi. Dovrei maledire me stesso, prima di tutto, perché io sono l'unico responsabile della mia vita e dei miei fallimenti, e dare la colpa a vecchie ragazze è ridicolo. La colpa di cosa, poi?

Dovrei scrivere magari di quella sera d'agosto quando andammo a cena dagli amici comuni e un'amica mi disse, sottovoce, mentre scattava la foto: "god, i'd run away in everywhere with a man (?) like u", ammiccando ad eventuali tradimenti. E io mi limitai a risponderle, sottovoce: "sorry i'd never betray a., I can't." Lei però, probabilmente, poteva.
Dovrei scrivere dei viaggi, fatti e progettati, delle birre, delle giornate trascorse a parlare, e dei libri. Dovrei scrivere un sacco di cose, sì.
Però, non mi va più. Aspetterò il prossimo 1o settembre.

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